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Area I: Narrativa. Autore Cod. A001

a Graziella, Francesco e MarcoCAP. IVOS ET IPSAM CIVITATEM BENEDICIMUSAveva conversato, a più riprese, con il suo compagno di viaggio da quando avevano occupato lo stesso scompartimento; poi, senza una precisa causa, le parole lasciarono spazio al silenzio, rotto solamente dallo sferragliare ritmico prodotto dalle ruote sui binari.Quella quiete non era offuscata da nessun imbarazzo; avevano scambiato le solite quattro chiacchiere preliminari che, solitamente per reciproca cortesia, perfetti sconosciuti fanno al primo approccio. Poi, dopo qualche battuta e l’attenta valutazione dell’interlocutore, una sottile sintonia s’insinuò tra i due e, inevitabilmente, il discorso scivolò sul piano personale. Dapprima il dialogo era stato incentrato su temi d’attualità, senza rivelare apertamente episodi del proprio passato: in fondo ai nostri cuori, infatti, giacciono tutti gli attimi importanti della nostra esistenza che, sedimentandosi, danno vita a quello che veramente siamo. Confidare alla prima persona che si incontra le esperienze più intime e più gelosamente custodite, è un’azione che si fa con amici o con conoscenti di lunga data. Gran parte di noi, raccontandosi, quasi senza volerlo, si nasconde dietro ad una maschera; mimetismo che non sempre è negativo ma, inconsciamente, ci dà una certa protezione nel contatto con nuove persone. Insomma, la persona che ti sta davanti, da subito, deve suscitare in te serietà e fiducia autentica. Ora, in quell’improvviso silenzio Jean, per alcuni minuti, aveva rivolto tutta la sua attenzione verso il panorama inquadrato dal finestrino. I suoi occhi seguivano, con estrema concentrazione, il rapido e costante mutare delle immagini: una sequenza di quadri che lo coinvolgeva con l’ambiente circostante. Però, nonostante fosse nel suo presente, percepito interamente dai suoi sensi, esso fuggiva sempre più velocemente, preda già del passato; rapido, e qualche volta doloroso, come quando si riflette su fatti già accaduti e che non siamo riusciti a vivere appieno. Le lontane esperienze giovanili invece restano piantate dentro di noi e, in certi momenti, ritornano struggenti e intatte creando, in ciascuno, un gratificante senso di appagamento dal quale facciamo fatica a staccarci; ci immergiamo in quegli attimi portatori di felicità, anche se sono in realtà l’ombra, a volte distorta, di un vecchio caro ricordo. Jean, nella conversazione di qualche minuto prima, non si era esposto più di tanto e si era limitato a parlare della sua vita attuale, senza entrare troppo nei particolari. Alcune volte, infatti, nei rapporti interpersonali con sconosciuti, si era pentito della sua immediata sincerità, non filtrata da una giusta dose di accortezza; nell’economia della sua esistenza, comunque, l’essere stato moderatamente trasparente gli aveva portato più benefici che noie. Di carattere abbastanza forte, preferiva mettere subito in chiaro le cose, per evitare spiacevoli malintesi; non derogava mai sul rispetto verso gli altri, nascondendosi dietro al classico dito. Sicuramente la ristretta cerchia di amici amava questa sua trasparenza, sopportandola però un po’ meno, quando questa non concordava con le loro idee. Un vero amico, però, non gioisce mai delle tue debolezze e dei tuoi difetti, magari si prodiga per attenuarli e, dov’è possibile, dare una mano per risolverli, ma in fondo, ti accetta per quello che sei. Ovviamente, quando l’orgoglio personale viene stuzzicato, esso non è completamente indolore; ma, tra amici sinceri, dopo un primo comprensibile risentimento, ci si capisce e poi si ringrazia. Jean era la prima volta che vedeva quel casuale compagno di viaggio; a pelle l’impatto era stato positivo: un signore di mezza età molto distinto ed educato. Forse come inizio poteva bastare; alle prime battute anche lui aveva parlato di argomenti generici, poi si era lasciato andare a qualche accenno sulla sua fanciullezza. Gli aveva confidato che, per gran parte del viaggio, aveva coccolato ricordi di tanti anni fa. Si spostava per trascorrere una settimana insieme ai suoi anziani genitori, rivedere il vecchio paese natio e, forse, incontrare qualche amico dei tempi andati. Negli ultimi anni, tranne fugaci rientri di pochi giorni, ne era stato lontano e durante quei lunghi distacchi, causati dalla sua pigrizia o da impegni di lavoro, aveva preferito ospitare i suoi famigliari, specialmente in occasione delle feste natalizie, a casa sua: al freddo nord. Agli inizi della sua carriera lavorativa, lontano dal paese d’origine, si era innamorato di una bella ragazza del posto che, ricambiando il suo sentimento, lo aveva sposato.Figli non ne erano venuti, e la loro vita era divisa tra lavoro, letture ed escursioni in montagna. Quest’ultima era il secondo amore della moglie, passione ereditata dai nonni materni, vecchi montanari; contagiato da questa sentimento, spesso con un gruppo di amici, condivideva lunghe passeggiate tra i tortuosi sentieri delle alpi, immersi nei mozzafiato panorami alpini. Non di rado, perdendosi con lo sguardo verso una meravigliosa vallata o verso un picco innevato, il pensiero più ricorrente era sempre lo stesso: se per una sorta di magìa anche i suoi cari avessero potuto vedere quello che lui stava ammirando! Voleva bene ai suoi vecchi genitori con tenerezza infinita. Ultimo di una famiglia non benestante, vissuta dignitosamente con il salario del padre, aveva potuto evitare lavori pesanti, grazie al suo amore per gli studi. Il sacrificio economico dei suoi gli aveva permesso di laurearsi; il suo impegno, pagato con la lontananza dalla sua amata terra, era stato premiato con un impiego importante. I luoghi dell’infanzia, però, gli erano rimasti dentro come un “imprinting” , anche se, quel senso di vuoto, compagno dei primi anni di assenza, era stato diluito dal lungo trascorrere del tempo. La moglie, pur amandolo sinceramente, preferiva non seguirlo nei suoi sporadici viaggi al suo paese d’origine, se non in occasioni particolari. Voleva che lui vivesse intimamente questo fugace contatto con la sua cultura, senza sovrapposizioni affettive. Così, quando lavoro e nostalgia si abbinavano, un volo di quasi due ore, gli permetteva di trascorrere qualche giorno nella casa dei genitori. La lunga lontananza, aveva quasi del tutto appannato le vecchie amicizie: due chiacchiere e via. Qualche passeggiata nei dintorni con il vecchio padre, rompeva la monotonia di quei pochi giorni, nella speranza di suscitare in entrambi antichi ricordi dei tempi andati. Non di rado qualche paesano, rompendo l’indugio, si rivolgeva al “dottore” evocandogli, con una certa soggezione, sprazzi del passato. Non era molto, ma poteva bastare. Il rumore ovattato del treno occupò per alcuni minuti il silenzio tra i due viaggiatori.«Questo è uno di quei periodi che mi appagano l’anima: vado a raccogliere qualche briciola della mia terra» disse il dott. Piazzi, mentre la sua voce tradiva un leggero groppo in gola. Per un attimo Jean rimase ancora con lo sguardo rivolto al finestrino; il suo cervello stava elaborando, minuziosamente, parte del discorso di qualche minuto prima. Si girò, ritornò a guardare fuori e, sfiorandosi leggermente il naso con la punta dell’indice, fissò il suo compagno di viaggio e rispose:«Ho riflettuto un po’ su quello che lei ha accennato riguardo alla sua terra d’origine e alla sua condizione di “emigrato”, per certi versi privilegiato». Poi si interruppe e si sistemò con cura tra i braccioli del sedile. Contemplò la stampa posta sopra la testa del dott. Piazzi, raffigurante l’abbozzo invitante di un paesaggio campestre; non si fece coinvolgere troppo dal disegno e con un tono di voce, velato da un trascurabile imbarazzo, continuò: «Non sono per nulla sicuro che sia il caso a determinare la nostra esistenza, almeno nella maggior parte delle situazioni; sono fermamente convinto che tutto, o quasi, sia il prodotto delle nostre scelte individuali, scelte che in parte influenzano quelle di coloro che ci amano e ci stanno vicini: parenti, amici o semplici conoscenti. Ma l’influenza che noi esercitiamo sugli altri, a sua volta, è determinata dalla nostra fermezza e dal comportamento di coloro che ci circondano». Sull’ultima frase si interruppe di colpo; il ragionamento gli era uscito di getto, con naturalezza e senza forzature: pensiero che da tempo gli si era radicato dentro e del quale era pienamente convinto. Fece una pausa per riprendere fiato. In quel momento di silenzio, il suo compagno di viaggio lo guardò con aria interrogativa, senza dissimulare la crescente curiosità che incominciava a farsi strada dentro di lui. L’argomento introdotto da Jean lo incuriosiva molto; voleva approfondirlo e, perché no, confrontarlo con qualche sua vicenda personale. Ma la cosa che più lo intrigava era l’estemporaneo dialogo che si era creato con lo sconosciuto compagno di scompartimento; il suo aspetto e il modo di presentarsi, denotavano sicuramente diversità di esperienze e di cultura rispetto alle sue. La sua natura, alquanto curiosa, lo spingeva ad interessarsi delle esperienze altrui, evitando sempre di abbassarle a semplice pettegolezzo. Gli piaceva conoscere come altri individui, in certe situazioni, fossero stati capaci di risolverle, in che modo, e se era stata la scelta giusta. Il concetto “sulle scelte” di tutti i giorni era un suo pensiero ricorrente; qualche volta gli succedeva, infatti, di indugiare su una decisione, per l’esagerata paura di poter innescare eventi negativi, non solo per sé, ma soprattutto per gli altri, con il rischio di causare un effetto domino non voluto. «Lei ha messo in evidenza che, anche i piccoli fatti possono modificare il corso della vita di ciascuno di noi» disse il dottor Piazzi, dopo la breve riflessione. Jean si schiarì la voce per dare più enfasi al concetto che voleva esprimere. Quel signore gli piaceva; gli ispirava fiducia: era attento e misurato; con una certa libertà poteva permettersi di parlare apertamente e scavare più in profondità nei sentimenti.«Anch’io considero importante la capacità di prendere decisioni giuste nella propria vita; mi occupo infatti di persone che hanno avuto spesso qualche problema, a causa di scelte sbagliate. Come le ho accennato prima, esercito la professione di avvocato e le posso assicurare che, riflettere su questo punto, è sacrosanto; bisognerebbe insegnare ai nostri figli che ogni scelta della nostra vita deve essere fatta con ponderatezza, sorretta principalmente dalla ragione, senza però trascurare le ragioni del cuore».«Più facile a dirsi che a farsi, non crede avvocato?» disse di rimando, con rinnovato interesse, il dottor Piazzi; poi aggiunse:«Proviamo anche a considerare la moltitudine di persone che sceglie per bisogno o perché spinta da cause che non riesce a dominare e quelle travolte da ragioni affettive, che spesso sfuggono a qualsiasi controllo». Sulle ultime parole per un attimo stette zitto, come se volesse dare più tempo all’interlocutore di soppesare il suo ragionamento. Guardò fuori: gli alberi sfrecciavano immobili, punti fermi nel terreno; poi, appoggiandosi al piccolo tavolo posto alla sua sinistra, concluse con convinzione:«Un esempio per chiarire il mio pensiero: prenda me che, per seguire – e penso giustamente – la mia inclinazione, ho modificato il corso della mia vita. Questo ha determinato anche il mutamento in quella delle persone che mi circondano. Sapesse la tenerezza e la commozione che mi prende tutte le volte che lascio mia madre con le lacrime agli occhi. Se avessi avuto l’opportunità di vedere tutto ciò in una sfera di cristallo, la mia scelta sarebbe stata la stessa?...» Preso dall’emozione del momento stava per aggiungere ancora qualcosa, ma una secca frase lo interruppe:«Io credo di si!» Restò per un attimo senza dir niente; doveva elaborare quest’ultima affermazione che, a suo parere, strideva con il discorso fattogli prima da Jean.«Ma non capisco! Poco fa lei mi ha fatto intendere che dobbiamo fare attenzione alle nostre scelte che, se sbagliate, possono portare infelicità agli altri».«Dottor Piazzi, forse devo aggiungere qualcosa, per chiarire meglio il mio concetto; dobbiamo renderci conto che non viviamo in un mondo perfetto e non sempre la buona volontà viene premiata; sono sicuro che, se potessimo vedere aldilà del nostro presente, a volte sbaglieremmo comunque. Grandi e piccole scelte devono essere fatte, perché è la nostra vita che mettiamo in scena e abbiamo il diritto di seguire i nostri sogni ma, per non avere inutili rimpianti, è importante vagliarle, evitando la maggior parte delle negatività che potrebbero scaturire da esse. Io penso, che quando la nostra scelta non è eccessivamente zavorrata dagli istinti più negativi, ma illuminata da sentimenti sinceri, è una buona scelta, pur causando inevitabili e spiacevoli effetti collaterali». A queste ultime parole, pronunciate con calore e convinzione, il dottor Piazzi annuì in segno di approvazione. Non ebbe il tempo di pensare a qualcos’altro che, lungo il corridoio della vettura, echeggiò l’inconfondibile cantilena dell’addetto alla vendita ambulante di caffè e panini. Giunto in prossimità della porta del loro scompartimento, con consumata destrezza l’aprì, senza disturbare minimamente gli occupanti.«Caffè? » esclamò con tono tranquillo e suadente mentre teneva in mano, in bella vista, un thermos.«Avvocato, prende qualcosa?»Jean squadrò per un attimo l’inserviente e, mettendo mano in modo automatico alla tasca, disse con tono convinto:«A quest’ora un buon caffè non si rifiuta mai».«Il mio è proprio un buon caffè, appena fatto», rispose prontamente il giovane.Al dottor Piazzi non era sfuggito il movimento della mano di Jean e, con un tono di voce amichevole, disse:«Tenga le mani a posto amico mio, oggi lei è mio ospite; ancora qualche chilometro e saremo nella mia Sicilia». Sorseggiarono con gusto i loro caffè; l’espressione di entrambi denotava il personale godimento di quel momento. Il piacere del caffè ciascuno di noi lo vive a modo suo; è un rito nel quale esprimiamo, senza accorgercene, parte della nostra personalità più nascosta, perché completamente rilassati. Addirittura gli esperti, e i soliti buoni informati, sostengono che la “pausa caffè“ aiuta a ridurre un po’ lo stress accumulato nelle ore lavorative. In quel preciso istante, inspiegabilmente, la nostra mente si libera da tutti i pensieri e si concentra solo sul piacere, perché sentiamo unicamente nostro quel momento e non si ammettono interferenze; solamente dopo aver degustato il primo sorso, sarà possibile riprendere la conversazione. «Grazie, spero di poter ricambiare quando verrà nella mia terra, anche se oramai risiedo da anni stabilmente a Roma». Il dottor Piazzi aprì lo sportello dei rifiuti e vi gettò il bicchiere vuoto; poi attese che il suo compagno di viaggio facesse la stessa cosa.«Le confesso che spesso accarezzo l’idea di fare un giro dalle sue parti, anzi colgo l’occasione per avere un consiglio da lei; il suo continente è decisamente esteso e variegato e a mia moglie piacerebbe visitare la zona del Kilimangiaro».«Per ragioni affettive, potrei indirizzarla verso la zona che meglio conosco: il mio paese d’origine, la Repubblica Democratica del Congo ex Zaire, anche se da anni non vi risiedo più».«Allora anche lei è dovuto andar via dalla sua terra: ”scegliere un’altra vita!”» Jean, in un primo momento, avrebbe voluto evitare di rispondere, tenersi sul vago e non esporsi troppo; ma quel dottore gli suscitava fiducia e lo considerava già una persona affidabile. Nelle ore passate insieme non aveva mai accennato al colore della sua pelle: due persone libere da stupidi preconcetti e pertanto decise di rispondere sinceramente, chiarendo la sua vicenda.«Ho lasciato la prima volta il mio paese d’origine ai tempi dell’indipendenza dal Belgio, alla fine degli anni cinquanta; mio padre era medico in un ospedale della capitale, favorevole al movimento Evolué, che …» «Evolué?» disse meccanicamente il dottore, «scusi l’interruzione, ma è la prima volta che sento pronunciare questo termine».«Capisco benissimo che lei non possa essere a conoscenza di quello che succedeva cinquanta anni fa nel mio paese; il movimento accettava che ci fosse un tipo di educazione, a vari livelli, di tipo europeo, per arginare la discriminazione e costituire una società interetnica, ciò era quello che sostenevano i fautori. Poi gli avvenimenti, dopo alterne vicende anche dolorose, portarono verso un regime autoritario. Così mio padre, con rimpianto, decise di andare via, ma non fu una fuga». Il breve racconto di Jean, lasciò il dottor Piazzi per un attimo disorientato, non si aspettava un’esperienza così tormentata; si sistemò con cura sullo schienale del sedile e attese che Jean aggiungesse qualche dettaglio in più, senza manifestare però morbosa e gratuita curiosità. Questo atteggiamento mise Jean un po’ più a suo agio e trovò naturale continuare il racconto, in modo quasi confidenziale, mentre il treno sfrecciava a grande velocità verso sud. La pausa fu breve. In altre occasioni, forse, avrebbe accennato ad una piccola narcisistica suspense, ma non era il caso:«I periodi di lontananza, fino all’età di diciotto anni, sono stati sempre intervallati da lunghi soggiorni, infatti tutte le vacanze le ho trascorse a casa dei miei nonni, spesso in qualche località di mare, insieme ai miei famigliari».Ancora una pausa e un fugace sguardo oltre al finestrino.«Finito il ciclo delle scuole superiori, presi la decisione, di concerto con i miei genitori, di continuare gli studi, frequentando una facoltà universitaria italiana. L’Italia, è stata “la scelta” dettata da un nascente apprezzamento per la vostra terra, rafforzata da legami di amicizia, e soprattutto dall’amore per una ragazza: mia moglie.Ma per nulla al mondo avrei rinunciato all’abbraccio della mia terra, nella quale m’immergevo sempre con più trasporto, tutte le volte che potevo, facendomi travolgere e ammaliare completamente dai suoi sapori, dai colori, dalla gente e dalla grandiosità dei suoi spazi immensi». A questo punto, a Jean parve che per il momento potesse bastare; in quattro parole aveva riassunto parte della sua vita. Sicuramente il suo compagno di viaggio poteva ritenersi alquanto soddisfatto infatti, pur non entrando nei particolari, aveva tratteggiato un piccolo scorcio della sua vita e il perché della scelta. Il dottor Piazzi accennò ad un sorriso senza dire niente, sorriso che Jean interpretò come un gesto gentile ed affettuoso: e lo era. Piccole stazioni semideserte e vecchi caselli ferroviari in abbandono, punteggiavano la campagna; scorrevano attraverso il finestrino, senza lasciare nessuna traccia nella memoria: leggerne i nomi, consumati dal tempo, era decisamente proibitivo. Il momentaneo silenzio restituiva a quelle immagini un piacevole senso di libertà: Jean ed il dottor Piazzi potevano goderne e rielaborale, ognuno per proprio conto, vivendole secondo le rispettive sensibilità. L’inizio improvviso di una lunga galleria, interruppe bruscamente immagini e sensazioni; la luce fastidiosa dei neon inondò lo scompartimento e la fuga nelle proprie fantasie svanì di colpo. Distolto dalla sua contemplazione, con un tono di voce leggermente più alto, per superare il rumore prodotto dall’aria che scivolava contro la volta della galleria, il dottor Piazzi si rivolse di nuovo a Jean:«Non vorrei essere indiscreto, allora lei si sta spostando per lavoro? Di sicuro in treno non è possibile arrivare nella sua terra!»Anche lui, per sopravanzare il fastidioso rumore di fondo, accostandosi, disse:«No! Mi sono preso una decina di giorni di vacanza».Poi, notando l’espressione interrogativa del suo compagno di viaggio, aggiunse:«Non sono in compagnia di mia moglie perché è una vacanza un po’ diversa: vado a trovare un vecchio signore ed un caro amico, conosciuti tantissimi anni fa».Ma non ci fu spazio per continuare il discorso, perché di colpo la luce abbagliate del mattino, inondò lo scompartimento di prima classe. L’improvviso cambiamento cristallizzò per qualche minuto la scena; il magnifico paesaggio li attrasse senza scampo. In meno di un minuto e da dietro l’ultimo promontorio, in tutto il suo splendore mattutino, apparve la costa orientale della Sicilia. Oltre il braccio di mare, calmo e lucente, una lunghissima fila di case e palazzi, si specchiava nell’acqua, era l’antica Zancle: Messina. La natura non poteva esporre uno spettacolo migliore: a volte si ha l’impressione che i luoghi più belli della terra facciano a gara per rubare la scena a tutti gli altri. Però, se si riflette, senza inutili pregiudizi, appare chiaro che non esiste, in assoluto, un posto più bello; la natura non ha posti esclusivi, come quelli costruiti dagli uomini. Essa si supera di continuo nell’offrirci ambientazioni suggestive e uniche, senza stilare sterili classifiche; spetta alla nostra intelligenza, e soprattutto alla nostra sensibilità, saperle apprezzare e viverle, magari senza sciuparle troppo. I luoghi di Sicilia, bellissimi ed unici, qualche volta forse invidiano gli inaccessibili scorci alpini, distese assolate e silenziose, boschi ombrosi e pieni di vita, fiumi sinuosi e mari che si perdono all’orizzonte. In questa varietà, che stupisce e sgomenta gli spiriti sensibili, bisognerebbe entrarci in punta di piedi lasciandosi cullare senza astratte competizioni. E’ naturale che per ciascuno di noi, i luoghi di origine sono inimitabili e incomparabili, e forse un po’ di verità c’è; ma gran parte di questa convinzione è dovuta a quell’amore e agli affetti vissuti da bambini che ci portiamo dentro: ricordi e sensazioni che neanche la senilità riesce a cancellare anzi, li ricompone e li scompone continuamente, nell’inutile affanno di una impossibile fuga nel passato.«In tutta la nostra conversazione non le ho mai chiesto se è la prima volta che viene dalle nostre parti?»Jean, quasi a malincuore, staccò la sua ammirata attenzione dai traghetti che già facevano la spola tra Villa San Giovanni e Messina. Si appoggiò soddisfatto allo schienale e rivolgendo ancora una rapida occhiata alla lontana Madonnina, posta all’entrata del porto di Messina, disse:«No!»Fece una breve pausa e con aria quasi trasognata, che stupì un po’ il dottor Piazzi, aggiunse:«Ci sono stato una cinquantina di anni fa insieme ai miei, ospiti presso una famiglia del posto».Senza nascondere la sua curiosità e senza lasciare spazio ad altre parole, il dottor Piazzi disse:«Scusi la mia invadenza, quale parte della Sicilia ha visitato? Suppongo che abbia avuto l’opportunità di visitare dei luoghi durante il suo soggiorno. Ce ne sono un’infinità. Conserva ancora dei ricordi?» Si fermò; per un momento capì di aver posto contemporaneamente troppe domande, forse aveva esagerato con la sua curiosità; però lo intrigava conoscere quali sensazioni, la sua amata terra, avesse potuto suscitare in un ragazzino culturalmente così diverso da lui. «Si! I nostri amici ci hanno fatto fare un bel giro fra i posti più suggestivi: luoghi bellissimi, incontaminati, almeno a quei tempi, e pieni di storia …»Lasciò a mezz’aria l’ultima frase, voleva trovare le giuste parole per illustrare il concetto successivo che voleva esprimere; qualcosa di profondo che gli era rimasto dentro per tanto tempo.«La bellezza dei luoghi e le sensazioni più intime, forse appartengono a chi li sa apprezzare; però, incredibilmente, pur avendoci fatto visitare posti unici, quello che conservo con affetto, e con un velo di malinconia, è il breve soggiorno nella cittadina dei nostri ospiti, anche se parte del ricordo è avvolto da una fitta nebbia». Un piccolo scossone fermò definitivamente il treno: erano finalmente arrivati alla stazione di Villa San Giovanni. Ancora un po’ di pazienza e sarebbero iniziate le macchinose operazioni di trasbordo del convoglio dentro la nave e il conseguente attraversamento dello stretto. Le vetture del treno venivano divise a gruppi di tre o di quattro e stipate, con esasperata lentezza, nel ventre del traghetto. Nella stagione calda, spesso si aveva la sensazione di entrare in un forno, per la calura che invadeva l’enorme stiva. Nell’attesa di poter guadagnare il ponte, non appena l’operazione di imbarco si fosse conclusa, l’unica distrazione, appesi ai finestrini in cerca di frescura, era costituita dalla lettura di tutti i graffiti che costellavano le pareti del traghetto. Dopo circa venticinque minuti di traversata, tutta l’operazione sarebbe stata ripetuta allo scalo di Messina, finalizzata a ricomporre due convogli: una parte con destinazione Siracusa e l’altra Palermo. Per arrivare al punto di attracco bisognava uscire dalla stazione per circa un chilometro. Non appena il treno incominciò a muoversi, riprendendo il discorso interrotto, il dottor Piazzi disse:«E’ raro che io prenda il treno per venire nella mia città d’origine, di norma utilizzo l’aereo; comodo e veloce, tutto senza stress».«Come mai questa volta ha viaggiato in treno?»«A pensarci bene una vera ragione non c’è, forse avevo voglia di vedere lo stretto. Ripensando ad un concetto espresso in un vecchio film: La Tenda Rossa, potrei affermare che questa è la ragione in più, magari la meno importante, che mi ha fatto decidere per il treno». In cuor suo sapeva che il discorso non era finito, ma lo lasciò sospeso volutamente; diede un rapido sguardo fuori e sporgendosi dal finestrino valutò il numero delle carrozze; si lasciò avvolgere dalla luminosità delle onde e dall’arco di case in lontananza e, rivolgendosi a Jean, continuò:«Sa! Per noi isolani attraversare questo braccio di mare è sempre un momento delicato, ci suscita sensazioni contrastanti: andando via spesso siamo sopraffatti dal magone e vorremmo quasi rallentare le operazioni d’imbarco; al contrario, in situazioni come queste, vorremmo volare per toccare il prima possibile le sponde della nostra terra». Voleva aggiungere ancora qualcosa, ma capì che si era spinto troppo nei suoi più intimi sentimenti; i tanti anni trascorsi in un’altra regione, non erano stati capaci di recidere quel filo invisibile che lo legavano agli affetti più profondi, seminati nel suo cuore quando i sogni avevano riempito la sua giovane esistenza. Jean si rese subito conto della commozione del suo compagno di viaggio; erano emozioni che anche lui conosceva e che, tante volte, aveva sperimentato. Così, per il momento, non intendeva approfondire quel sentimento comune di chi lascia la propria terra, e si limitò a dire:«Penso che non bisogna essere necessariamente isolani per provare sensazioni simili; spesso capita anche a me, magari con sfumature diverse, quando torno o lascio la mia vecchia casa dell’infanzia». Di colpo l’abbagliate luce si affievolì; la loro carrozza era entrata, a scossoni, nella stiva del traghetto. L’operazione comportò, alternativamente, uscite ed entrate mentre il blocco di vetture veniva alloggiato nel ventre della nave. All’interno l’aria era calda e un po’ maleodorante, causata dall’odore pungente di oli bruciati e da rivoli di acque stagnanti. Mentre la loro vettura, a passo di lumaca, scorreva lungo il binario del traghetto, il meraviglioso panorama di prima veniva sostituito da tubi e plance color bianco sporco; alle pareti decine di scritte fatte con una infinita varietà di calligrafie: Valeria ti amo, Marco 15-07-1986, Raffaella e Francesco per sempre. Dopo qualche minuto la vettura si fermò e le luci, dopo un breve lasso di tempo, si accesero di nuovo; il corridoio fu invaso da un certo fermento e da un chiacchierio allegro, sempre più forte: a gruppi, i viaggiatori si dirigevano, in cerca di ristoro, verso le uscite attraverso le scalette sistemate dagli inservienti, per agevolare la salita ai ponti del traghetto.«Io consiglierei di fare una capatina su, mentre attraversiamo lo stretto; all’aria condizionata preferisco quella naturale. Pensi che in altre carrozze non c’è neanche quella, da morire!» Mentre parlava, il dottor Piazzi armeggiava con la sua valigia, sistemandola nel posto meno visibile ad occhi indiscreti.«Le consiglio di fare altrettanto avvocato; non abbiamo sicuramente dei tesori, ma subire un furto comporterebbe qualche spiacevole disagio. Ho notato che nello scompartimento accanto, un vecchio signore ha tutta l’aria di voler rimanere in vettura, gli chiederò cortesemente di sorvegliare i nostri bagagli; tra viaggiatori ci si aiuta». Jean non era un novellino e queste attività le conosceva molto bene, erano il suo pane quotidiano; diede un momentaneo sguardo al suo bagaglio e istintivamente annuì dicendo:«Anch’io non ho molto con me, solo effetti personali e giusto un paio di libri: un piccolo dono per la famiglia che mi ospiterà».All’uscita dallo scompartimento, il dottor Piazzi chiese con gentilezza all’anziano se non gli recava disturbo sorvegliare lo scompartimento attiguo, senza pena. Il vecchio signore fu ben felice di rendersi utile, rassicurandoli che sarebbe rimasto al suo posto per tutto il tempo della traversata. Lo ringraziarono e con calma si diressero verso la vicina porta d’uscita. Arrivati alla piattaforma, mentre invitava Jean a far attenzione ai gradini poco illuminati, quasi senza rendersene conto, spinto dalla sopita curiosità, disse:«Durante la traversata, oltre ad ammirare l’incomparabile panorama, spero che dirà qualcosa in più riguardo al suo lontano soggiorno siciliano».«Cos’è una strana forma di pagamento per lo spettacolo e per l’ospitalità che la Sicilia mi offre?» Jean chiuse la frase con una risatina allegra; adesso il ghiaccio era proprio rotto, incominciava ad assaporare un’atmosfera più rilassata con la quale dare sfogo ai sentimenti più nascosti. In fondo da qui, poteva iniziare a ripercorrere gli antichi ricordi facendosi guidare da questo signore, con il quale aveva trovato molte affinità e, la sensibilità che portava dentro della sua terra, poteva trasformarsi in un grimaldello, capace di far affiorare vecchie sensazioni lontane e assopite. Scesero dalla loro vettura con una certa accortezza, per non scivolare dalla scaletta posizionata proprio sotto la porta. Poi, guardandosi intorno, cercarono l’imbocco per l’accesso al ponte della nave. L’ingresso numero 9 era il più vicino; vi si infilarono con decisione: era alquanto stretto ed angusto con gradini piccoli e ripidi. Non si poteva dire che fossero freschi di pulizia, ma erano sgombri da cartacce e lattine. Un piccolo corrimano aiutava la salita, evitando rischi di cadute accidentali; alla fine della prima rampa, uno stretto corridoio immetteva alla successiva. Il dottor Piazzi verificò la corrispondenza del numero della seconda rampa e fece strada; con un gesto della mano indicò a Jean un’apertura alla loro destra, dove erano stipate, in un piano riservato, le autovetture dei passeggeri. Ancora qualche gradino e all’uscita della porta, dopo il fastidioso caldo umido che stazionava all’interno del traghetto, una piacevole brezza li colpì come una dolce carezza. Fuori dalle scale un atrio li divideva dal ponte della nave, vi entrarono con decisione: il dottor Piazzi, con rinnovato godimento, come a voler riappropriarsi di una vecchia sensazione; Jean invece, con moderata curiosità per la novità di quella esperienza. Guardandosi intorno, di sottecchi sbirciò il suo compagno di viaggio; lo colpì la frenesia che lo pervadeva, mentre si dirigeva verso il parapetto: ma non notò niente di esagerato, anzi ebbe come la sensazione che il dottore rincontrasse un amico che non vedeva da tanto tempo. Che sentimentale il dottor Piazzi! pensò tra sé, accennando ad un sorriso di compiacimento. Un paio di passi e la limpida mattinata lo avvolse con naturalezza. I primi raggi del sole, lo costrinsero a proteggersi con la mano gli occhi, per poter vedere meglio il panorama. E pensare che nella sua terra il sole scaldava di più e c’era abituato; ma passare da una zona d’ombra a quella improvvisa luminosità, chiunque si sarebbe protetto. «Avevo ragione, avvocato?» disse, con enfasi e soddisfazione, il dottor Piazzi.«Jean, chiamami per nome!»Sorrisero.«Il mio è Francesco». Far risuonare i propri nomi fu come un abbraccio tra vecchi amici che spazzò via, in un attimo, la patina di formalità che inizialmente nasce tra due sconosciuti. In quelle poche ore di viaggio insieme avevano scoperto, vicendevolmente, una sorprendente empatia. La discrezione, il rispetto e le buone maniere, avevano assottigliato il loro iniziale imbarazzo e le loro differenze, neanche menzionate. Le relazioni tra persone raziocinanti e fornite di coscienza, unite alla reciproca stima, possono portare a sottili convergenze e allo scambio di emozioni, ricordi e sogni, senza l’ombra di stucchevoli curiosità. Questo era almeno ciò che Jean aveva percepito, sensazione condivisa dentro di sé dal dottor Piazzi, e si notava. Così, chiamarsi per nome avrebbe reso questo incontro più profondo: un attimo di vita percorso da persone che, pur non conoscendosi, avevano cominciato a stimarsi e a confidarsi vecchie sensazioni, stimolate dall’ambiente nel quale erano immersi; felici di fare un pezzo di strada insieme, indipendentemente dalla loro provenienza.Senza più una parola si appoggiarono alla ringhiera del ponte, mentre i loro sguardi avidi scrutavano l’orizzonte. Francesco rimase zitto per qualche minuto; voleva concedergli tutto il tempo di metabolizzare con calma l’incantevole vista e comunque, in ogni caso, avrebbe aspettato che il primo a parlare fosse il suo compagno di viaggio. Dalla sua posizione, Jean, poteva vedere gran parte dell’imbarco e un’ampia fetta dello stretto. Più di una volta puntò lo sguardo tutto intorno, stava proprio bene; poi si sporse dalla ringhiera per visionare meglio il molo che accoglieva la chiglia della nave. Sotto l’acqua era torbida, gli scarichi del traghetto, in gran parte, ne erano responsabili: lo spazio era molto ristretto e il fondale basso. Alzando lo sguardo, la prima cosa che lo colpì, oltre alla bellezza del luogo, furono alcuni pescatori. Questi erano seduti all’estrema punta di uno dei moli in cemento, intenti a lanciare le loro lenze; ma in quell’acqua poco pulita c’erano dei pesci? E se c’erano, avrebbero abboccato? Per un attimo la sua mente fu attraversata da questo strano pensiero. E’ incredibile, come tante volte, pur essendo immensi in un piccolo paradiso i nostri pensieri e i nostri sensi, per un attimo, vengano fuorviati da un fatto marginale, il meno appariscente. Questo pensiero stazionò nella sua testa quasi un nulla: fu come un bagliore che attraversa una notte stellata. Poi, la sua attenzione venne catturata interamente dalla sponda opposta dello stretto: le case di Messina, in fila e accostate, si specchiavano sul mare, e dalla statua che dominava l’entrata del porto.«Quella è la famosa Madonnina che benedice i viaggiatori?»Mentre parlava non la indicò; sarebbe stato inutile, Francesco sapeva benissimo dove si trovava.Il dottor Piazzi non aspettava altro; era pronto a fornirgli tutte le informazioni e a soddisfare le curiosità di Jean: sarebbe stato un vero piacere narrargli la storia.«Si! è la Madonna della Lettera. L’opera, dello scultore Calabrò, è posta sulla torre Campagna su di una stele altissima e, se non ricordo male, per la prima volta fu illuminata nel lontano 1937». Era tentato di dilungarsi ancora in dettagli che conosceva benissimo; ma preferì non disturbare la rapita contemplazione di Jean. Quest’ultimo, alla parola “lettera” aveva sobbalzato in modo impercettibile e la sua mano, di riflesso, era corsa alla tasca interna della leggera giacca estiva. Francesco non si accorse di nulla.«Quando saremo all’imbocco del porto di Messina, la potrai ammirare in tutto il suo splendore».Convenendo con Francesco, Jean rivolse la sua attenzione verso l’estrema punta della Sicilia: era proprio a poche bracciate dalla Calabria. Appoggiò i gomiti sulla balaustra e socchiuse a metà gli occhi, come a voler inquadrare e fotografare l’orizzonte.«Spettacolo impareggiabile, avevi ragione Francesco; io ho viaggiato molto e di cose ne ho viste tante, e ti posso assicurare che questo non è da meno dei bei luoghi che ho visitato». La soddisfazione del dottor Piazzi era arrivata al culmine; gioiva dentro di sé per quell’apprezzamento sincero espresso da Jean, ed era un piacere sublime, in quel momento, condividerlo con qualcuno. Se poi quell’altro era Jean, aggiungeva più valore all’emozione.«Forse adesso è arrivato il momento di pagare il mio pegno?» disse Jean, schernendosi un po’; in quel piccolo paradiso gli sembrava naturale far emergere vecchi ricordi legati a quella terra. Lo scenario era perfetto per riportare alla luce, come un appassionato archeologo, le lontane sensazioni della Sicilia addormentate in fondo al suo cuore. Senza staccare la sua attenzione dal panorama, con voce limpida e con una piccola vena nostalgica, disse:«Dopo aver lasciato la nostra terra, io e la mia famiglia, quando avevo da poco superato i dieci anni di età, siamo stati ospiti, presso un collega e caro amico di mio padre, in un paesone dell’entroterra siciliano: Valguarnera Caropepe».«Carrapipi! Ma è il paese dell’ennese portato alla ribalta da Martoglio “l’Aria del Continente!”» sottolineò con affettuosità e sorpresa Francesco.«Durante quel soggiorno ebbi modo di frequentare alcuni miei coetanei del posto. Sul principio l’accettazione reciproca non fu facile, anzi decisamente complicata; l’accoglienza da parte di uno di essi fu fredda ed ostile». «Beh! Posso immaginare il tuo disagio nell’affrontare un ambiente totalmente nuovo»soggiunse, annuendo, Francesco.«Da sempre, non essere del luogo, crea problemi di assimilazione; poi, specialmente dalle nostre parti, anche ai giorni nostri, le amicizie più profonde risultano difficili da costruire: un vero amico è per sempre».«Già!» Quest’ultima espressione di Jean, metteva completamente a nudo alcune difficoltà incontrate in quel breve soggiorno siciliano. Ma, come tutte le cose difficili da conquistare, sono proprio quelle che ti restano dentro, come a compensare la fatica fatta; capaci di lasciarti in fondo al cuore una dolce sensazione di appagamento da spendere negli anni futuri, nei momenti di difficoltà. Distolse lo sguardo che si era perso lontano e, fissando il dottor Piazzi, aggiunse:« Ricordo che …» Proprio nel bel mezzo della frase, con un piccolo strattone, il traghetto si staccò dalla banchina poi, senza eccessive oscillazioni, scivolò fuori dall’imbarcadero, prendendo con decisione il largo. «Bella sensazione, vero?» disse Francesco appoggiandosi soddisfatto, con entrambe le mani, alla ringhiera; poi aggiunse:«In meno di mezz’ora saremo dall’altra parte». L’ultima frase fu coperta dal lungo fischio della nave. Il vento, generato dal movimento del traghetto, scompigliava leggermente i capelli; si lasciarono trasportare senza far niente: in certi luoghi e in certi momenti nasce spontaneo il bisogno di abbandonarsi e lasciarsi cullare liberi da ogni pensiero, dimenticando i problemi che, anche nella vita più benevola, vengono a turbarci e a rendere pesanti certe ore della giornata. Non c’era niente da dire. A quasi metà traversata, il costante movimento del ferry boat lentamente cambiò: diede la sensazione di fermarsi, mentre la leggera brezza si affievoliva. Jean, con aria interrogativa, si sporse per capirne il motivo: la nave era come in stallo, quasi ferma in mezzo allo stretto; Francesco lesse subito nei pensieri dell’amico e gli venne in soccorso dicendo:«E’ tutto normale, sta virando; è una manovra necessaria, il traghetto deve approdare al porto di Messina nella stessa posizione da come è salpato da Villa, per consentire lo sbarco delle vetture; entrata ed uscita coincidono». Di lì a poco, dopo una lenta virata di quasi 180 gradi, il traghetto riprese la sua lenta navigazione. Con il cambio di posizione, Jean e Francesco, si trovarono ad ammirare la parte dello stretto che guardava la Calabria. Il sole del mattino, oramai già alto nel cielo, da quella parte era meno invadente, pur mantenendo un abbagliante riverbero sulle onde. Sporgendosi un po’ era possibile vedere la lunga scia lasciata dalle eliche dei motori; un piccolo fiume che spiccava tra le scure acque fredde dello stretto. «Stavi accennando ad un ricordo qualche minuto fa?» disse Francesco, mentre seguiva con lo sguardo alcune piccole imbarcazioni che solcavano le acque calme del braccio di mare.Riprendendo il discorso interrotto poco prima, Jean, per un attimo notò una leggera distrazione nel suo compagno di viaggio.«Oh! scusami, per una frazione di secondo un pensiero mi ha attraversato la mente; niente di importante ». Questa piccola interruzione non gli diede fastidio, anzi permise a Jean di radunare meglio i labili ricordi e la scelta di essi. Era chiaro che non sarebbe sceso nei particolari, gliene sarebbe mancato il tempo. «Come dicevo prima, dopo il primo impatto, alcuni ragazzi del vicinato, cercarono di familiarizzare con me, sforzandosi di essere accoglienti e gentili, tranne qualcuno. L’abitazione del nostro ospite, dava proprio su di uno spiazzo a forma triangolare, bastava attraversare la strada. Nel quartiere, quest’area, veniva abitualmente utilizzata per improvvisare giochi all’aperto, senza tanti rischi. A cavallo degli anni sessanta, le autovetture che circolavano a Valguarnera erano alquanto rare e la strada, che delimitava il piccolo slargo, era libera quasi totalmente dal traffico».Jean, mentre parlava, veniva ripetutamente distratto dal continuo via vai delle persone, e per un momento fermò il suo racconto; avrebbe preferito adesso un po’ più di intimità. Ma ormai il dado era tratto e quasi subito, con misurato fervore, intervenne il dottor Piazzi, esortandolo a continuare il racconto:«Su, non farti condizionare dalla folla, non penso che questi discorsi possano suscitare, nella gran parte di essa, qualche interesse; sono in vacanza. Così, in quel lontano soggiorno, hai avuto l’opportunità di frequentare qualche tuo coetaneo?» Dal tono della domanda, Jean percepì l’interesse di Francesco nel voler conoscere le sensazioni provate dai non siciliani, per la sua terra, ed allora continuò:«Enzo, il figlio minore della famiglia che ci ospitava, di qualche anno più grande di me, mi venne in aiuto, coinvolgendomi nei giochi, insieme ai suoi amici. Così, con il suo sostegno, dopo le prime titubanze, incominciai a partecipare anch’io a qualche gioco; di qualcuno ne conservo un labile ricordo, ma niente di più». Si fermò; con stupore, mentre parlava sentiva che alcune delle lontane sensazioni venivano docilmente in superficie. Quando era partito, aveva cercato di ricordare qualcosa di quella lontanissima esperienza; adesso stranamente, dopo il contatto con Francesco, stimolato da alcuni suoi racconti, qualcosa affiorava spontaneamente, quasi senza sforzo. Per un attimo pensò, sorridendo, di trovarsi sul lettino di uno strizzacervelli e non a due passi dalla Sicilia. Comunque, si rendeva conto che quei frammenti erano ancora poca cosa; e riprendendo volle subito sottolinearlo:«Certamente, la maggior parte di quella mia esperienza è andata perduta, l’unica cosa che ho sempre conservato è stata la sensazione di una bella vacanza, arricchita da un episodio che non ho mai dimenticato: io, che nell’ultimo giorno di permanenza a Valguarnera, sono riuscito ad insegnare al gruppetto un gioco della mia terra». Ma c’era un altro episodio doloroso che non aveva mai dimenticato e che, per lungo tempo, lo aveva disturbato; vicenda da associare probabilmente all’oscura lettera arrivata nelle sue mani con decenni di ritardo: la ragione in più del suo viaggio in Sicilia. Ma di tutto questo non avrebbe detto nulla a Francesco, prima doveva capire lui il significato di quelle poche righe; un sicuro aiuto poteva arrivare dall’amico Enzo. Mentre ripercorreva ombre di vecchi ricordi, che neanche lui pensava più di avere, all’improvviso, l’enorme stele della Madonna, gli si stagliò davanti; senza dir niente la guardò, ripetutamente, dall’alto in basso ammirato: era proprio bellissima. Poi non poté sottrarsi al richiamo dell’enorme scritta posta ai piedi della Madonna della Lettera, che diceva: “VOS ET IPSAM CIVITATEM BENEDICIMUS “. Non ebbe alcun bisogno di traduzione, i suoi studi classici gli vennero in aiuto; del resto anche per i digiuni della lingua latina, il senso era sufficientemente palese. Il dottor Piazzi lo guardava di sottecchi bonariamente; il racconto di Jean poteva bastare, adesso era il suo turno fare gli onori di casa, narrandogli della statua della Madonna.«Mentre continui ad osservare, vorrei darti qualche ragguaglio sulla storia che circonda questa statua, molto cara ai messinesi. Secondo un’antica tradizione, San Paolo, nel suo lungo viaggio verso Roma per diffondere l’insegnamento di Cristo, intorno all’anno 41 d.c. si fermò a Messina. La predicazione di Paolo infiammò subito i cuori di molti messinesi; ed allora alcuni volenterosi cristiani, saputa dell’esistenza in vita della mamma di Gesù, decisero di recarsi in Palestina per poterla conoscere e per chiederle la benedizione della città. La leggenda narra che la Madonna scrisse di suo pugno una lettera, consegnata agli ambasciatori, con la quale benediceva la città e tutti i suoi abitanti costituendosi, in perpetuo, come loro protettrice. L’anno successivo la lettera, chiusa con alcuni capelli della Madonna, veniva portata a Messina. Da quel giorno, il 3 giugno, viene celebrata una festa solenne». Jean, per tutto il tempo, restò ammirato dalle puntuali spiegazioni di Francesco. Durante il breve racconto, era rimasto con gli occhi incollati al piccolo promontorio sul quale svettava la statua. Il pensiero che una comunità avesse avuto il bisogno di una benedizione, lo affascinava; trovava infinitamente sublime, che ci si potesse fidare incondizionatamente di Qualcuno. A dir il vero, lui una vera educazione religiosa non l’aveva avuta; e anche la sua fede non era stata mai un granché: la sua profonda formazione razionalistica gli era stata di ostacolo. La sua nonna materna era una credente cristiana ma spesso, questa sua fede, veniva intrisa da misticismo e da tradizioni animistiche, proprie della sua terra. I continui spostamenti della sua famiglia, non gli avevano permesso di approfondire la sua spiritualità. Fin da bambino, le narrazioni della nonna di vecchie favole e, a volte di storie bibliche, lo avevano sempre affascinato. Ma per coltivare una fede profonda ci vuole ben altro: riconoscimento della presenza di Dio nella propria vita e l’assiduo ascolto della sua parola, fidandosi della sua misericordia, anche quando non va per niente bene. In tutti questi anni a Jean, pur mantenendo un certo rapporto con la religione, era mancato il tempo o, forse, non l’aveva veramente cercato, per poter dare profondità al bisogno naturale di spiritualità che l’uomo insegue da sempre, a causa della primitiva paura di solitudine, che lo annega nella immensità dell’universo. Qualche volta, però, la frase di uno sconosciuto, può aprirti orizzonti inimmaginabili e magari spingerti ad un duplice viaggio, dentro e fuori di te. Poco per volta, l’imponente Madonna della Lettera sfilò lentamente su di loro, benedicendo; il traghetto, rallentando, si dirigeva verso il porto di Messina; la traversata volgeva alla fine. Dopo qualche minuto, la visione venne coperta dalla poppa della nave; sporgersi sarebbe stato inutile e sterile; fissarne ancora uno scorcio, quando si è pienamente appagati, avrebbe appesantito l’emozione provata, un inutile orpello. Ma l’immagine nel suo intimo non scomparve; anzi, per certi versi, vi stazionò, diventando sempre più luminosa, aveva perso la sua peculiarità di metallo. Il bronzo si era trasformato in qualcosa di vivo, tranquillizzante, avrebbe detto magico perché per un attimo, quella immagine alta ed inarrivabile, si sdoppiava nel sorriso rassicurante della nonna, scomparsa da tempo. «E’ uno spettacolo incomparabile!» Jean avrebbe voluto dire che quello spettacolo, come l’aveva definito Francesco, forse si era manifestato come un’inspiegabile apparizione: un bel salto dentro le sue profonde emozioni che, in modo inaspettato, lo aveva coinvolto e soggiogato. Ma evitò di esternare questo suo sentimento e, con decisa partecipazione, disse: «Avevo visto, tempo fa, alcune fotografie della statua ma, ammirarla da quaggiù è … quasi magica …» S’interruppe; si rivolse con le spalle verso il porto, e continuò:«E’ strano, non riesco proprio a spiegarmi come particolari ambienti possano richiamare alla mente sensazioni forti, spesso slegate da quello che si sta guardando. In altri posti ho avuto emozioni simili; è come se certi luoghi nascondessero forze sconosciute che travalicano i sensi, liberando il nostro inconscio più profondo. Mi è successo anche qui, non l’avrei mai creduto», concluse Jean ammirato. Si voltò e perse il suo sguardo verso la lunghissima fila di case; poi si girò in direzione del promontorio, che oramai nascondeva la vista della Madonna; e rivolgendosi verso Francesco, quasi sommessamente disse:«Questo viaggio, finalizzato inizialmente alla visita del papà di Enzo che non gode di buona salute, mi sta riservando, invece, emozioni e stimolanti sorprese. Il mio rapporto con tutta la sua famiglia è sempre stato di stima ed affetto reciproco e, ripetutamente, ci siamo frequentati fuori dalla Sicilia, condividendo viaggi e passioni comuni, anche con i suoi genitori, nonostante la differenza di età».Il dottor Piazzi avrebbe voluto che Jean continuasse il suo discorso, ma l’esperienza dei tanti viaggi con il traghetto, gli suggerì di tornare giù in carrozza.Così, prendendo con garbo il braccio di Jean, disse:«Mi dispiace interrompere il tuo racconto, ma dobbiamo sbrigarci a tornare sotto, a minuti inizieranno le operazioni di sbarco».Allora entrambi diedero un ultimo sguardo intorno e, senza esitazione, si infilarono tra la piccola folla in direzione della scala numero 9. Lungo la discesa era quasi impossibile parlarsi; lo spazio era angusto e la ripidità degli scalini non lo permetteva. In un paio di minuti, a fatica, furono fuori dalle scale; la stagnante aria calda della stiva li investì. Poi, individuata la loro vettura, vi salirono decisi, mentre in fondo al traghetto la luminosità aumentava: lentamente, infatti, la prua mobile veniva sollevata, per consentire l’uscita delle carrozze dalla nave.Arrivati al loro scompartimento, prima di entrare, il dottor Piazzi si sporse verso quello attiguo, dicendo:«A ringraziu assai pa so curtisia, facìssi un bon viaggiu». Il vecchietto sorrise, soddisfatto di aver aiutato un suo conterraneo e augurò anche a lui un buon proseguimento di viaggio. Rientrando nel suo scompartimento, trovò Jean già seduto al suo posto, assorto e tranquillo. Il viso era disteso e quasi risplendeva sotto le luci artificiali della cabina. Teneva tra le mani un bicchiere d’acqua; di tanto in tanto ne sorseggiava un po’, per alleviare l’arsura del caldo umido, fissando ancora le scritte sulla parete della nave. Anche Francesco si sistemò nel suo posto, mentre si versava un po’ d’acqua per dissetarsi. Poi all’improvviso un scossone e la vettura, lentamente, si mosse verso l’agognata uscita, all’aria pura. La luce accecante della tarda mattinata li colpì. Sferragliando, tra uscite e rientri, le vetture vennero ricomposte e con una motrice di servizio, avviate verso la stazione di Messina centrale. Oramai, il dottor Piazzi, sapeva che il suo viaggio stava per concludersi; ancora un paio di stazioni dopo Messina e sarebbe arrivato a casa. Un po’ gli dispiaceva; avrebbe preferito che la sua destinazione fosse stata più lontana per potersi intrattenere ancora con Jean; avrebbe voluto approfondire meglio i sentimenti di uno straniero per la sua terra, soppesarne il punto di vista, però il pensiero di immergersi nell’antico borgo natìo, compensava il distacco. Mentre era assorto in questi pensieri, il treno lentamente si fermò all’ombra della pensilina della stazione centrale. Abbassò il finestrino e diede un rapido sguardo intorno, come a cercare qualcosa; poi, finalmente una voce che non lasciava dubbi, risuonò con la sua tipica cantilena:«Panini, aranciate … caffè caldo».Nel frattempo anche Jean si era alzato e si era affiancato a Francesco, entrambi attirati dalla moltitudine dei viaggiatori che si affannava sulla banchina lungo il treno, alla ricerca di parenti da accogliere.«Prendi un caffè, Jean?»«Come potrei rifiutare il primo caffè di Sicilia! » disse, Jean, con un largo sorriso. Due caffè fumanti vennero sporti dal venditore ambulante; il dottore pagò, senza ammettere intrusioni, poi si sedette sorseggiando il suo caffè. Jean guardò dentro il bicchiere e senza esitazione incominciò a bere il suo. Il rito del caffè fu solo interrotto dal frastuono ovattato della stazione; poi, mentre Francesco depositava il suo bicchiere vuoto nel portaoggetti, disse con aria soddisfatta:«Beh! Adesso si incomincia a ragionare; sentivo proprio la necessità di un buon caffè: oh Dio, non era proprio il massimo, ma stamattina mi è sembrato perfetto».Anche Jean aveva finito di bere e con un piccolo gesto, si liberò del suo bicchiere di plastica, depositandolo nell’apposito vano.«Pensavo peggio! Io ho una certa esigenza per il caffè e questo, pur non eccelso, l’ho bevuto con gusto. Vado sempre al solito bar la mattina quando, per esigenze di lavoro, non lo prendo a casa».Jean stava per lasciare cadere il discorso, ma aggiunse:«Prepararsi il caffè, appena svegliati, penso che sia come una specie di personale consuetudine per ciascuno di noi; io mi infilo silenziosamente in cucina; senza tanta fretta, riempio la caffettiera e credimi, non ho formule segrete o trucchi particolari. Sono convinto che, oltre alla buona qualità della miscela, bisogna dare fiducia alla nostra vecchia moka: più è vecchia e meglio lavora. Ma ritengo che, la parte più importante, sia la condivisione con qualcuno».«Non hai sbagliato una virgola; anche noi del sud abbiamo un certo riguardo per la preparazione del caffè e, esagerando, affermiamo che il nostro metodo è il migliore, difficile da imitare. Ma convengo pienamente con te: la riuscita sta nella miscela, nella vecchia caffettiera e nella buona compagnia». Chiuse la sua battuta con un leggero e contenuto schiocco della lingua, per sottolineare la fondatezza delle loro affermazioni; si rialzò e sporgendosi dal finestrino, volle sincerarsi dell’orario di partenza. In fondo, tra andirivieni degli avventori, scorse il berretto rosso del capostazione; i vari capitreno avevano già iniziato le manovre di chiusura delle porte, segnalando che tutto era pronto per la partenza del convoglio; mancava solo il fischio che arrivò, da lì a poco, acuto e liberatorio. Il treno, con un piccolo scatto in avanti, si mosse, prima tentennante e poi con decisione; sulla banchina, che si rimpiccioliva a vista d’occhio, rimasero gli astanti lanciando l’ultimo saluto.«Ci rivedremo qualche altra volta? » disse assorto il dottor Piazzi, e senza dar spazio ad una immediata risposta, aggiunse:«E’ stato proprio un bel viaggio, spero che per te sia stata la stessa cosa».Con un sorriso complice, Jean, annuì.«Questa è una di quelle poche volte in cui avrei preferito che il viaggio si fosse prolungato di qualche ora; mi ha molto incuriosito l’esperienza, pur breve, che hai avuto da ragazzo in Sicilia …»Francesco stava per aggiungere ancora qualcosa, ma lo colse l’espressione un po’ scura di Jean; forse si era rabbuiato per qualche sua battuta poco felice? Era stato troppo invadente? Mentre il suo cervello cercava di elaborare dove potesse aver sbagliato, aggiunse:«Ho notato che c’è qualcosa che ti turba; ti assicuro, che non era mia intenzione estorcerti quello che non vuoi dire … ».Jean lo interruppe prontamente:«Non c’è niente nei nostri discorsi che mi ha disturbato, e mi scuso per il mio comportamento; non era mia intenzione mancarti di rispetto. Un pensiero momentaneo mi ha preso involontariamente; mi dispiace perché di quel lontano passato ricordo poco e me ne rammarico,visto che non riesco a metterlo a fuoco come vorrei». Sollevato, Francesco lo guardò dritto negli occhi e, con convinzione, disse:«E’ una circostanza abbastanza comune, capita anche a me. Purtroppo, tante esperienze vissute da ragazzi vengono coperte dagli impegni della vita frenetica di tutti i giorni, confondendosi come in una fastidiosa nebbia, che ne impedisce il chiaro ricordo. Sai quante volte, vecchi amici o compagni di scuola, mi rammentano episodi che avevo rimosso dalla mia memoria, rendendomi felice! Capisco benissimo cosa provi, sono sicuro che ritornare laggiù, ti permetterà di diradare un po’ di foschia». Tolse gli occhi da Jean e, per non creare imbarazzo, perse il suo sguardo verso la costa lontana. IL mare era calmissimo, un velluto. Poi, con rinnovato calore, riprese:«Questo è il mio mare; ancora un paio di fermate e dovrò scendere: felice di arrivare, ma scontento di farti continuare il viaggio da solo».A quest’ultima battuta, forse troppo sentimentale, Jean, rise di gusto e distendendosi sullo schienale, disse allegro:«Anch’io provo la stessa sensazione, ma entrambi sappiamo che lo scorrere della vita è così: non hai tempo di assaporare il gusto più profondo delle cose che devi passare oltre. Nonostante gli sforzi profusi, non è sempre possibile cristallizzare situazioni ed emozioni: tutto scorre vorticosamente come in un fiume in piena, ed allora l’unica cosa saggia da fare, è quella di accontentarsi e di farsi avvolgere dalla totalità, senza affannarsi a fermare le sue acque. Però, adesso non vorrei filosofare a sproposito, ma una consolazione in tutto questo si può trovare: il tempo corre anche quando le cose vanno male e siamo attanagliati dal dolore; ed allora lo scorrere ci diventa amico, lenisce le nostre ferite, compensando alla fine entrate ed uscite».Il discorso di Jean era uscito di getto, con calore; avvertiva che gran parte di esso era vero, per averlo sperimentato tante volte di persona. L’interruzione fu breve, il tempo di riprendere fiato e aggiunse:«Spero vivamente che in questo ritorno io possa trovare qualche traccia, anche se levigata dal tempo che è passato; non era la mia prima intenzione, ma dopo questo nostro incontro, auspico proprio che un vecchio amico possa darmi una mano a ritrovarle … e mi auguro anche di ottenere la soluzione alla domanda che da mesi è senza risposta». Francesco restò assorto per un attimo: una sospensione momentanea; poi, sollecitato da quella mezza confessione inaspettata e disturbato dal vocio proveniente dal corridoio, chiuse la porta dello scompartimento; si aggiustò il nodo della cravatta e, con un leggero sorriso, si rivolse a Jean, dicendo:«C’è una cosa che mi riesce difficile da afferrare; capisco le persone che si affannano alla ricerca dei vecchi amici di un tempo; ma non capisco come ciò si possa fare in una terra non propria! Forse c’entra l’accenno a certe risposte?»Stava per aggiungere ancora una battuta per chiarire il suo pensiero, ma fu interrotto, con garbo, da Jean:«Comprendo benissimo la tua sorpresa e hai ragione; la Sicilia non è la mia terra, non mi appartiene, e non solo perché non mi ha dato i natali; anche le sue tradizioni mi sono abbastanza estranee, addirittura distanti dalla mia, forse meno tribali, ma frutto di una lunga convivenza tra persone della stessa cultura».Si fermò; voleva aggiungere ancora qualche elemento al suo discorso, chiarire alcune cose a Francesco e, forse, trovare dentro di sé le vere motivazioni di quel viaggio. Poggiò lentamente entrambe le mani sui braccioli e socchiudendo gli occhi, continuò, con un tono di voce piena di enfasi:«In queste poche ore, forse, mi sono reso conto che il mio viaggio, iniziato con l’intenzione di far visita a vecchi amici, ha sempre nascosto una motivazione più profonda. Nel mio inconscio, improvvisamente, è nata l’esigenza di rendere coscienti la gran parte degli elementi che a suo tempo contrassegnarono quell’esperienza. Da ragazzi, tutto è vissuto con trasporto e, a quell’età, non si sta a sottilizzare a quale cultura o tradizione esse appartengano: sono sogni o incubi nei quali si può naufragare». Francesco ascoltava con ammirazione, contento di aver capito, al primo impatto, che Jean era una persona di forte sensibilità: non si era sbagliato. Non prese parola; voleva ancora che Jean, in quel momento quasi lirico, potesse esternare completamente i suoi sentimenti. Sentiva che c’era sintonia, pur se distanti per cultura; la stessa lunghezza d’onda. Jean notò la soddisfazione che traspariva dalla faccia di Francesco e, con sottile piacere, completò il suo pensiero:«Dalla tua espressione leggo che su questo argomento la pensiamo allo stesso modo».Il dottor Piazzi, socchiudendo gli occhi, annuì con la testa.«E’ superfluo sottolineare che ognuno di noi porta le proprie radici dentro, sedimentate nell’intimo, che diventano più struggenti con la lontananza. Dai tuoi discorsi è emerso chiaramente che questo sentimento ti attraversa l’anima nei momenti di solitudine». Francesco, lanciando un prolungato sguardo al finestrino, tornò ad approvare. La sua terra sfilava avvolgente attraverso il vetro; le parole di Jean avevano fatto centro, infatti pur essendo lontano, non c’era giorno che non rivolgesse un pensiero alla sua terra natìa; ed ogni volta che vi ritornava, aveva la piacevole sensazione di non essersi mai mosso: era a casa. Questo atipico imprinting umano, era un marchio che gli era rimasto dentro, specialmente nella lontananza e con l’avvicinarsi alla propria terra, si riattivava, facendogli amare tutto di essa; sorvolando, pur essendone cosciente, su qualche vecchia e negativa tradizione da correggere.«E in merito alla seconda mia domanda, hai voglia di dire qualche cosa in più?». Il tempo di riprendere fiato e Jean, con lo stesso tono, seguitò:«Però, pur non sentendomi a casa, inspiegabilmente c’è qualcosa che mi affascina di questa meravigliosa terra. Non appena l’ho vista apparire stamattina all’orizzonte e dopo aver doppiato il promontorio della Madonna della Lettera, ho avvertito come una forza che mi spingeva, nella speranza di chiarire il mistero di una lettera ricevuta qualche mese fa, ma speditami da oltre trent’anni».«Non pensavo che le poste italiane potessero avere un ritardo simile!» disse Francesco ironico, ma già sapeva che la causa doveva ricercarsi in qualche altro motivo.«Non c’entrano le poste! Casualmente al suo arrivo, senza dolo, è andata a finire in un fascio di documenti da archiviare e di conseguenza, è come se non l’avessi mai ricevuta. Ma la cosa più strana è che non conosco l’identità del mittente!»«Era anonima?»«No! Ma io non ho mai conosciuto una persona con quel nome e cognome, l’unica cosa sicura è che è stata spedita da Valguarnera» concluse Jean, senza rivelare o mostrare il contenuto della lettera. Francesco, dal racconto di Jean, capì che quella lettera aveva a che fare con il viaggio in Sicilia e che non era estranea, a quel lontano soggiorno. «Capisco che avrai bisogno di verificare alcune cose e, sono quasi certo, che il tuo amico Enzo ti potrà aiutare a far luce su tante circostanze dimenticate, avendo egli mantenuto stretti rapporti con il suo paese». Dal tono di voce risultò chiaro che Francesco non aveva l’intenzione di indagare oltre.Entrambi per un po’ di tempo se ne stettero zitti: ognuno di essi assaporava il sottile piacere che, sotto lo stimolo di antichi ricordi, scatenava una momentanea fuga dalla realtà, sorretta da un appagante torpore. Per alcuni, questo stato d’animo, assomiglia alla felicità; felicità che vola via, inafferrabile perché preziosa; ma per fortuna il retrogusto rimane attaccato dentro ancora per un po’, come un premio che si da a chi, con caparbietà, insegue un bel progetto; poi, piano piano, scivola via senza rumore come una lacrima, dando autenticità a quello che si è provato. Francesco avrebbe desiderato continuare quella piacevole conversazione che lo aveva incuriosito fin dall’inizio. Ma oramai il suo viaggio volgeva alla fine e non ce ne sarebbe stato più il tempo. Potevano bastare gli indizi che Jean gli aveva fornito; non aveva più l’intenzione di frugare nei suoi ricordi: erano interamente di Jean. L’incontro era stato bellissimo; in quelle poche ore, entrambi, da completi sconosciuti, avevano esternato sentimenti profondi e andare oltre sarebbe stato imperdonabilmente indelicato. Per non rompere quel silenzio, che non pesava e non imbarazzava, quasi se ne sarebbe stato zitto ancora un po’, ma ancora qualche curva, e sarebbe arrivato a destinazione. Incominciò a riflettere su qualche breve battuta da scambiare ancora con il suo amabile compagno di viaggio. Però vide che era assorto e che seguiva con gli occhi il meraviglioso panorama che scorreva fuori dal treno in corsa; allora, con discrezione, si alzò e appoggiandosi al finestrino, si immerse anche lui nel paesaggio illuminato da un limpido sole. La lunga spiaggia di sabbia scura, quasi disabitata, era disseminata a tratti da barche per la pesca, tirate in secca. In lontananza alcune piccole imbarcazioni scivolavano lentamente sulle onde; a brevi intervalli, gruppi di bagnanti passeggiavano sul bagnasciuga e i più intraprendenti si abbronzavano sulle rocce spigolose. Quel mare lui lo conosceva molto bene. Era una spiaggia libera. I residenti, quando il sole incominciava a scaldare, vi si inoltravano come se fosse una piazza di paese; quattro passi in compagnia, mentre qualcuno piazzava la canna da pesca lungo la riva, nell’attesa di un amico per scambiare quattro chiacchiere. In quel tratto di mare l’acqua, alimentata continuamente dalla corrente dello stretto, era fredda anche d’estate; ma gli amanti del mare, attirati dalla grigia sabbia, vi si tuffavano con slancio a qualsiasi ora del giorno. In prossimità della spiaggia, verso l’interno dell’isola, si ergeva la montagna scoscesa, spesso violentata dall’incuria e dall’avidità dell’uomo; solcata da fiumare: letti di fiume perennemente privi d’acqua, ingrossati da improvvisi e pericolosi acquazzoni. Il dottore, sporgendosi dal finestrino, rispondeva al saluto di qualche bagnante, ma il suo pensiero era oramai altrove. Dopo l’ampia insenatura, c’era casa sua; rivestita di antichi sapori e di qualche lontano ricordo, che la conversazione aveva riportato alla mente. Alzò lo sguardo dalla lunga striscia di sabbia e, abbagliato dal sole che luccicava sul braccio di mare, puntò la sua attenzione in direzione della lontana costa calabra. Qualche anno era passato dall’ultima sua visita, ma questa volta sentiva che il suo approccio era sostenuto da un sentimento più cosciente. Parlando con Jean, aveva capito – cosa che era latente in lui - che certi legami, anche se messi da parte, sono indissolubili: ritornano sempre dal profondo della coscienza. La scintilla era scattata riflettendo su quello che gli aveva detto il suo occasionale compagno di viaggio che ritornava in Sicilia dopo circa cinquant’anni, alla ricerca di risposte e vecchie sensazioni. Gli affetti e i sentimenti non hanno nazionalità; vanno vissuti a cuore aperto, senza storture; come un bagno rigenerante che ti aiuta a sopportare il cammino accidentato dell’esistenza. Poteva dire che era stato un ottimo viaggio; aveva donato qualcosa, e qualcosa aveva ricevuto: do ut des, ne avrebbe fatto buon uso.«Beh! Ecco la mia fermata».Jean si sollevò un po’ dallo schienale, si appoggiò sui braccioli e scrutando da dietro il vetro, disse: «Dove siamo? Sei già arrivato?»Mentre il dottor Piazzi si affaccendava a ritirare la valigia, sistemandosi la giacca sul braccio, con un tono di voce venata di emozione, disse:«Santa Teresa Riva».Fece un’ impercettibile pausa, e aggiunse:«A una manciata di chilometri dalla stazione c’è la vecchia casa dei miei e, tutto intorno, gran parte della mia giovinezza».Si fermò; era sicuro che Jean avesse inteso il senso della sua ultima affermazione. Jean sorrise; si alzò, ma dovette tenersi a forza al finestrino per non ricadere sul sedile; il convoglio, con un piccolo sobbalzo, si era arrestato sul primo binario della stazione.Per un solo momento restarono fermi, come cristallizzati; Francesco gli porse la mano per salutarlo e Jean gliela stinse calorosamente, sovrapponendovi l’altra; poi, prima di lasciargliela, disse:«Spero che sia stato un buon viaggio anche per te; mi auguro che, nonostante i nostri impegni, ci si possa incontrare di nuovo, ne sarei lieto».«Ne sarei lieto anch’io. Accidenti! tra tutte le nostre chiacchiere, non ci siamo neanche scambiati i recapiti!»Stava per cercare in una tasca della giacca un bigliettino da visita, ma desistette; Jean non era un cliente! Contemporaneamente Jean, su di un foglietto stava scrivendo il suo numero di telefono; in un attimo Francesco aggiunse il suo; Jean lo divise in due parti e, con un sorriso aperto, glielo consegnò. Un lungo fischio risuonò lungo la banchina, Il dottor Piazzi si affrettò a scendere dalla vettura e, mentre il capotreno chiudeva le ultime porte, si posizionò in direzione dello scompartimento; Jean, appoggiato al finestrino, osservava e sorrideva: il sole era alto nel cielo di Sicilia.Il treno si mosse. Francesco alzò la mano e disse:«Ciao Jean, a presto».«Ciao Francesco, buona vacanza». Capitolo 2SICILIAJean rimase immerso nei suoi pensieri per alcuni minuti. Il treno, dopo aver ripreso la sua corsa, si lasciava alle spalle da un lato, l’interminabile spiaggia che da Messina conduceva a Catania e dal lato opposto, la campagna abbarbicata alle colline incastonate da piccoli agglomerati di case.Per un po’, la sua attenzione fu interamente catturata dal mare e dalla spiaggia che poteva intravedere attraverso la porta vetrata dello scompartimento; poi si alzò, appoggiò i gomiti sul finestrino e bighellonò con lo sguardo verso la campagna. A prima vista il paesaggio, rispetto alla bellezza del litorale, gli sembrò meno interessante: case e costoni si rubavano lo spazio e, con una certa frequenza, le fiumare spezzavano, con i loro letti brulli e ghiaiosi, la continuità della vegetazione mediterranea, mista a ginestre e filari di fichi d’india. Quest’ultimi, erano così vicini al finestrino, che quasi si potevano sfiorare; ma le spine non permettevano un tale piacere infantile. Jean li osservava meravigliato, attirato dai maturi frutti rossi, verdi e gialli; per un attimo gli richiamarono alla mente quelli visti durante una scampagnata insieme alla famiglia di Enzo, e il gusto particolare che aveva provato al primo assaggio. La buccia era stata tolta con maestria da un vecchio signore dalle mani callose: prima li aveva immersi in una bacinella di acqua fredda per ammorbidire le piccole spine; poi con tre rapidi tagli superficiali, gli aveva servito il frutto pronto da mangiare. Provò piacere per quel lontano ricordo e gratitudine per quel vecchietto che lo aveva considerato con benevolenza, senza preconcetti legati al colore della sua pelle. Allora, preso dalla veridicità dell’emozione, si aspettava di risentire vagamente il gusto di quel frutto in bocca: ma non successe niente. Con un puerile risentimento, distolse lo sguardo dal finestrino, mentre un sorriso amaro gli apparve sul viso e in un repentino riflesso pensò: ma che colpa avevano i fichi d’india? Realizzò che il primo timido esperimento, anche se involontario, era andato decisamente male; quando si scava senza la giusta attrezzatura, risulta difficile far centro al primo colpo. Quel piccolo disappunto fu risolto da una lunga galleria; chiuse gli occhi, con un gesto istintivo e, ciò gli permise di riordinare i suoi molteplici pensieri, con calma. Si stupiva di come, lui di norma molto riflessivo e capace di ponderare le tante situazioni, si era lasciato prendere la mano dagli ultimi avvenimenti. In quest’ultima riflessione, un pensiero quasi chiarificatore si fece avanti: cogliere lucidamente intime sensazioni e antichi ricordi, lo si può fare solamente con quelli legati alle proprie radici; infatti quando ritornava nella sua terra, esse non faticavano a venire fuori, spontaneamente. Quel minimo segmento della sua vita, non poteva suscitargli grandi magìe. L’incontro con Francesco, forse, aveva suggestionato la sua voglia di riguadagnare una lontana vacanza, non del tutto dimenticata; alcuni ricordi gli suscitavano forti sensazioni, piacevoli e non. Il lungo passare degli anni aveva avvolto tutto come in una nebbia; e quando si era incontrato con Enzo, sempre al di fuori dalla Sicilia, c’era stato solo qualche sporadico accenno, senza scendere in particolari, scartando qualche piccolo doloroso ricordo. Sicuramente per i ragazzini siciliani, quella breve parentesi era stata vissuta con partecipazione, ma come un fuori programma. Altra cosa invece era stata per lui: un adolescente catapultato in una realtà non sua che, per la personale sensibilità, può dare agli episodi una lettura più articolata, pur immergendosi spensieratamente nei giochi e nei vari divertimenti offerti. Ora, senza volerlo, gli stimoli offertogli da Francesco l’avevano fatto riflettere, e desiderava riappropriarsi di qualcosa che comunque gli apparteneva, lo percepiva come un diritto. In lui, maturo signore di inizio secolo, per un momento fece capolino la lontana e irripetibile condizione di ragazzo spensierato e curioso, per tutto ciò che si discosta dalla normalità: insomma una vacanza. Su quest’ultimo pensiero, aprì gli occhi e si trovò fuori dal buio della galleria. Con costanza il treno perse parte della sua velocità, forse un’altra fermata si profilava all’orizzonte. Abbassò il finestrino; si sporse e capì che la sua prevedibile intuizione si era rivelata giusta. Il convoglio era arrivato in prossimità della stazione di Taormina: cittadina celebrata sempre per la sua bellezza, le sue case e gli esclusivi alberghi abbarbicati alle rocce che si affacciano da una rupe, specchiandosi nelle acque dello Ionio. La stazione pullulava di persone: ininterrottamente vacanzieri e tantissimi giovani con zaini e sacchi a pelo, scemavano lungo la banchina. Jean osservò la scena per qualche minuto, poi uscito dallo scompartimento, poteva ammirare dal finestrino la piccola ed incantevole spiaggia, delimitata in parte da isolette e spuntoni di roccia, che si ergevano al sole del limpido mare. Con una punta d’invidia, osservava le imbarcazioni che lentamente veleggiavano intorno alle isolette e i bagnanti distesi sulla sabbia; la giornata era caldissima e l’acqua doveva essere della temperatura giusta per un buon bagno, attenuando il fastidio della calura estiva. Il convoglio, dopo una breve sosta, aveva ripreso la sua corsa da più di una decina di minuti; Jean si era accomodato al suo posto con una rivista in mano. La sfogliava distrattamente e ogni tanto alzava gli occhi per sbirciare oltre il finestrino: il paesaggio, in quel tratto di strada, non cambiava di molto. Poi, improvvisamente, la sua attenzione fu catturata da un casolare lontano, immerso in un aranceto; quell’immagine per un momento gli richiamò alla mente la casa dei genitori del dottor Piazzi, per l’idea che se n’era fatta; infatti, dalla conversazione con Francesco, aveva appreso che la loro abitazione era un po’ fuori mano, immersa nella campagna. Per un momento immaginò l’amico mentre, con gioia, percorreva il sentiero verso casa e la commozione dell’abbraccio con i suoi vecchi. Provava un senso di appagamento per lui, e un po’ quasi lo invidiava per lo speciale legame che manteneva con la sua terra. Ammirava in lui quel ritrovarsi, senza lasciarsi sopraffare dallo sconforto della ripartenza: rientrando e uscendo discretamente nelle cose intime della vita, senza bruciarle per l’ingordigia delle emozioni, forti a tutti i costi. La vera felicità sta proprio nella capacità di apprezzare e valorizzare le piccole cose – che quasi sempre sono le più difficili da afferrare – una alla volta, senza sovrapposizioni invadenti. In questa ultima riflessione, la sua soddisfazione era al culmine: nella sua vita quasi sempre aveva applicato questo metodo con risultati abbastanza apprezzabili. Il colloquio con Francesco glielo aveva reso più palpabile, riscoprendo tutta la bellezza della quotidianità, vissuta non come tran-tran, ma come segmenti continui e collegati della vita. Elementi di esistenza da armonizzare tra quelli positivi e quelli meno, l’importante che siano comunque risolvibili, altrimenti bisogna attingere alla propria interiorità con tutta la forza di cui si dispone. Tanti la trovano nella fede o nella razionalità umana, ma lo scopo rimane lo stesso, superare i dolori troppo duri e gravosi da sopportare. La sua fede era molto variegata: un misto di animismo, retaggio della sua cultura di origine e cristianesimo, decisamente poco praticato. La sua vera forza si era basata sempre sulla razionalità e sulla tenacia, supportate da un diffuso buon senso. Ma in cuor suo riconosceva che alcuni aspetti del suo carattere potevano risultare ruvidi, del resto non aveva mai pensato di essere perfetto; ricevendo una cattiva azione - sentimento comune a tutti - , non la mandava giù a cuor leggero, tentava di opporsi e ribattere; ma non sempre gli era stato possibile, e per quelle più dolorose, la ferita aveva faticato a rimarginarsi. Col tempo, però, nessun rancore. Mentre era immerso in questi pensieri quasi filosofici, l’enorme mole dell’Etna apparve all’orizzonte. Adesso, allo splendore del paesaggio e del mare, si aggiungeva la maestosità del vulcano. La sua cima innevata svettava imperiosamente; attorno ai suoi fianchi castagneti a perdita d’occhio e, in prossimità delle sue pendici, “un mare” di agrumeti.Jean restò estasiato per alcuni minuti: squadrò la montagna, prima nella sua interezza e poi nei particolari, esaminandoli minuziosamente. La contemplazione durò parecchio infatti nel suo tragitto, il treno costeggiava la sua enorme base mostrando porzioni sempre nuove e suggestive dei suoi fianchi. Quando Jean si ritenne soddisfatto della magnifica visione, si sedette nel posto contrario al senso di marcia del convoglio; voleva scoprire e gustare più a lungo il paesaggio, infatti, se avesse scelto il sedile di fronte, tutto gli sarebbe sfuggito rapidamente, fagocitato dalla corsa del treno. In quella posizione favorevole, invece, poteva soffermarsi a piacimento sulla veduta che, lentamente, si rimpiccioliva per poi scomparire dietro ad ogni curva. Come per una piccola magìa era possibile dilatare il tempo, una volta tanto piegarlo e non farsi travolgere dalla frenesia che spesso, nel voler inglobare tutto, ne tralascia le parti migliori. Dalla parte opposta, invece, il mare di arance, limoni e mandarini lo inseguiva, stendendosi fino quasi al litorale. Questo manto, a tratti, veniva percorso da strade non sempre asfaltate, e da cascinali costruiti in tempi lontani. Come per una strana osmosi, la sua mente andò alla sua terra d’origine, dove una parte immensa era brulla, quasi un deserto; in essa non era raro trovare delle piccole oasi: assimilabili a dei cascinali che danno rifugio e ristoro ai viaggiatori. Oramai viveva da moltissimi anni in grandi città, subendone il fascino e le comodità, intimamente però amava queste solitudini; retaggio della sua cultura d’origine. Da bambino, nei periodi vissuti in Africa, questo contatto con la natura incontaminata, era stato molto frequente. Tante volte, con amici e parenti, si era spinto ai margini di zone desertiche e della savana; da principio l’orizzonte sconfinato gli aveva messo paura, ma il profilarsi di un palmizio, lo aveva sempre rincuorato, sapendo che il quel luogo avrebbe trovato rifugio e ristoro. Da sempre aveva considerato oasi, casolari e radure come amici capaci di proteggerti e consolarti. Nella vera amicizia ci si incontra forse in luoghi astratti come questi: due persone, nell’intimità di una confidenza, sentono il bisogno di avere la loro piccola oasi, dove confrontarsi e trovare riparo, quando i problemi diventano complicati, per trovare forza e determinazione. Riflettendo dentro di sé sul concetto della vera amicizia, intesa come abbandono e contemporaneamente rifugio, la paragonò a quella che da tantissimi anni condivideva con Enzo; rapporto spesso interrotto dai rispettivi impegni, ma capace sempre di rigenerarsi nel successivo incontro: convinti, entrambi, di essersi lasciati un’ora prima. Convenne anche, mentalmente, con quello che qualche ora prima aveva sostenuto Francesco, relativamente alle amicizie nate da ragazzi, ed era profondamente vero, lui l’aveva sperimentato in prima persona; tra vecchi amici è un piacere reciproco comunicarsi le primizie; cosa che aveva fatto spesso con Enzo. E l’amico, qualche mese fa, era andato a trovarlo, per mostrargli la prima stesura del suo ultimo libro: Enzo teneva molto al parere di Jean, gli riconosceva un’ottima cultura letteraria con la predilezione per libri di taglio storico-sociale. Enzo, fin da giovane, si era interessato all’aspetto culturale e sociale della sua terra e, successivamente, anche di quella mediterranea, allargata alla grande cultura africana; pertanto il giudizio di Jean gli era indispensabile per la storia che raccontava. L’amicizia è come un bambino da crescere ed educare nel migliore dei modi, per ottenerne il massimo; non è escluso, però, che se ne possa crescere qualcuno in età adulta: all’università, sul lavoro e magari su di un treno, provando subito il piacere di conoscerlo meglio, perché colpito dalla sua personalità e dalla spiccata sensibilità che, per certi versi e con sfumature diverse, corrisponde alla tua. Questa improvvisa empatia è la molla che spinge verso determinate persone, generando le relazioni di amicizia; tale sentimento, pur sottoposto alla libertà di entrambi, porta in sé sempre una piccola zona d’ombra, che sfugge a qualsiasi controllo e, per quanto ci si sforzi, non si riesce mai a renderla totalmente visibile e palpabile. Questa piccola irrazionalità, spesso, è la ragione in più che tiene salde tante amicizie e ne fa scoprire e coltivare di nuove. La “zona d’ombra” è come una cartina di tornasole: più essa aumenta e più l’amicizia diventa superficiale e priva di sentimenti autentici. Immerso in questi pensieri, lo confortava l’aver saputo che alla stazione avrebbe trovato Enzo ad accoglierlo. Le ultime ore trascorse avevano preparato il terreno, per un soggiorno colmo di suggestioni e soddisfazioni. Poi, per un attimo, guardò la sua giacca sistemata sulla retina portaoggetti, e si ricordò che conteneva una lettera rimasta involontariamente celata per tanti anni; in quel momento non aveva un’idea precisa a cosa l’avrebbe condotto e con quale persona si sarebbe incontrato, ammesso che fosse ancora disponibile. Per queste serie di dubbi ed incertezze, infatti, aveva evitato di parlarne con Francesco, solo un vago accenno. Dopo la fermata di Acireale, si distolse dai suoi ragionamenti e con calma radunò le sue cose; sbirciò nel corridoio e constatò che cominciava a riempirsi di viaggiatori; gran parte di essi sarebbe scesa alla sua stessa fermata. Allora prese la valigia ed il borsone e si incamminò lungo il corridoio verso la porta più vicina, mettendosi in coda. Dal finestrino già apparivano le prime case della periferia della città; notò ancora qualche aranceto, che a fatica si faceva largo tra le rade case e, in lontananza oltre la spiaggia, spuntoni di roccia vulcanica che emergevano dall’acqua: grossi macigni che la leggenda fa risalire al lancio di Polifemo sull’errabondo Ulisse. Una decina di minuti e sarebbe arrivato a destinazione; dopo l’ultima galleria ecco apparire la sospirata stazione, il tempo di afferrare i bagagli e il convoglio, in un ultimo sussulto, si arrestò: era finalmente a Catania. Il piazzale della stazione era gremito da passeggeri che si accalcavano lungo i fianchi delle carrozze, alla ricerca di congiunti ed amici; quasi simultaneamente decine di finestrini venivano abbassati e popolati da visi eccitati che scrutavano la fiumana assiepata sulla banchina; dal piazzale e dai finestrini era una gara a farsi notare per ricongiungersi ai propri cari, il prima possibile. Jean, che per tempo si era portato verso l’uscita, pazientemente aspettava il suo turno per poter scendere dal treno, ma senza fretta. Per telefono infatti, aveva concordato con Enzo che si sarebbero incontrati in prossimità del bar interno alla stazione, per evitare l’inevitabile affollamento. Appena sulla porta, sostò per un attimo sul predellino della vettura, lanciando uno rapido sguardo per capire in che direzione si trovasse il luogo dell’incontro. Ci mise poco ad individuarlo; poi con passo deciso scese tra la folla e si diresse verso il bar. Senza tanta fatica si svincolò dalla calca e, con un ultimo scatto, si ritrovò fuori dalla folla vociante; allora gli fu facile scorgere, a circa una ventina di metri, il bar all’interno della stazione. Sulla porta si poteva notare un via vai di avventori e chi usciva, quasi sempre, portava tra le mani qualcosa: un arancino incartato a metà in un tovagliolo di carta bianca, pronto da addentare; un cannolo con un candito che faceva capolino dalla candida ricotta; i bambini con un invitante cono gelato tra le mani. Mentre si guardava attorno, una voce famigliare lo raggiunse e una mano alzata, agitata con gioia, catturò la sua attenzione: Enzo, sorridendo, lo chiamava a pochi passi da lui; Jean posò i suoi bagagli per terra e, con trasporto, rispose all’abbraccio dell’amico che si era prontamente avvicinato.«Bentornato in Sicilia, Jean».«Enzo, che gioia rivederti; sembra passato un secolo dall’ultima volta».«Appena sei mesi, mi pare» disse Enzo con un tono caldo di voce.Jean, con la sua tipica risatina, rispose allegramente: «Però, è un’eternità che non ci incontriamo nella tua terra».L’attenzione rivolta alla sua terra, fece brillare ancor di più il volto di Enzo; Jean, con la sua istintiva sensibilità, aveva subito pizzicato una delle corde preferite dall’amico: l’amore sconfinato per la Sicilia.Infatti, pur avendo girovagato - e spesso soggiornato – in Europa ed Africa, ad Enzo l’imprinting della sua terra era rimasto dentro; non di rado, in periodi difficili, il ricordo dell’ambiente natìo, a volte anche aspro, lo aveva aiutato a mitigare alcune delusioni. Il suono del suo dialetto gli infondeva orgoglio e coraggio, la musicalità naturale, retaggio della cultura popolare, lo emozionava; la cantilena delle parole arcaiche gli suscitava gioia ed ilarità. I tanti anni trascorsi lontano, intervallati da brevi ma continui ritorni, per nulla avevano inciso sulla capacità di relazionarsi con il dialetto valguarnerese: l’ottima conoscenza delle lingue straniere anzi, aveva sublimato l’appartenenza alla lingua dei suoi padri, idonea ad esprimere i sentimenti più intimi.Al rientro, dopo l’università e le varie destinazioni lavorative, il complimento degli amici che lo inorgogliva era sempre lo stesso: “Enzo, u carrap’pàn na t l’hai scurdàt! Macar ch hai stat luntàn r’stast un r nuàutr”. Questo era bello sentirselo dire; ogni volta che tornava, gli bastava superare Paparanza ed era come non essersi mai mosso da Valguarnera. Quest’ultimo pensiero, come un riflesso condizionato involontario, occupò un lasso di tempo brevissimo; ma l’attenzione verso l’amico restò alta. Avvertì in Jean l’intenzione di riprendere borsone e valigia ed allora, senza un attimo di esitazione, con vigore, unito ad un gesto di fraterna affabilità, gli sfilò di mano la valigia, sollevandola di peso.«Questa la prendo io!» disse con un ampio sorriso; poi aggiunse:«Ho la macchina parcheggiata proprio sul piazzale della stazione, una cinquantina di passi appena».«Grazie! sei sempre un ottimo padrone di casa, dopo tante ore di viaggio, incomincio a sentire un po’ di stanchezza, non vedo l’ora di darmi una rinfrescata» rispose Jean, mentre si guardava attorno con curiosità tergendosi, con la mano libera, qualche goccia di sudore dalla fronte: a quell’ora infatti il sole dell’estate siciliana non aveva pietà. Sotto la calura, la stazione era letteralmente percorsa da un chiacchierio altalenante e colorito, dove spiccava principalmente il dialetto catanese. Turisti come lui ce n’erano tanti, ma i richiami e le risposte concitate dei residenti erano decisamente sovrastanti: ogni ricongiungimento generava un vocìo che subito si confondeva con il successivo, senza soluzione di continuità. Come aveva fatto, qualche minuto prima Enzo, la maggior parte delle persone si sbracciava a recuperare i bagagli appena scaricati dal treno e accatastati sulla banchina; con carrelli e a forza di braccia si facevano carico del trasporto, sommergendo di convenevoli i nuovi arrivati, mentre allegramente cercavano di guadagnare l’uscita dalla stazione. L’eccezione si scorgeva nei turisti, fermi accanto alle valigie, un po’ frastornati e in attesa del servizio bagagli che li indirizzasse verso i taxi o il piazzale dei pullman. Mentre camminavano spalla a spalla Enzo si accorse che Jean, con svagatezza, si guardava attorno come se cercasse qualcosa o qualcuno; allora gli si fermò davanti e, tenendo con le due mani la valigia sospesa, disse: «Cerchi qualcuno o hai dimenticato qualcosa? Se non è niente di tutto ciò, allora hai bisogno di un caffè, casualmente c’è il bar dietro di noi». Jean non rispose subito e in quella breve pausa diede ancora un’ultima occhiata alla vettura lontana, dove aveva trascorso delle ore serene ed intense; poi prese con calore sottobraccio Enzo e, indirizzandolo verso l’entrata del bar, disse con la voce sfiorata da una punta di sincera emozione:«Oggi è il secondo caffè che condivido con un amico». Preso dall’entusiasmo del momento, Enzo non diede molto peso alle ultime parole pronunciate da Jean; il piacere della sua visita, unito a un buon caffè, lo elettrizzava. All’interno, la grande sala del bar era affollata da tanti avventori: chi alla cassa e chi al bancone; le persone sole erano sporadiche; la maggior parte di esse, infatti, formava piccoli gruppi che, tra un sorso e l’altro, si raccontava frammenti del viaggio appena concluso. Enzo, senza dire niente, si diresse verso la cassa e si mise in coda in attesa del suo turno. Si voltò verso Jean, e notò che quest’ultimo dava l’impressione di volerlo imitare; ma lui con un sorriso sornione, agitando l’indice fermò Jean; questi capendo e apprezzando la cortesia dell’amico desistette, lanciando un cenno d’intesa con la mano. Di colpo, Jean, si rese conto della sua leggerezza; sarebbe stato praticamente impossibile e poco cortese, offrire il caffè ad Enzo, proprio il giorno del suo arrivo in Sicilia. Nessun siciliano, anche se si fosse trattato solo di un conoscente, avrebbe permesso al suo ospite di mettersi la mano in tasca: era una nota di orgoglio e di soddisfazione personale. Non ci fu molto da aspettare; Enzo, sventolando da lontano lo scontrino, lo invitò verso il bancone, la cui parte bassa era piena di invitanti cibarie.«Spero di non aver commesso un errore; ho ordinato solo due caffè; che sbadato! Vuoi mangiare qualcosa? Scusami sono davvero imperdonabile, ci metto un attimo a rifare la coda» disse Enzo con una punta di rammarico.«Stai tranquillo ho già fatto colazione! La cosa che desidero è proprio un caffè, solo un buon caffè».Poi, quasi a canzonare affettuosamente l’amico, aggiunse:«Caro Enzo oramai la figuraccia l’hai fatta! Hai voluto risparmiare alle spalle di un vero amico!»Non finì la frase che, con un gesto fraterno, abbracciò Enzo e gli disse piano:«Grazie per avermi riportato in Sicilia dopo più di cinquant’anni, sono sicuro che sarà una bella vacanza».Enzo stava per aggiungere qualcosa, allorché risuonò la voce controllata del barista, tra il tintinnio delle tazzine:«Signori, ecco i caffè».Consumarono il rito del caffè in silenzio; solo un fugace accenno alla sua bontà. Non si soffermarono oltre; mancavano ancora un centinaio di chilometri prima di essere veramente a casa. Ripresa la valigia, Enzo indicò la seconda uscita del bar, che immetteva direttamente verso il parcheggio esterno della stazione. Appena fuori, furono abbagliati dalla luce del sole che dardeggiava alta nel cielo; Jean istintivamente alzò la mano per ripararsi gli occhi dall’improvvisa luminosità, mentre Enzo, con un gesto, gli indicò la sua macchina. Dopo aver sistemato con cura i bagagli di Jean, lo invitò ad accomodarsi: l’abitacolo era infuocato e ci voleva una buona dose di coraggio per entrarvi a cuor leggero. Quando entrambi furono dentro, Enzo per rassicurare l’amico, mentre metteva in moto disse:«Diamo ancora mezzo minuto di tempo a questa bagnarola e l’aria condizionata ci permetterà di fare un viaggio decente».«Non ti preoccupare Enzo, sono venuto in Sicilia anche per ritrovare questo splendido sole; e adesso che ci sono, posso sopportare, senza problemi, qualche piccolo disagio. Ho desiderato tanto essere qui con te, anche per chiarire una vecchia faccenda che mi riguarda».In un primo momento Enzo voleva chiedere di che cosa si trattasse ma, contagiato dal buonumore di Jean, rise e la loro risata si confuse con il rombo del motore; un attimo dopo si trovarono immersi nel traffico di Catania. Qualche centinaio di metri e si ritrovarono a costeggiare le enormi arcate del ponte che sostenevano la massicciata dei binari; sotto l’ombra di esse e, nella parte opposta della strada, bivaccavano un gran numero di bancarelle ricolme di frutta e verdura. I venditori, al passaggio delle auto, gridando nel loro colorito dialetto, decantavano la bontà della merce, rivolta principalmente alla catasta di angurie e meloni, che occupava parte dei marciapiedi. La cantilena del loro vociare arrivava ovattato dentro l’abitacolo, oramai inondato dall’aria fresca del condizionatore. Rilassato dal refrigerio, Enzo cominciava a sentirsi a suo agio, guidando con più distensione.«Com’ è andato il lungo viaggio? Nella fretta di tornare a casa, ho dimenticato di chiedertelo».Alla domanda dell’amico, Jean distolse la sua attenzione dalle bancarelle e dal traffico che gli girava intorno e, sistemandosi meglio sul sedile, esordì:«Il viaggio è stato abbastanza lungo, specialmente all’inizio: ripetuti rallentamenti e poche distrazioni nella penombra della cuccetta, in compagnia dei miei pensieri …»Stava per aggiungere qualcosa, ma si fermò. Guardò in lontananza verso il lembo di mare che si intravedeva alla sua sinistra, dove si potevano scorgere tante imbarcazioni ormeggiate al sole. Prima che riprendesse a parlare, intervenne Enzo:«Forse un viaggio in aereo sarebbe stato più comodo e veloce ma stranamente, per il tuo ritorno in Sicilia, hai scelto di entrarvi via terra! Poi mi dirai il perché: conoscendoti, ci deve essere una ragione …. sono sicuro che c’è».Le ultime parole di Enzo erano state pronunciate con curiosità, miste ad un leggera venatura di comprensione, per il lungo viaggio sopportato dall’amico. Jean, lanciandogli uno sguardo rapido d’intesa, accompagnato da un sorriso alquanto enigmatico, rispose all’amico:«Mio caro, dovresti sapere che quando si prende una decisione razionale, c’è sempre un perché; solo le emozioni si manifestano rapide e, quasi sempre, incontrollabili. Però, con mia grande soddisfazione, devo dirti comunque, che la mia scelta è stata emozionante ed ha portato frutti pieni di …»Si interruppe lasciando la frase a metà, fissò l’azzurro del cielo che si stagliava oltre il parabrezza.Enzo non disse niente: concesse, con affetto, la pausa che Jean si era ritagliata; sicuramente stava ripensando a qualche avvenimento delle passate ore. Oramai erano arrivati oltre la periferia di Catania e la verdeggiante pianura si estendeva a perdita d’occhio; bastava girarsi un po’ e alle loro spalle si ergeva, sulla città assolata, l’enorme cono dell’Etna, limpida, maestosa e silenziosa.«Facendo un lungo viaggio da soli, è abbastanza normale annoiarsi. Io non lo reputerei emozionante …»Mentre Enzo pronunciava quest’ultime parole, un pensiero gli balenò nella mente; d’istinto cercò di verificarlo subito per soddisfare la sua strisciante curiosità e, senza indugio, aggiunse:«Forse incomincio ad intuire qualcosa: il tuo viaggio si è fatto interessante lungo il suo percorso; ci ho azzeccato?»«Non sbagli affatto. Dopo la lunga notte, nelle prime ore del mattino, annoiato dal dormiveglia notturno, ho familiarizzato con il mio compagno di viaggio. La sera precedente, arrivando, l’avevo trovato già sistemato per la notte; un fugace saluto di cortesia, ed entrambi forse abbiamo pensato che, per una degna presentazione, sarebbe stato meglio rimandare al giorno dopo».Con queste ultime parole Jean ponderò, con una certa cura, se raccontare subito tutti i dettagli dell’incontro ad Enzo, o narrare i particolari del viaggio con più calma, dopo essersi liberato dall’eccitazione che ancora lo pervadeva. Senza alcun dubbio avrebbe detto tutto all’amico, riferendogli gli ultimi avvenimenti e affrontare il mistero che, da qualche mese, lo arrovellava. Di certo non era niente di grave ne di irreparabile, ma il non ricordarsi chiaramente avvenimenti passati della sua vita, un po’ lo irritava e il bisogno di sapere lo teneva, a tratti, inchiodato ai suoi pensieri, per lunghi minuti. Enzo, era ed, è l’amico fidato con il quale intavolare piacevoli ed animate discussioni, attraversate da scambi di opinioni, che spesso coincidevano; però, quando non si approdava ad una visione condivisa, un sorriso o un’occhiata maliziosa, rimandava ad un’altra volta. Il sentimento che li legava era troppo vero ed autentico per essere venato da ruggini inutili e pericolose. All’interno di una amicizia, senza secondi fini, perfino le divergenze aiutano a capire e a scavare dentro, perché sai che da quella persona non potrai ricevere alcun danno; magari delle critiche, dei consigli fastidiosi, ma mai del male. Per questa serie di considerazioni scelse, mentalmente, che sarebbe stato più conveniente affrontare il problema – ma poi era un problema? – e l’incontro avuto sul treno con Francesco, il giorno dopo. Con la coda dell’occhio notò che l’espressione di Enzo era assorta ma, conoscendolo a fondo, sapeva che era in attesa di scoprire qualcosa in più, un’ulteriore frase chiarificatrice. Dentro di sè aveva già deciso di aggiungere altri elementi che, sicuramente, avrebbero suscitato una certa curiosità in Enzo. Per Jean, questo prendere tempo, non era generato da secondi fini, e lui lo sapeva bene; voleva solamente prolungare dentro di sé le varie emozioni che, sviscerate e rese più coscienti, si sarebbero successivamente arricchite dai commenti di Enzo; e inevitabilmente, le emozioni sezionate e vagliate, avrebbero perduto un po’ di interiorità e di esclusivo possesso. Ciò poteva configurarsi come una latente vena di gelosia verso i sentimenti più profondi, ma in lui tutto questo svaniva di colpo nel momento in cui ne cominciava a parlare; il difficile era iniziare: Contemplari aliis tradere – partecipare agli altri i frutti della propria riflessione -, come insegnava Tommaso D’Aquino; l’importante è sempre con chi questi si condividono, mai con persone leggere e inaffidabili. «Il signore che ho conosciuto sul treno, in modo del tutto occasionale, mi ha molto colpito: forse siete voi siciliani che, per certi versi, a volte ci rubate l’anima …» A questa ultima sua battuta scoppiò in una risata liberatoria mostrando perfetti denti bianchi ed allineati. Enzo lo guardò con aria interrogativa, e non capiva se essere divertito o canzonato; tolse una mano dal volante e, con un veloce segno di croce a mezz’aria, lo compatì, lui che a credere era un po’ restìo; per entrambi quel segno fu più che eloquente, niente da aggiungere.«Sono sicuro che anche tu, conoscendolo, l’avresti ritenuta una persona interessante; Francesco, è un dottore in chimica che esercita in una grande azienda del nord, dove risiede da parecchi anni, e da quello che ho potuto capire, dai suoi accorati discorsi, ha un amore viscerale per la sua terra di origine».«Insomma un emigrante di lusso», rispose Enzo quasi distrattamente, mentre si accingeva ad imboccare l’autostrada che conduceva verso Palermo; «con le sue competenze professionali potrebbe trovare una soluzione per farvi ritorno, chi glielo impedisce?» La risposta di Jean non si fece attendere; non voleva perdere l’occasione per punzecchiare l’amico:«Facile a dirsi. E tu? Non sei un emigrante di lusso?»Non aspettò che Enzo aggiungesse altro, era inutile: ne avevano parlato da sempre. Conosceva bene il pensiero dell’amico. Fin da piccolo si era interessato ai problemi e ai bisogni dei più deboli, e aveva continuato ad occuparsi del sociale anche nell’ambito del suo lavoro: un inguaribile idealista con i piedi per terra. Questa riflessione occupò i pensieri di Jean solo per un breve momento, poi riprese a parlare con un timbro di voce pacato, ma deciso, come quando si racconta un fatto o un avvenimento che ci colpisce e nel farlo ci facciamo prendere e coinvolgere, provando un sottile piacere nel narrarlo:«Forse la ragione in più è stata sua moglie, che ama vivere ai piedi delle Alpi; così l’amore per la montagna, con il tempo, ha avuto il sopravvento e lo ha coinvolto a condividere questa passione.Considera anche che lavori di una certa competenza danno più soddisfazione in ambienti stimolanti, dove puoi esercitarli al meglio; di conseguenza il cambiamento diventa una strada poco percorribile. Ma ti racconterò tutto più tardi». Enzo annuì. Il sole, perpendicolare al parabrezza, gli dava un certo fastidio agli occhi costringendolo a fare molta attenzione alla guida, anche se il traffico autostradale siciliano era decisamente meno caotico rispetto a quello del nord. Adesso l’autostrada si allungava davanti ai loro occhi riverberati dal sole; in lontananza la calura della tarda mattinata, generava quel fenomeno che fa intravedere un tremolìo e un luccichìo che si alza dall’asfalto, aggiungendo un impercettibile movimento all’immobile orizzonte, che ti corre incontro; e tutto intorno, la smisurata distesa di agrumeti che ricopre la Piana di Catania, per chilometri e chilometri. Difficilmente un’occhiata veloce sarebbe riuscita a distinguere gli appezzamenti stretti gli uni agli altri: un mare verde che vibrava sotto il caldo sole, quando alcune folate di Scirocco lo investiva, accarezzandone foglie e frutti in via di maturazione. L’autostrada per diversi tratti corre sopra a bassi viadotti, la cui altezza non è paragonabile a quella vertiginosa dei ponti calabresi; lunghi filari di eucalipti costeggiano la carreggiata, regalando, per un attimo, l’illusione di una pausa dalla calura. Girando lo sguardo verso destra, subito si viene catturati dalla cima innevata del vulcano; città, campagna e mare sono ai suoi piedi; maestoso domina la Sicilia orientale, simbolo imprescindibile della regione. Tante volte ha fatto sentire la sua terribile voce, seminando paura e lutti. L’Etna è amata sicuramente da tutti gli isolani, che la rispettano considerandola come di famiglia, nel tentativo di esorcizzarne la paura, mai assopita completamente. Gli abitanti della zona s’inoltrano tra i suoi boschi, ricchi di castagneti, che ammantano parte dei suoi fianchi; in autunno, infatti, in tanti vanno a raccogliere i suoi frutti maturi, dedicandosi anche alla raccolta di funghi. I più volenterosi si spingono verso il rifugio Sapienza dove, con poca fatica, è possibile fare il giro dei crateri laterali, oramai spenti da tempo. I turisti che scelgono di visitarla, possono ammirare dalla sommità, nelle giornate terse, un panorama senza eguali, quando la bella terra di Sicilia si apre senza risparmiarsi,. «Non sono mai stato sull’Etna» disse Jean, quasi soprappensiero, mentre ammirava con interesse la cima del vulcano.«Considerala cosa fatta!» rispose prontamente Enzo, e poi, con voce piena d’affetto, aggiunse:«Per telefono non ti avevo detto niente, volevo che fosse una sorpresa; la tua visita sarà il pretesto per rivisitare e godere di alcune bellezze naturali, difficilmente frequentabili da soli; la carica che ti può dare una buona compagnia è talmente forte da sconfiggere qualsiasi pigrizia».«Ricordati che sono venuto principalmente per tuo padre e anche …»«Lo so! che vuoi dedicare a lui la maggior parte della tua breve vacanza ; ma qualche piccola gita la faremo, è desiderio di mio padre».«Sempre altruista e gentile il tuo vecchio!» Dopo quest’ultima battuta stettero di nuovo zitti; Enzo, concentrato nella guida e Jean, catturato dal paesaggio. Adesso che aveva familiarizzato con l’enorme distesa di aranceti, poteva mettere più a fuoco molti particolari: riusciva ad individuare tra essi i condotti per l’irrigazione, che apparivano e sparivano in mezzo agli alberi; piccoli corsi d’acqua che luccicavano tra canneti e macchie d’erba alta, spesso rinsecchita dal torrido caldo estivo. In lontananza, tra le piantagioni immerse completamente nel verde, spiccavano estesi spiazzi bianchi, sui quali sorgevano caratteristiche costruzioni rurali: abitazioni dei proprietari degli agrumeti. Alcune di esse, si differenziavano da tutte le altre perché presentavano un aspetto signorile e ricercato, certamente retaggio di un passato facoltoso dei signori i quali, solitamente, potevano disporre di gibbie – enormi fossati scavati nel terreno e circondati da bassi muri -, che servivano ad irrigare le piante nei periodi di siccità. Assorto e ammirato da tanta bellezza - frutto anche di duro lavoro - , ogni tanto Jean dava uno sguardo fugace alla strada che, dritta, si incuneava tra discontinue fila di eucalipti, posti lungo i lati della carreggiata. Non era certamente la famosa campagna senese, che ben conosceva; ma di certo suscitava, a chi ne sapeva cogliere la straordinaria bellezza, un senso di benessere per i sensi, rendendo lo spirito leggero e in sintonia con il paesaggio circostante.Mentre tutto l’interesse di Jean era assorbito dalla novità del paesaggio che gli scorreva velocemente sotto gli occhi, Enzo, dopo circa una mezz’oretta di guida, incominciava a sentirsi più tranquillo; il traffico, infatti, era decisamente limitato, poche auto e qualche camion; autoarticolati che giornalmente facevano la spola dal sud verso nord e viceversa, per la consegna di prodotti e materie prime. Così, Enzo, dopo alcuni minuti, ruppe il silenzio:«Beh! Allora vuoi dirmi qualcosa di quel dottore che hai incontrato sul treno? Il tuo esordio sulla sua persona mi ha molto incuriosito!» Jean guardò ancora per un attimo oltre il parabrezza e poi, schiarendosi la voce, disse:«E’ stato proprio uno strano incontro: inaspettato e piacevole; non avrei mai immaginato che si potessero affrontare discorsi riservati con una persona che si incontra per la prima volta. Tu che mi conosci bene, sai che amo conversare spesso su argomenti molto personali, ma sempre con amici che frequento da anni e mai con perfetti sconosciuti».«Questo lo so per certo! Infatti la mia curiosità nasce dal fatto che tu abbia accennato a questo incontro con una certa enfasi, lasciando trasparire un chiaro apprezzamento verso questo signore e rivelando che, già da subito, ti aveva colpito in modo decisamente favorevole».Mentre Enzo parlava Jean, fissando la strada che gli veniva incontro velocemente, si girò verso di lui e, con un leggero sorriso, disse:«Col dottor Piazzi, o per meglio dire con Francesco, fin da subito si è stabilita una spontanea e naturale empatia che mi ha piacevolmente conquistato».«Sono sicuro che non sei stato da meno, visto che la dialettica non ti fa difetto …»«Mi ha colpito il suo modo di parlare, il suo relazionarsi con me senza inutili pregiudizi, dimostrando da subito che ognuno di noi, indipendentemente dalla propria provenienza, può fare un pezzo di strada in compagnia, scambiandosi le esperienze come patrimonio da mettere insieme. Ripensando a questo incontro e per come si è svolto, proprio in questo momento mi sta passando per la mente una vecchia teoria che avevo letto nelle pagine di un libro, che potrei definire un po’esoterico. Uno dei concetti esposti trattava di reincarnazione e se non ricordo male, il concetto era il seguente: dava una suggestiva spiegazione del “colpo di fulmine” o per meglio dire dell’empatia che si viene a creare all’improvviso tra due individui, senza sforzo e del tutto casuale. Ciò è dovuto, secondo la teoria, ad una particolare forma di reincarnazione collettiva».«Reincarnazione collettiva?» interruppe Enzo divertito. «Mi spiego meglio con un esempio: se per disgrazia una mamma dovesse perdere il suo bambino, verrebbe negato ad entrambi il reciproco affetto ed allora, come risarcimento (per chi crede alla reincarnazione), le loro anime, in un tempo futuro, rinascerebbero in altri individui, magari di sesso diverso; poi durante un incontro casuale, potrebbe scoccare fra di loro una scintilla affettiva, come continuazione di quel percorso di vita drasticamente interrotto: insomma una seconda opportunità. Questa, anche se è una teoria suggestiva, dal punto di vista razionale dà una risposta alle diversità della nostra umana esistenza, compensando quello che, a causa di eventi sfavorevoli, viene negato dalla fatalità della vita. Però a sentire i veri credenti invece, il Creatore non userà simili sotterfugi per essere veramente imparziale; il vero Dio avrà modo di usare la sua Giustizia senza suggerimenti; ma la razionalità che ci ha donato, unita alla libertà, ci può, entro certi limiti, dare la possibilità di filosofare, andando alla ricerca della pallida idea del suo disegno». Jean chiuse il suo articolato discorso con trasporto, facendo una pausa per rivivere, mentalmente, al meglio l’esperienza delle ore appena trascorse. Da quando si era lasciato con Francesco ed era rimasto da solo nello scompartimento della vettura, aveva cercato di dare un filo logico all’incontro, ma alcuni aspetti restavano indecifrabili; ora ricordando quella vecchia teoria, era come se si fosse aperta una luce: in un lontano passato aveva subìto un torto dal destino? Forse la sua irrinunciabile razionalità doveva fare i conti con qualcos’altro? Aveva ragione Pascal in uno dei suoi pensieri? “Due eccessi: escludere la ragione, non ammettere che la ragione”». Distogliendo per un attimo la sua attenzione dalla strada, Enzo si girò verso l’amico e guardandolo con stupore, disse con voce sonante:«Accidenti! Se non ricordo male sei passato per Villa San Giovanni, non per Damasco!»«Vuoi prendermi in giro?» rispose Jean con un leggero sibilo, ma senza risentimento; forse l’amico aveva intuito parte del problema che, per il momento, neanche lui riusciva a capire appieno: aveva bisogno di riflettere. Troppe cose si erano susseguite in un breve lasso di tempo e, anche negli ultimi mesi, qualche avvisaglia si era manifestata timidamente.«Ma va! Non lo farei mai; le emozioni autentiche non debbono essere mai sottoposte ad inutili ironie.Piuttosto, mi pare di intravedere in te, dall’ultima volta che ci siamo visti, una lieve zona d’ombra che cerchi di chiarire. Sbaglio?» Come al solito, Enzo, si era rivelato l’amico sensibile che sapeva riconoscere i falsi sentimenti da quelli veri capaci, quest’ultimi, di dare una svolta alla propria vita e a migliorarla. L’osservazione sul suo “trascurabile” cambiamento gli era suonata come una specie di campanello: confermando ciò che anche lui sospettava da qualche mese. Questa sua breve vacanza, forse, stava trasformandosi in un viaggio capace di toccare parti intime dell’anima, ancora inesplorate; e l’incontro con Francesco ne aveva segnato l’inizio. Adesso il ritrovarsi con Enzo gli dava forza, sentiva che parlare con lui gli avrebbe procurato beneficio; nella loro lunghissima amicizia si erano confidati sempre tutto e, tante volte, era toccato a lui fare da guida. Presi dalla conversazione, avevano già percorso metà del loro viaggio; un centinaio di metri e sarebbero passati sotto il grosso condotto in cemento che sovrastava l’autostrada. Questo lungo parallelepipedo cavo, veniva utilizzato per portare acqua alle coltivazioni della Piana di Catania, ramificandosi in altrettanti condotti più piccoli. Superato il condotto, un occhio attento si rende conto che il paesaggio incomincia a cambiare: le distese di agrumeti si diradano, lasciando il posto a campi coltivati a cereali, che la mietitura estiva ha trasformato in terreni pieni di stoppie.La pianura, a mano a mano, si lascia conquistare da bassi rilievi collinari e, a qualche chilometro, nei pressi di Catenanuova, già è possibile intravedere in lontananza le prime timide colline giallo-ocra degli Erei, punteggiate da masserie assolate e isolate, con qualche albero a fare ombra di tanto in tanto. Gran parte di queste costruzioni, abbastanza similari, è tutto ciò che è rimasto dell’ambizioso piano agricolo per la regione siciliana, a partire dal ventennio fascista e continuato sino a cavallo degli anni cinquanta-sessanta. «Nella nostra conversazione», riprese Jean «ad un certo punto, venne introdotto l’argomento delle scelte personali e quali effetti possono causare su di noi e sugli altri; adesso che ripercorro parte di quel discorso, ricordo chiaramente che il tutto era partito da una scelta, fatta tanto tempo fa, da Francesco. Egli diceva che era una cosa molto frequente, sostenendo che tantissimi sottovalutano la portata che può avere sulle persone a noi vicine».«Argomento interessante e difficile da affrontare» disse Enzo mostrando interesse.«Come ben sai, un tema di tale portata è quasi inesauribile e, gioco forza, va a finire che si discute di qualche aspetto specifico che, senza rendersene conto, scivola in esempi concreti che ti toccano personalmente. A questo punto, o tronchi la conversazione glissando educatamente, oppure ti devi fidare del tuo interlocutore, considerandolo un “amico” con il quale confrontarsi, trovare soluzioni e risposte». «Presumo che avete parlato delle vostre rispettive esperienze, magari frutto di una scelta anziché di un’altra?» Jean sorrise con moderata soddisfazione, e dando un colpetto sul cruscotto, disse:«Hai proprio colto nel segno: abbiamo rivissuto, prima lui e poi io, alcune delle nostre esperienze trascorse che, secondo l’argomento trattato, potevano essere state influenzate dalla scelta del momento; in alcuni punti affioravano delle divergenze, ma in buona sostanza, entrambi convenivamo su quello che comunemente viene chiamato destino, totalmente determinato dalle nostre singole azioni che, concatenate con quelle degli altri, danno vita ad un infinito e variegato mondo di emozioni e di reazioni». A queste ultime parole, aspettò per un attimo la replica di Enzo; l’amico con un cenno della testa annuì e, con un eloquente gesto della mano, lo invitò a continuare il suo ragionamento.«Su di un punto eravamo perfettamente d’accordo: nelle nostre scelte personali, bisogna considerare, seriamente, gli eventuali danni che queste potrebbero arrecare agli altri; infatti è nelle relazioni tra persone, che viviamo la nostra esistenza; perciò, in una decisione importante, abbiamo il dovere di non pensare solo a noi, usando a sproposito una frase infelice: “ho il diritto di vivere la mia vita come voglio!” Io penso che ciascuno di noi ha il diritto di vivere pienamente le proprie emozioni e su questo non ho nessun dubbio; ma bisogna fare attenzione sulla decisione da prendere e che quest’ultima, non sia sconveniente per la maggior parte delle persone coinvolte. La scelta effettuata dovrà essere sorretta da principi eticamente corretti e, volendo esagerare, da una spiritualità cosciente da non scambiare con la buona educazione».«Spiritualità cosciente?» rispose con sorpresa Enzo, e di rimando aggiunse:«E tutta la tua razionalità?»«Della mia razionalità e, anche della tua, sicuramente ne riparleremo; come ti ho accennato prima qualche episodio, mi ha fatto riflettere; vuoi vedere che forse bisogna dare un po’ retta a Pascal?» Enzo, tenendo d’occhio la strada, lo guardava con un misto di stupore e di curiosità. L’amico Jean, questa volta, l’aveva disorientato e sorpreso; era sempre stato un uomo pratico e convinto di verificare tutto ciò che lo circondava. Solo per dialettica si avventurava in ragionamenti fideistici; aveva sempre considerato la religione come qualcosa di forzato, intrisa da un animismo tramandatogli dalla sua terra d’origine: Gesù, un grande uomo che aveva detto belle cose, ma niente di più. Jean gli aveva sempre raccontato che la nonna paterna, cristiana professante, fin da piccolo lo aveva spinto verso la fede; ma, con di delusione, aveva dovuto rinunciare ai suoi sforzi. La famiglia materna, invece, aveva avuto il sopravvento sulla fede: “credi nelle tue forze e potrai superare ogni ostacolo”, concetto decisamente diverso dal messaggio cristiano, che esorta invece a credere e ad affidarsi nelle mani di Dio. «Forse Francesco, attraverso qualche suo ragionamento, mi ha fatto riflettere su ciò che stava già affiorando dal mio inconscio; chissà!»«Inconscio? Adesso non tirerai fuori Freud o Jung?» disse Enzo sempre più eccitato.«Ma no! Stai tranquillo il nostro livello di conversazione non è stato complicato; pur spingendoci in argomenti personali, non abbiamo mai varcato la soglia dell’intimità più profonda. Però per un momento mi sono convinto che certi temi, adeguatamente incanalati, possono indagare sul nostro inconscio e - come sostiene Jung, se ho capito bene il suo pensiero – far emergere quegli archetipi che abitano nel profondo e che ci rendono, in parte, uguali. Nella vita di tutti i giorni, presi dai problemi quotidiani, di sicuro trascuriamo una parte importate di noi, dove risiedono i sentimenti più forti e le emozioni più autentiche. Non ci rendiamo contro di tralasciare l’altra parte che chiede di venire fuori per completare il nostro essere uomini, capaci di cogliere interamente la realtà che ci circonda, ed allora all’inconscio, mondo sconosciuto ai più, non rimane che farsi strada nelle ore di sonno profondo, quando abbassiamo un po’ la guardia. Esso si sforza di lanciarci messaggi sotto forma di sogni, ma è una lotta difficile. Spesso al mattino, escludendo le persone che ci vogliono fare qualche soldo al lotto, o non vengono ricordati, o liquidati frettolosamente come divagazioni cerebrali notturne». Il sole era quasi giunto allo zenit e il suolo circostante brillava di steli recisi. Un tappeto di tonalità che andava dal giallo-ocra al marrone, intervallato da estese aree scure, dovute alla bruciatura dei residui della mietitura, tecnica antica usata dai contadini per arricchire il terreno di elementi nutritivi.«Vuoi farmi capire che i nostri sogni sono messaggi in codice del nostro inconscio? Non ho mai approfondito questo argomento e poi, in buona sostanza, i sogni non si assomigliano un po’ tutti?Per quel che mi ricordo, lo stesso studioso affermava che sono archetipi condivisi lungo la nostra evoluzione».«Forse dimentichi che Jung, quando parla di messaggi dell’inconscio, si riferisce ai sogni ricorrenti che certe volte ci perseguitano, senza tregua. Penso che ognuno di noi abbia sperimentato questo; non ti nascondo che anch’io, negli ultimi tempi, spesso ne faccio uno ed è particolarmente insistente. Tutti noi tendiamo ad ignorali; infatti, una sottile paura, come la lama di un coltello, ci suggerisce di non addentrarci troppo: abbiamo il fondato sospetto di trovare qualcosa che potrebbe non piacerci, come nel finale del film degli anni settanta: Il pianeta delle scimmie». Con un sorrisetto malizioso e accompagnato da una strana voce tremula, Enzo riportò l’argomento sui binari dell’intimità cosciente:«Rovistare negli armadi bui e pieni di scheletri, potrebbe diventare pericoloso se non si è abbastanza accorti e preparati a tutto: senza dimenticare che, se in questo luogo, vi entrasse un estraneo, tutto potrebbe diventare di colpo incontrollabile».«Io non penso che si tratti solo di scheletri o di angoli oscuri …», Jean si interruppe per riprendere un po’ di fiato; voleva affrontare con lucidità l’emozione che, nella mattinata appena trascorsa, lo aveva quasi investito; una fugace occhiata alla strada e poi riprese:«Non sempre nell’inconscio trovi scheletri, talvolta, sorprendentemente, puoi trovarci delle cose che avevi conservato nell’attesa di riappropriartene per riviverle, ma che spesso rimangono in penombra, sprofondati nell’oblìo: dimenticate per fare posto all’incalzante presente, che ci spinge sempre verso nuove frontiere emotive. Mio caro amico, anche in luoghi oscuri e poco frequentati, dimorano ricordi antichi, nobilitati da emozioni autentiche; mai perse, semmai assopite». Enfatizzando le ultime parole, Jean tacque; assaporò con gusto quest’ultima emozione: qualsiasi commento sarebbe stato inopportuno. Conoscendo bene il suo amico, Enzo non aggiunse altro; lasciò che il monotono rumore del motore tenesse sospese le sensazioni.Poi improvvisamente, in quella sorta di limbo momentaneo, gli venne in mente – anche se non riusciva al momento a capirne il nesso – di quella volta, quando, seduto nello studio di un architetto, in attesa del suo turno, fosse stato attratto da un quadro di Kandinskij. L’opera, pur essendo una copia, faceva bella mostra su un’ampia parete di un tenue arancione pastello. Enzo era un amante dell’arte e spesso, anche per motivi collegati al suo lavoro, frequentava gallerie e pinacoteche, pur non essendo un vero esperto di pittura. Era sempre stato affascinato dal bello e dalle cose armoniche; invidiava la maestrìa degli artisti e la capacità espressiva che trasmettevano, suscitando, con le loro opere, profonde emozioni. L’arte moderna non era il suo forte; forse gli era mancata la guida giusta per entrare coscientemente in quel mondo, pervaso da figure strane e dall’accostamento inusuale dei colori: il più delle volte, quell’astrattismo lo aveva disorientato, non ci aveva capito nulla; poi, però riflettendoci sopra, si era convinto che non era adeguatamente preparato per capire a fondo tale espressione. Seduto comodamente sulla sedia, per ingannare il tempo dell’attesa, fissò ripetutamente la riproduzione del quadro; prima distrattamente e poi sempre con più attenzione. Comunque si sforzasse, non gli riusciva di cogliere né lo spirito né il significato: linee che si rincorrevano da tutte le parti sul foglio bianco, figure geometriche colorate grossolanamente, senza nessuna cura o precisione; con un moto di scoramento, pensò: ”potrò mai capire questo tipo di arte?” Poi un’ultima occhiata ed ebbe come un’illuminazione; ad un tratto tutto gli apparve chiaro. Pur non continuando a capire a fondo cosa volesse esprimere l’opera, all’improvviso, fissando la stampa con gli occhi a fessura, per la prima volta ebbe la sensazione forte ed intima di vederla nella sua totalità: in quel quadro ogni cosa era al suo posto, ogni singolo elemento doveva trovarsi proprio dove stava, fosse linea, figura geometrica o colore. Non sarebbe stato possibile togliere da esso neanche una righina, una pennellata di colore, tutto era in equilibrio: un magico equilibrio. Soddisfatto, con un sorriso impalpabile e silenzioso, pensò che per una volta era riuscito, magari inconsciamente, a capire il messaggio dell’autore, e ciò che gli occhi da soli non erano riusciti a penetrare, era stato percepito dall’intervento dell’io che, se ascoltato attentamente, è capace di regalarci profonde ed appaganti emozioni. Parallelamente era quello che stava accadendo, in quel preciso momento, in macchina; il tutto restava sospeso e incredibilmente al posto giusto: niente da aggiungere né da togliere. Enzo diede uno sguardo allo specchietto retrovisore e poté intravedere in lontananza e in bella fila, come i famosi alberi di Bolgheri, decine e decine di altissime colonne in metallo che sorreggevano ciascuna una pala eolica; era l’energia pulita fornita dal vento. Arrivando da Catania, a sinistra, le piccole alture dell’estrema Piana di Catania, erano disseminate da questi impianti.Ora, davanti ai loro occhi il paesaggio si presentava decisamente più brullo; l’autostrada si inoltrava sicura verso la catena collinare degli Erei, che prendevano altitudine in lontananza. Sul terreno grosse pietre calcaree facevano capolino tra l’erba alta e spinosa, seccata dalla torrida estate siciliana; a grande distanza, alcune cime collinari presentavano una caratteristica cresta rocciosa.Allo svincolo autostradale di Agira l’inconfondibile sagoma di Enna, alta e maestosa, che arroccata a quasi mille metri, dominava la valle del Dittaino; alla luce abbagliante del mezzogiorno, dalla sua posizione elevata sembrava ergersi, con arroganza, sulle colline circostanti.«Una mezz’oretta e saremo a casa» disse Enzo con voce anonima, ancora immerso nei suoi pensieri.«Beh! Tutto sommato il viaggio in treno non è stato così massacrante, di sicuro non sono mancati gli stimoli» rispose Jean allegramente poi, fece una breve pausa e riprese il discorso lasciato a metà, dicendo:«Oggi senza volerlo, grazie all’argomento intavolato con Francesco, forse in parte mi sono riappropriato di qualche briciola del lontanissimo soggiorno siciliano». «Sai non avevo mai considerato questo tuo lato sentimentale per il lontano passato!»Jean guardò Enzo con aria interrogativa, lo squadrò dall’alto verso il basso e, con piglio quasi risentito, disse: «Credevo che mi conoscessi a fondo! Sicuramente preferisco vivere con i piedi nel presente e non rimuginare troppo sulle cose passate, ma è anche vero che non intendo perderne il contatto perché in parte, esse possono venirci in aiuto e rammentarci qualcosa di importante. Invece per tutto quello che riguarda gli affetti più cari, sono certo che sarebbe un errore grossolano dimenticarsi da dove proveniamo, rischiando di perdere la nostra vera identità. In generale, ciò che siamo e abbiamo costruito, non deve causare impedimento nelle relazioni con gli altri; abbiamo il dovere di liberarci dallo strisciante integralismo, compreso quello intellettuale. Ho sempre apprezzato la frase pronunciata da Giovanni XXIII°: “Quando incontri qualcuno, non chiedergli da dove viene, chiedigli dove va ...” Ultimamente, forse, è qualcosa che mi sta coinvolgendo sempre di più».«Ma va! Sai che non volevo offenderti, avrai certamente capito che la mia battuta, un po’ pellegrina, serviva solamente a farti tirare fuori il rospo. Conosco il tuo interesse per la storia dei popoli, specificatamente ai loro costumi ed usanze». Pronunciate le ultime parole con trasporto, Enzo azionò la freccia per uscire dall’autostrada e imboccare la statale; davanti ai loro occhi si apriva la valle del Dittaino. Ad intermittenza irregolare, appariva Enna, nascosta dalle ripetute depressioni dell’ultima parte della pianura e dalle colline che, in certi punti, sovrastavano la carreggiata. La strada si snodava per alcuni chilometri tra le colline, mostrando un paesaggio senza tanti cambiamenti, quasi monotono; alla fine, in una zona pianeggiante, incontrarono la famosa zona industriale attraversata dal Dittaino, l’antico Chrysas, piccolo fiume che, nella calda estate, scompare quasi totalmente fra i canneti e la macchia mediterranea. Buona parte dell’area, ai lati della strada, era occupata da svariati capannoni industriali, pochi quelli veramente operativi; purtroppo, quello che doveva portare benessere e lavoro nell’ennese, ardeva sotto i raggi del sole senza pietà. Ma la causa del fallimento parziale del progetto, non può essere solo imputato ai 40° e più dell’estate siciliana ma, per quel che si dice, più per certi inconfessabili intrallazzi.«Eccoci in mezzo alla zona industriale, vanto degli amministratori locali e non», borbottò Enzo.Con sorrisetto di intesa, Jean, allegramente rispose:«Se non ricordo male questo dovrebbe essere il polo tanto decantato e mai decollato, me ne hai ampiamente parlato tanto tempo fa. Mi hai anche detto che fra qualche anno, dovrebbe sorgere un outlet: tutto al fresco!» e chiuse la frase con una sonora risata. «Queste sono notizie ancora tutte da verificare. Piuttosto, con calma, vorrei che mi chiarissi il concetto di prima, perche se debbo essere sincero, ci ho capito poco o niente» disse con leggerezza e una punta di sottintesa curiosità.«Scusami Enzo ma, nella foga di raccontarti tutto e subito, ne ho fatto una marmellata e ti confesso che anch’io ho bisogno di annodare i tanti fili che pendono. Stavolta dovrò utilizzare tutta la mia razionalità per farlo e, se sarà necessario, farmi affascinare dai sentimenti. Ho sempre saputo, che in certe stagioni della vita quasi tutti, almeno gli onesti con sé stessi, s’imbattono in un bivio che richiede un’attenta riflessione, stento a credere come ciò potesse accadere in questo modo anche a me». A queste ultime parole, entrambi gli amici preferirono non aggiungere nient’altro sull’argomento, che sicuramente necessitava un ulteriore approfondimento, ma non subito.«Guarda là in lontananza» disse Enzo indicando con la mano tesa verso sinistra. «Osserva in cima alle colline quella piccola catena di rocce biancastre con striature scure».«Si la vedo, ha un nome?».«Si!» rispose prontamente Enzo «noi le chiamiamo Rocche di Castano; oltre quelle alture c’è quello che resta del Castello di Gresti; ti posso assicurare che è un posto molto suggestivo: un enorme costone di roccia conficcato a lama nel terreno dove, intorno al mille, venne costruito un fortilizio che controllava ampiamente tutto il circondario».«Non ricordo di averlo mai sentito nominare, ma quello che mi hai detto mi incuriosisce molto; è possibile visitarlo?»«Purtroppo la strada per arrivarci è quasi scomparsa, nessuna manutenzione; è rimasto decisamente fuori da qualsiasi circuito turistico, per colpa nostra s’intende. E’ un vero peccato far scomparire un sito così, senza far niente, dimenticandolo semplicemente; ma non dispero di poterlo esplorare un giorno con te e insieme a qualche altro amico».«Promesso?»«Farò del mio meglio» rispose con certezza Enzo. Superata la zona industriale, Jean si mise ad osservare i tanti casolari isolati e qualche gregge di pecore, capre e vacche; notò però che i bovini erano pochi. Rimase alquanto interessato dall’ambiente circostante dominato da un giallo intenso, quasi arso; gli alberi erano rari e solitari, a sentinella delle vecchie case coloniche, confondendosi nella luce abbagliante del sole, tutto sembrava come cristallizzato in suggestivi dipinti ottocenteschi, dando l’impressione di essere immobile, conscio della sua naturale bellezza. Poi, dopo un paio di curve, apparve quasi all’improvviso un grande viadotto che sovrastava la strada; alcuni cartelli scoloriti indicavano le varie località raggiungibili; sul lato destro, adesso Enna era veramente inarrivabile: in alto spiccavano il Castello di Lombardia e la Rocca di Cerere.Un minuto dopo Enzo sterzò verso destra ed imboccò la rampa che, con una discreta salita, immetteva sul viadotto; quest’ultimo, continuando, andava ad incunearsi tra quella che doveva essere stata una collinetta, dividendola a metà.«Non vedo l’ora di fare una doccia e bere qualcosa di fresco» disse Enzo quasi soprappensiero.«Io opterei per un buon caffè freddo!»«Quello lo troviamo di sicuro; il caffè freddo è un piccolo piacere che mio padre coltiva da tantissimi anni. In estate, nel primo pomeriggio, dopo la canonica pennichella, quasi come un rito ne sorseggia mezza tazzina. Mio padre sostiene che è come svegliarsi una seconda volta, insomma due mattine nello stesso giorno, ma posso assicurati che nemmeno lui ci crede; è un modo ironico per permettersi due caffè nello spazio di alcune ore».A questa ultima battuta, Jean rise soddisfatto pregustando già l’atmosfera piacevole che avrebbe vissuto durante il suo soggiorno. Arrivati in cima alla salita, l’auto si avviò celermente verso la discesa che conduceva verso Paparanza; passarono nei pressi della vecchia sottostazione dell’ENEL, solitaria e silenziosa; davanti ai loro occhi l’ultima serie di curve per arrivare in paese, in cima già facevano capolino le prime case e il vecchio acquedotto municipale; dopo un paio di minuti apparve anche l’enorme croce di ferro che domina il quartiere di san Giuseppe. Superato l’ultimo curvone, sulla destra tra gli alberi, si intravedeva il Boccone del povero, fondato dal beato Cusmano , struttura che attualmente ospita anziani soli; sulla sinistra, più in giù di qualche metro, sul livello della strada, il cimitero, circondato da un lungo muro in muratura e cemento. Proseguendo nella stessa direzione la strada confluisce nella circonvallazione, area che decenni fa era attraversata dai binari della ferrovia Dittaino-Caltagirone. Senza indugio Enzo svoltò a sinistra e, costeggiando il muro del cimitero, entrò in paese. Dopo quasi cinquant’anni ancora un nero a Valguarnera. Capitolo 3VALGUARNERA CAROPEPE«Pasta con le melanzane?»«Paracara, quelle delle nostre parti», rispose prontamente il dottor Ottavio, padre di Enzo.«Suppongo che questo termine dialettale, alquanto difficile da pronunciare per me, si riferisca alla particolare varietà dell’ortaggio», disse Jean, iniziando ad abbinare con perizia pasta e pezzetti di melanzana, rossi di sugo. Al rinnovato buon appetito, tutti i commensali portarono, quasi contemporaneamente, le loro forchette alla bocca; ciascuno di loro, con soddisfazione, assaporò il primo boccone: i siciliani riappropriandosi del gusto della loro antica ricetta e Jean che, masticando con misurata lentezza, ne coglieva l’equilibrio dei sapori. Per quel che ricordava non aveva mai assaggiato quella pietanza preparata da una siciliana, ma non ne era completamente sicuro; quel sapore, a tratti, gli ricordava una lontana sensazione. Per un po’, in tavola regnò un piacevole silenzio, interrotto solamente dagli impercettibili colpetti che i rebbi delle forchette producevano nell’infilzare maccheroni e condimento. Nell’ampia cucina, accogliente, ordinata e sobriamente arredata, sedevano i genitori di Enzo; al fianco di Jean si era accomodata Graziella, la mamma di Enzo; a capotavola sedeva il dottor Ottavio.«Ne vuoi ancora Jean? Noto dalla tua espressione che l’hai gradita!» disse con soddisfazione Graziella, mentre rigirava la schiumarola dentro il grosso piatto da portata, non ancora del tutto vuoto che giaceva al centro del tavolo.«Grazie, ma non vorrei esagerare...», si interruppe e, vedendo che era diventato il centro dell’attenzione, cortesemente, aggiunse:«Però è talmente buona che sarebbe un peccato non fare il bis».«Bravo» disse Enzo, mentre con la forchetta rovistava dentro al piatto da portata alla ricerca di qualche altro pezzo di melanzana.«Hai ragione Enzo, quando mi capiterà più l’occasione di gustare la pasta alla Norma della signora Graziella?»Quest’ultime parole furono accompagnate da una risata generale. Con perizia la mamma di Enzo gli servì ancora dei maccheroni e poi, notando i tentativi del figlio attorno al piatto, ne allungò un po’ anche a lui, invitandoli a spolverarli con la ricotta salata.«Sono contento di poter condividere con semplicità questo momento» disse il dottor Ottavio, con voce bassa e leggermente affaticata, «mia moglie voleva servire il pranzo nella sala, ma sia io che Enzo abbiamo insistito affinché il pasto venisse consumato in cucina, in quanto ti consideriamo uno di famiglia». «Vi posso assicurare che è tutto perfetto; vi ringrazio, mi sento veramente a casa». Jean era a conoscenza del precario stato di salute del papà di Enzo, infatti era stata una delle ragioni del suo viaggio in Sicilia. Al suo arrivo, preso dai soliti convenevoli, non aveva avuto il tempo di approfondire le condizioni fisiche di Ottavio perché, essendo arrivati da Catania un po’ in ritardo, il pranzo era pronto per essere servito. Adesso che si era rilassato, si sforzava di trovare l’espressione più giusta e adeguata per chiedergli come stesse. Negli anni passati, tra telefonate e rapporti epistolari, tra di loro c’era stato un continuo scambio di notizie, relative alla quotidianità familiare.Il dottor Ottavio aveva lungamente esercitato il mestiere di medico condotto a Valguarnera, coltivando, tra le altre cose, la passione per la storia. Sua moglie Graziella, dopo oltre trent’anni di insegnamento, si divideva tra la casa e i nipotini, non trascurando la lettura di grandi autori; non di rado, nelle loro lettere, si erano scambiati consigli su libri che li avevano colpiti nel profondo. In quegli anni, quando non esisteva la posta elettronica, l’invio di lettere era abbastanza diffuso; era un modo per comunicarsi sensazioni e sentimenti; si potevano trattare argomenti delicati, senza l’imbarazzo della presenza altrui. Ciò non è da intendere come segno di vigliaccheria, bensì come un modo per chiarirsi dentro e comunicare, alla persona cara, le proprie emozioni e qualche volta le proprie insicurezze. Per centinaia di anni, il rapporto epistolare è servito ad ammettere inconfessabili stati d’animo, scambi di pensieri e punti di vista personali, senza sottovalutare le bellissime e struggenti lettere d’amore; solo alcune di esse potevano considerarsi misteriose, come quella che aveva ricevuto lui ultimamente. Jean versò un cucchiaino di zucchero nel caffè; lo girò per un po’ per scioglierlo completamente e, rivolgendosi al dottore, disse:«Ottavio, ti trovo in discreta forma, il brutto momento sembra essere oramai passato».La frase informale gli permise di affrontare l’argomento, che sapeva essere molto più complicato di quel che appariva. Si era rivolto dandogli del tu, era una cortesia che Ottavio gli aveva concesso tanti anni prima, e lui la considerava un grande onore, segno di stima e affettuosità.Ottavio, fissando la sua tazzina, con voce flebile e mista ad un po’ di emozione, rispose:«Mio caro Jean, voi tutti mi coccolate e ve ne sono grato, ma non dimenticate che, pur non essendo un luminare, sono stato un buon medico e…»«Proprio per questa ragione dovresti avere più coraggio ed essere il primo a capire che le cose si stanno mettendo al meglio» incalzò con una punta di sarcasmo Graziella.«Mia cara, di coraggio ne ho un cufìn,» e rivolgendosi a Jean, precisò «volevo dire un cesto grosso».«Hai fatto bene ad usare questo termine, quando si tratta di fatti intimi, la parola dialettale è la più autentica e la più esplicativa per esprimere il proprio sentimento. Mi piace sentire pronunciare alcune di queste parole, però per le più difficili pretendo la traduzione simultanea» e finì ridendo, addolcendo così quel momento difficile che procurava ancora angoscia e dolore. Ottavio dopo quella battuta, che alleggerì il tono della conversazione, riprese a parlare con più serenità:«Ho passato momenti veramente difficili; sapevo che la malattia, pur non essendo mortale, mi poteva creare invalidità e costringermi a dipendere da altri; questa condizione, inconsciamente, può creare intimamente dei problemi».«Nella gioia e nella malattia» disse, con tono cattedratico, Graziella. «Già! ma avrei preferito che le cose fossero andate diversamente. Comunque non mi lamento, alla mia età posso sopportare, con una certa sufficienza, questo mio problema: mi sorregge la famiglia capace di darmi sostegno a 360 gradi, e per questo non smetterò mai di ringraziarla». Mentre parlava, la commozione gli prese la mano e per minimizzarla, sorseggiò il suo caffè. Enzo per la sua innata sensibilità, durante tutto il pranzo, aveva parlato poco; aveva voluto lasciare Jean e i suoi genitori liberi di raccontarsi gli avvenimenti importanti, accaduti loro negli ultimi anni. Del resto l’amico, era venuto per una visita ai suoi e lui, nei giorni seguenti, avrebbe avuto tutto il tempo per condividere la breve vacanza in allegria con Jean. In tavola tutti avevano percepito la commozione di Ottavio e ognuno di loro era alla ricerca delle parole giuste per portare il discorso su un altro binario: quello della serenità.Il primo a rompere il leggero imbarazzo fu Enzo, che esordì dicendo:«Sai papà ho promesso a Jean di fargli visitare il Castello di Gresti!»«Il Castello di Pietratagliata!» rispose con misurata sufficienza Ottavio.«Hai ragione papà, ho utilizzato il termine che comunemente viene usato in paese, ma la sua vera denominazione è quella che, da storico consumato, hai dato tu. Pensavo di andarci tra un paio di giorni».«Non pensi che sia un po’ prematuro? Jean vorrà riposarsi un po’prima di rimettersi in viaggio» interruppe con vena materna Graziella.Jean diede un rapido sguardo all’amico che, con un impercettibile segno, gli fece capire le sue intenzioni.«Fra qualche giorno va bene; i giorni da trascorrere insieme sono veramente pochi e poi il mio viaggio non è stato così pesante».«Allora è deciso; nel tardo pomeriggio vedo di ricontattare un vecchio amico, m ava paràt già i lazz, e se tutto sarà confermato la gita è cosa fatta». L’espressione dialettale colorita fece sorridere tutti, compreso Jean che usufruì della pronta traduzione di Enzo. Ottavio e sua moglie, con un cenno d’intesa si guardarono e, manifestando il loro benevolo assenso, li invitarono ad andare a riposarsi almeno un’oretta sul divano. Jean si sentiva veramente un po’ stanco, complice anche l’ottimo pranzo di Graziella e accettò volentieri l’invito a distendersi sull’accogliente poltrona del salotto. Enzo, dopo aver accompagnato Jean, tornò in cucina dai genitori; c’erano ancora alcune cose da sistemare per rendere più confortevole il soggiorno dell’amico. Rimasto da solo, Jean chiuse gli occhi rivivendo le ultime ore, come in un atipico caleidoscopio, riconoscendo che troppi fatti si erano accavallati e sovrapposti senza dargli il tempo di analizzarli “a suo modo”. Aveva sempre avuto la capacità di dominare con agevolezza, anche forti emozioni; la prima parte della sua vita glielo aveva a tratti imposto; alle inevitabili difficoltà non si era mai arreso facilmente. Negli ultimi anni, nell’agiata maturità, con una certa frequenza gli capitava di appiattirsi e, per una subdola e inspiegabile passività, lasciava correre. Questo leggero cambiamento su alcune vecchie certezze, era stato argomento di discussione con sua moglie; ma lui, schernendosi con un sorriso amaro, ribatteva che poteva trattarsi di vecchiaia: oramai era vicino ai sessanta. Poi con cipiglio, diceva che erano solo episodi che la sua grinta, sostenuta da una sempre presente razionalità, costituiva ancora l’ossatura della sua forte personalità: carattere forgiato dalle difficoltà che fin da giovane aveva dovuto superare per uscire da situazioni precarie, non necessariamente di tipo economico – la sua famiglia era tutt’altro che indigente – ma da ripetuti cambi di luoghi che spesso, per stupido razzismo, gli avevano sbattuto in faccia la sua diversità. Ora pienamente rilassato, le gambe allungate sul morbido tappeto e le braccia incrociate sotto la nuca poteva, di nuovo padrone di se stesso, mettere in fila e affrontare gli ultimi avvenimenti. La forte emozione provata durante la traversata dello Stretto di Messina, lo aveva scosso. La polvere che continuava a sollevarsi da avvenimenti dimenticati e l’incombente spiritualità, la meno conosciuta, non ammettevano rimandi o inutili ipocrisie. Adesso gli appariva chiaro dover riportare la sua esistenza su una strada conosciuta, relazionandola però alla nuova presa di coscienza; e per riuscirci doveva illuminare quella parte di sé che aveva trascurato e che cercava di affiorare dal profondo, per permettergli di riprendere il cammino senza sbandamenti. Non aveva insistito con sua moglie nell’accompagnarlo in questo viaggio, perché da subito aveva percepito, nel suo intimo, che qualcosa di sconosciuto e di grande stava subentrando in lui. Era un problema che, in prima battuta, voleva affrontare da solo, lontano dal suo ambiente, per capire che non si trattasse di una vana infatuazione; la sua razionalità lo esigeva, senza sconti. La stanchezza e l’accavallarsi di tanti interrogativi, ebbero alla fine il sopravvento e un leggero torpore lo prese. Non fece né sogni, né incubi; solo un piacevole momento di riposo e di abbandono. Non passò neanche un’ora, e Jean riaprì gli occhi. In un primo momento, nella penombra del salotto, ebbe un leggero senso di sbandamento; per una ventina di minuti il sonno era stato profondo, ma subito ebbe la percezione di dove si trovava e stiracchiandosi, si alzò. Ci mise poco ad abituarsi alla semioscurità della stanza; si avvicinò alla grande libreria che occupava interamente la parete; alcuni ripiani erano stipati da annate complete di “Storia Illustrata”. Ne sfiorò con le dita il dorso e il suo pensiero andò ad Ottavio e alla sua passione per la storia. Scorse sulla costa qualche titolo a caso e notò che spesso, gli argomenti trattati, abbracciavano avvenimenti di centinaia di anni; ed allora un pensiero lo sfiorò: quanti anni erano passati dall’ultimo suo soggiorno! Sicuramente tanti ed avevano trasformato quel bambino in un uomo maturo; maturità che, ultimamente sempre più insistentemente, metteva in discussione alcune sue certezze. Di fronte alla libreria, una grande finestra socchiusa faceva filtrare i raggi del sole, ancora vigorosi, nonostante l’inoltrata ora pomeridiana; vi si diresse, cercando di evitare qualsiasi rumore; con delicatezza scostò un’anta e vi tuffò lo sguardo. In un primo momento la luminosità, che contrastava con la penombra della stanza, gli fece sbattere le palpebre, ma fu quasi un riflesso, senza fatica si abituò alla luce del giorno. La finestra era situata al secondo piano e si affacciava sulla strada; adiacente ad essa c’era un piccolo slargo che ne ampliava la visuale. Il tutto dava l’idea di una piazzetta a forma triangolare, assediata da caseggiati fitti, da dove si diramavano altre stradine. Quella visione improvvisa, stranamente gli apparve familiare, come a ricordargli qualcosa di visto; già provato. Vi erano parcheggiate molte auto, non proprio in perfetto ordine; aveva notato situazioni più selvagge, in altri posti. Mentre era intento a focalizzare meglio l’immagine, il rumore improvviso e fastidioso di una marmitta da sistemare colpì violentemente i suoi orecchi; istintivamente girò lo sguardo verso la provenienza del frastuono. Scorse alla guida di una macchina un giovanotto che, incurante del fastidio che poteva procurare, sfrecciava spericolatamente con lo stereo a palla, dileguandosi dietro un isolato, ad una cinquantina di metri. Questa azione venne seguita, quasi subito, dal passaggio di altre auto, a velocità moderata ed allora si rese conto che la strada, negli anni, era cambiata: da via di periferia si era trasformata in strada ad alto traffico. Riflettendo, ciò gli sembrò decisamente logico; anche Valguarnera, dopo più di cinquant’anni, aveva subìto, nel bene e nel male, profondi cambiamenti. Per quel che ricordava quello spicchio di quartiere, nei lontani anni ’50 e ’60, era libero dal traffico: qualche “Vespa”, un’ “Ape” e qualche rarissima automobile. Questa improvvisa proiezione dal passato lo portò, quasi automaticamente, a cercare di eliminare dalla piazzetta tutti gli elementi che ne ostacolavano l’antico scenario; il desiderio di rivedere quell’angolo com’era tantissimi anni prima, lo pervase e lo spinse ad un ulteriore sforzo di memoria. L’unica cosa che gli venne in mente, fu la terra battuta che copriva il piccolo spiazzo; ma non gli riuscì di rivedere, nella sua forma originaria, l’attuale strada asfaltata. Jean, rimase ancora qualche minuto a contemplare quell’angolo di quartiere. In un primo momento i ricordi stentavano a farsi vivi; ma una strana sensazione, poco alla volta, incominciava ad impadronirsi del suo essere. Aveva come la percezione di vedere sparire, a mano a mano, le auto parcheggiate e, come per uno sconosciuto sortilegio, queste venivano sostituite da bambini che si trastullavano nello spiazzo. Mentre questa inaspettata immagine prendeva corpo nella sua mente, cercò con tutte le sue forze di fermarla e di renderla sempre più nitida, ma qualsiasi sforzo facesse risultò inutile. Tutto tornava come prima: solo auto e traffico; sapeva che, in quel luogo, era stato partecipe di qualcosa di magico che la polvere del passato continuava ad avvolgere, disseminandolo di zone d’ombra.«Sei già in piedi?, non mi sembra che tu abbia riposato poi così tanto!»Era la voce allegra di Enzo che, senza saperlo, aveva interrotto la selva inestricabile di pensieri che affollavano la testa dell’amico.«E’ tutto a posto, questo breve riposo mi è bastato, grazie» rispose quasi distrattamente Jean, rimanendo vicino alla finestra. Enzo capì subito che l’amico era assorto in qualcosa di personale e che, nonostante l’improvvisa interruzione, aveva comunque risposto con la solita cortesia. Stava per aggiungere qualcos’altro, ma per sorvolare all’improvviso imbarazzo creatosi, gli si accostò e con aria falsamente circospetta, diede uno sguardo prolungato tra le imposte socchiuse della finestra. Osservò con attenzione la porzione di strada, occupata in gran parte dalle auto parcheggiate e gli ci volle poco a capire cosa avesse potuto turbare Jean; lui era abituato a rivedere quel luogo, tutte le volte che ritornava a casa da un viaggio o dopo un periodo di lungo soggiorno nella sua residenza al nord. Forse, come l’amico, qualche volta era stato rapito dall’antico fascino di quell’angolo e spesso l‘aveva ripensato come ai tempi della sua fanciullezza.«Fa un certo effetto rivedere il nostro “piccolo mondo antico”». Usò volutamente la citazione per poter entrare in punta di piedi nell’argomento; sapeva che per un breve periodo lo aveva condiviso con Jean: erano stati giorni di vertiginose spensieratezze, con qualche momento di amarezza. Il silenzio tra i due amici durò poco più di un battito d’ali, il tempo necessario concesso a Jean, per stabilizzare la sua emozione.«Aprire questa finestra è stato come spalancarla su un mondo che pensavo non esistesse più dentro di me» disse Jean, con voce venata da sincera commozione, poi aggiunse:«Ho avvertito una sconosciuta e forte emozione, pur ricordando poco di ciò che abbiamo vissuto tantissimi anni fa; ho avuto la concreta percezione che laggiù io abbia trascorso momenti esaltanti, misti a qualche delusione». Pronunciò quest’ultime parole con un certo disagio; avrebbe preferito affrontare l’argomento più tardi, magari disponendo di ulteriori dettagli. Senza esitazione l’amico gli venne in aiuto: aprì la seconda imposta e invitò Jean a guardare di nuovo quell’angolo che tanto lo aveva suggestionato. Adesso entrambi occupavano quasi tutta l’area della finestra aperta. Il sole del pomeriggio era oramai alle loro spalle e i suoi raggi facevano brillare le carrozzerie delle auto parcheggiate. In quel momento, per uno strano sortilegio, davanti agli occhi di Enzo si materializzò una vecchia istantanea, color seppia, che proveniva da lontano, diventando sempre più nitida e reale; diede il tempo a Jean di dare uno sguardo un po’ prolungato e poi disse:«Vedi anche tu quello che vedo io?» La frase interrogativa sottintendeva la voglia di aggiungere qualcos’altro, ma era anche conscio che quell’immagine, così forte e reale, da lui percepita, non corrispondeva alla visione di Jean.«Se ti riferisci alla realtà di adesso, penso che entrambi vediamo la stessa strada ingombra di auto; però conoscendoti bene, sono sicuro che la tua domanda nasconde un significato più profondo».«Non ti sbagli; sono convinto che il rivedere questo luogo suscita anche in te sentimenti che travalicano la realtà oggettiva che ora percepiamo; e poi, dopo quasi cinque decenni, è veramente difficile rivederlo com’era, quando – per un breve periodo – ne hai fatto parte anche tu». Jean appoggiò i gomiti sul davanzale e annuì convinto. Allora, con un profondo gesto affettivo, Enzo appoggiò la mano sulla sua spalla destra e, spingendolo con delicatezza verso l’esterno, con tono volutamente romantico disse:«Guarda attentamente là, e indicò con l’indice il centro della piazzetta; vedi quei ragazzini che giocano? riesci a vedere Totò che sta per effettuare uno dei famosi lanci di precisione con la sua ciappedda?»Per un attimo Jean rimase disorientato dall’improvvisa domanda di Enzo; non tutto quello detto dall’amico gli era completamente chiaro: una fastidiosa nebbiolina temporale, gli impediva di vedere con nitidezza l’accurata descrizione fattagli dall’amico; la suggestione risvegliata era troppo forte ed inebriante, e non poteva scivolare via inutilmente. Socchiuse gli occhi, due piccole fessure, e con uno sforzo intenso riuscì, per un attimo, a dare un lampo di luce nel ripostiglio della sua assopita memoria. Sorrise; poi imitando il tono di Enzo, con una punta di soddisfazione, disse:«Totò …. Totò! L’avevo cancellato quasi totalmente dai miei ricordi; accidenti se era bravo …» Non completò la frase; si girò verso Enzo e, con una vena di malinconia appena accennata, aggiunse:«Però, quante lotte ed incomprensioni!»«Roba da ragazzi Jean. So bene che con lui ci sono stati momenti difficili, perché cercava sempre di dimostrarsi superiore a tutti, eccedendo in certi comportamenti; ma in fondo, forse, era la reazione a qualcosa che noi ragazzini ingenui, presi dal gioco, allora non potevamo capire. «Vive ancora a Valguarnera?» cercò di indagare velatamente Jean.«Si! da tanti anni si è definitivamente stabilito in paese, dopo aver girovagato a lungo in Europa. Alcune vicissitudini della vita lo hanno segnato, segnato positivamente; tante spigolosità sono venute meno e posso assicurarti che è un’altra persona, proprio un altro uomo!» Questa volta il tono di Enzo era lineare e cercava di evitare un’indagine più approfondita su Totò, almeno per il momento; in cuor suo aveva percepito che lo squarcio nella memoria di Jean, aveva di sicuro riportato in superficie fatti lontani. Era bastato rivedere per un momento il teatro dei loro giochi e le emozioni, che ora sgorgavano lentamente come una piccola sorgente, bagnavano il terreno circostante, riportando in vita antichi ricordi.«Chissà cosa direbbe se dovessimo incontrarci, e che cosa potrei dire io! Se le sue parole avrebbero ancora un sapore antico e doloroso», disse Jean, mentre girava le spalle alla strada.«Ho ragione di ritenere che non sarà così: penso che tante persone, maturando, tendono a migliorarsi, cambiando lo stile di vita. E’ negativo vivere nell’immobilismo e nella certezza di essere senza macchie od ombre; difficilmente quest’ultimi si guardano dentro, in profondità; godono di tutti i vantaggi che la vita offre loro e, non è escluso, che a volte, cercano di forzarle la mano, incuranti di ciò che li circonda».«Sei molto indulgente anche con quelli che prevaricano e fanno del male!» interruppe con una punta di acredine Jean.«Amico, sai anche tu che, tante volte, si può ricevere una buona lezione da chi meno te l’aspetti; sai quante volte ho dovuto ricredermi!» Un leggero tocco alla porta risuonò nella stanza e, dopo qualche secondo, fece capolino la testa di Graziella che introdusse, sopra un piccolo vassoio, due fumanti tazzine di caffè. L’invitante aroma invase lo studio e di colpo, gli ultimi seriosi ragionamenti, lasciarono il posto al piacere della degustazione, dopo il breve riposo pomeridiano, un rito quasi irrinunciabile dell’estate siciliana.«Spero di non avere interrotto i vostri ragionamenti», esordì, con discrezione, la mamma di Enzo.«Graziella, sei arrivata al momento giusto, avevo proprio voglia di un buon caffè per svegliarmi completamente dal torpore; le nostre argomentazioni stavano imboccando una strada difficile da percorrere, offuscando così i bei ricordi dei quali, per adesso, è prematuro parlare».«Dai! beviamoci questo caffè» disse di rimando Enzo.Mentre sistemava le tazzine vuote sul vassoio, Graziella li informò che se volevano uscire c’era tutto il tempo per farlo; la cena sarebbe stata servita per le otto e mezza di sera. Poi, prima di andar via, chiese a Jean se aveva qualche desiderio particolare riguardo alla cena; con gentilezza Jean rispose che la sua cucina andava benissimo e che non aveva problemi di alimentazione, anzi le novità culinarie stimolavano molto il suo appetito. Uscita Graziella dalla stanza, Enzo e Jean diedero ancora un breve sguardo dalla finestra ed Enzo, prima di richiudere le imposte, disse:«Sono contento che tu sia qui; è bello rivedere quell’angolo unitamente ai ricordi e ai tanti amici».«Tuoi amici! Io per la verità non ho più memoria di nessuno, a parte Totò, che poco fa mi hai ricordato» rispose soprappensiero Jean.Prima che l’amico finisse la frase, Enzo capì di aver fatto una gaffe; disattenzione forse dovuta all’impeto dei ricordi.«Beh! Effettivamente hai ragione, è difficile considerare amici ragazzi conosciuti solo una volta, tantissimo tempo fa. Ora sono uomini più che maturi; io, invece, ho avuto la possibilità di frequentarli e con alcuni di essi è nata una buona e sincera amicizia». Nella penombra Jean annuì con un sorriso, si guardò attorno e diede l’impressione di voler dire qualcosa. Stranamente quest’ultimo atteggiamento sfuggì ad Enzo che, prendendolo sotto braccio, lo invitò a fare quattro passi in paese; sulla porta, mentre usciva dalla stanza, disse con calore:«A quest’ora al circolo o in piazza ci sarà sicuramente qualcuno da incontrare, spero di poterti presentare un buon amico». Scesero le scale e, dopo aver avvisato che sarebbero tornati per cena, si trovarono in strada. La via era quasi deserta e mentre Enzo si avviava verso la scalinata che portava in via sant’Elena, Jean si fermò e, richiamando l’amico, disse: «Senti, prima di andare al circolo, volevo rivelarti una cosa che mi sta a cuore e che mi ha fatto pensare molto. Al mio arrivo, velatamente, ti avevo fatto capire qualcosa, ma adesso voglio parlartene più dettagliatamente». L’esordio di Jean sorprese Enzo e il suo atteggiamento denotava l’intenzione di volergli comunicare qualcosa di importante; l’espressione del suo viso era un po’ imbarazzata e ciò lo allarmò. Si fermò in cima alle scale e attese l’amico, che esordì dicendo:«Come sai, sono venuto in Sicilia per tante buone ragioni, ma c’è un motivo in più che mi ha portato qui: un paio di mesi fa ho ricevuto una strana lettera».Enzo accolse questa dichiarazione, che in cuor suo aspettava da tempo e, con falsa aria interrogativa, disse: «Una lettera? Spero che non sia portatrice di problemi e che, in ogni caso, possano essere risolvibili. Ma, hai detto qualche mese fa?»«Per essere più preciso posso dirti che effettivamente la lettera è arrivata nelle mie mani solo da poco tempo, ma che il suo timbro postale risale a tantissimi anni fa, almeno trenta. Per un caso fortuito, è stata confusa con altri documenti che, riposti, l’hanno celata per tutti questi anni ».«Da dove era stata spedita? conosci il mittente?» interruppe con un certo interesse Enzo.«Non ci crederai ma arriva proprio da Valguarnera, da un certo Cristofero Farina; non ho idea chi sia costui e il perché del suo invito, oramai involontariamente disatteso da me; anche il suo contenuto mi risulta poco chiaro e spero di non essere arrivato in ritardo». Jean chiuse la frase allargando le braccia, come a voler rimettersi all’imperscrutabile destino, concetto che dopo le ultime convinzioni, gli risultava alquanto estraneo. La sua atipica personale “conversione” a qualcosa che non doveva necessariamente essere supportata dalla mera ragione, si era messa in moto e più vi si addentrava, più sentiva che diventava difficile farcela da solo. Per uscire da questo deserto aveva bisogno di una persona affidabile che lo prendesse per mano, guidandolo per strade a lui alquanto sconosciute.«Il primo mistero posso risolvertelo subito: Cristofero è un mio caro amico e gode di buona salute. Per quanto riguarda la lettera sono curioso di conoscerne il contenuto; sapevo della sua esistenza e in tutti questi anni non ti ho mai chiesto niente perché pensavo che rispondere a quelle righe, doveva essere una tua scelta, e ti confesso che non riuscivo a capire il perché del tuo silenzio: adesso mi è tutto chiaro. Il caso ha deciso di spostare la risposta più avanti nel tempo. Sono contento che finalmente questo incontro possa avvenire e soprattutto, che non mi ero sbagliato sul tuo modo di vedere le cose».Jean aveva ascoltato le parole di Enzo con sorpresa ed incredulità e, con un amaro sorriso, disse:«Ma tu sapevi dell’esistenza di questa lettera? Perché non ne hai mai fatto cenno durante i nostri incontri?»«In parte penso di averti già risposto; trent’anni sono veramente lunghi e, tante volte, preso da altri argomenti, ho trascurato di parlartene; mi sarei aspettato qualche accenno da te, ma solamente adesso ne comprendo il motivo e mi rendo conto che in virtù della nostra solida amicizia, avrei dovuto essere più attento, scusami».Enzo chiuse la frase con un po’ di imbarazzo; solamente adesso realizzava pienamente la sua leggerezza, che in passato era stata motivo di ripetuti malintesi, anche con il mittente della lettera. Ma ora voleva andare fino in fondo a quella faccenda anomala. Mentre elaborava la frase giusta da dire, il suo volto si era fatto scuro, i suoi occhi cercavano un punto focale per trovare la concentrazione e il controllo di sé. L’imbarazzo fu subito risolto da Jean che, con un affettuoso abbraccio, sospinse Enzo verso le scale dicendo:«Forse non è il caso di flagellarci troppo, chi di noi non sbaglia mai? Negli ultimi tempi questa è la cosa che più mi fa pensare; non sempre è indolore mutare punto di vista ma, come ti ho già accennato, qualcosa sta cambiando in me, senza che io riesca ancora a capirne e a vederne le proporzioni. A breve te ne parlerò apertamente e stai sicuro che ti mostrerò anche il contenuto della lettera».Enzo trovò superfluo ribattere all’amico, capiva che tutte le sue domande avrebbero trovato risposta. Sapeva benissimo che il viaggio di Jean non poteva essere solo una visita di cortesia; sicuramente la forte personalità dell’amico aveva incontrato sulla propria strada qualcosa di potente e di insolito, capace di poter mettere in crisi la sua collaudata razionalità. Un po’ lo invidiava; lui questo incontro non l’aveva ancora avuto, ma poi l’aveva cercato? Era una condizione da ricercare o da accogliere? Non lo sapeva! Ma in queste poche ore di vicinanza, aveva quasi percepito in Jean aspetti che ignorava; il riflessivo e sicuro amico manifestava, a tratti, un fuoco che gli ardeva dentro, qualcosa che avrebbe potuto sconvolgere il rassicurante quadro della sua vita logica e pianificata. Ma quale incontro, se c’era stato, poteva essere così devastante da cambiare il suo ritmo di vita? Nella storia dell’uomo, famosi personaggi sono stati vittime di smarrimenti che, dopo opportuni allineamenti, ha permesso loro di riprendere il filo dell’esistenza, magari con qualche modifica. Chi ha cambiato veramente vita lo ha fatto grazie ad un incontro intimo, spirituale nella sua astratta concretezza: imbattendosi in qualcuno che, inspiegabilmente, gli ha cambiato il punto di vista della sua esistenza. Enzo aveva quasi paura a formulare tale pensiero; il sopranaturale era sempre stato fuori dai suoi orizzonti e questa visione era stata condivisa con l’amico Jean; ora proprio lui incominciava ad avvertirne i sintomi e si muoveva a grandi passi verso quell’orizzonte, non sperimentabile dai nostri sensi. Quando i perché divennero troppi e, nello stesso momento astrusi, ricambiò l’abbraccio dell’amico e lo invitò ad andar giù per la scalinata in pietra lavica, per fare quei famosi quattro passi. Arrivati in fondo alla lunga scalinata, dopo una trentina di metri, si trovarono nel viale sant’Elena; Enzo svoltò a destra e Jean, senza dire una parola, lo seguì. La strada era alquanto deserta: una lunga fila di alberi, a distanza regolare, occupavano i due lati del lungo viale. Davanti a loro già si intravedeva piazza Garibaldi: u Canal. Questa piccola piazza, da sempre, è stato il luogo prediletto dai valguarneresi per incontri ed appuntamenti; quasi sempre, quando si esce da casa senza una meta precisa, l’espressione rituale è sempre la stessa: «Stai r’vann o Canal». Essa per la maggior parte è costituita dallo spazio occupato dalla storica pompa di benzina e dalla strada che la costeggia, ingrandendo un po’ la sua area; insomma non si può dire che sia una grande e caratteristica piazza ma, dagli anni sessanta in poi, è diventata il cuore della parte nuova del paese. Il suo nomignolo deriva dal fatto che, dopo la guerra, essendo la rete idrica del comune insufficiente – purtroppo nei decenni successivi poco si è fatto per elevare il servizio agli standard accettabili – era stato installato un grosso tubo, u canalicchj, che riforniva di acqua il nascente quartiere di san Giuseppe. Pazientemente, con lunghe ed estenuanti file, i residenti riempivano quartar e bùmmal ed ogni tipo di recipiente disponibile, per l’approvvigionamento di acqua potabile. Guardandosi intorno, un po’ sconsolato, Enzo disse sottovoce:«A quest’ora, forse, sarà un’impresa trovare qualcuno; il sole di agosto scoraggia anche i più temerari e poi, c’è da considerare che la maggior parte pensa di non trovare ancora nessuno, e di conseguenza ci si adegua».«Ma allora perché siamo usciti così presto, conoscendo tu le usanze paesane?», disse Jean canzonando bonariamente Enzo, che ribatté con lo stesso tono: «Volevo farti vedere Valguarnera in tutto il suo splendore senza l’intrusione dei suoi abitanti».Chiuse la frase ridendo, giustificando i propri compaesani per la poca voglia di sfidare la calura estiva. In realtà alcune persone che stazionavano in piazza c’erano; parlottavano tra di loro all’ombra delle case, incuranti di quello che accadeva attorno. Quando furono quasi al centro della piazza, Jean fu attratto, alla sua destra, da una lunga salita lastricata da sanpietrini e, in cima ad essa, in una posizione elevata, una grande chiesa che altera dominava la piccola piazza. Preso dalla curiosità si fermò e chiese all’amico di che chiesa si trattasse:«Quella lassù? Ma è la chiesa di San Giuseppe che dà anche il nome al mio quartiere; è stata edificata, in stile neo-gotico, a partire dagli anni venti». Per un attimo fu tentato di scendere nei particolari, aggiungere dettagli storici ma, mentre guardava la costruzione, un altro pensiero gli attraversò la mente e la figura di una persona, che da bambino lo aveva affascinato tanto, gli si materializzò; ma prese la cosa alla lontana:«Sono proprio passati tanti anni! Non hai più memoria neanche di quella chiesa che ti aveva colpito tanto perché, nella sua incompletezza, potevi scoprirne la struttura ancora libera da intonaci e stucchi. Solo da qualche decennio è stata restaurata la parte intonacata ed è stata sostituita la vecchia e provvisoria scalinata esterna, con una più adatta al suo stile».Preso alla sprovvista Jean, con titubanza e una punta di reticenza, rispose che la chiesa da subito gli aveva ricordato qualcosa, ma pensò potesse assomigliare a qualcuna vista di sfuggita durante qualche suo viaggio.«Un giorno, per curiosità e non certo per fede, ci siamo entrati perché volevo mostrarti un quadro che mi era sempre piaciuto: don Giovanni Bosco, insieme a dei ragazzi, davanti alla basilica di Maria Ausiliatrice. Mentre eravamo con gli occhi fissi sul quel suggestivo dipinto, una presenza alle nostre spalle, improvvisa e inaspettata; noi pensavamo di essere soli, invece un prete dal viso bonario e con le mani incrociate dietro la schiena, ci osservava senza dir niente; poi quando vide che ci eravamo accorti della sua presenza, con voce forte – aveva un tono naturale potente che nelle omelie vibrava cristallino, anche senza l’aiuto del microfono –, ci disse: “Sapete chi è quel prete? Il pittore non poteva cogliere meglio la personalità di don Bosco, qui ritratto insieme ai suoi ragazzi; saremo capaci di emularlo?” Non aggiunse altro e, poggiando le sue grandi mani sulle nostre piccole spalle, ammirò in silenzio insieme a noi, il grande quadro.«Un prete? Un signore alto con profondi occhi chiari, o sto tirando ad indovinare? Perché sono sicuro di aver incontrato un sacerdote così».«Padre Umberto, il parroco Longo che ha retto, fin dall’inizio della sua costruzione, la parrocchia di san Giuseppe. Una persona veramente caritatevole e coraggiosa». Jean, socchiudendo gli occhi, fece uno sforzo di memoria nella speranza di far riaffiorare quell’antica figura che, anche se per un breve lasso di tempo, gli era stata cara.«E’ incredibile! gli aggettivi che hai usato per descrivermelo hanno squarciato un velo davanti ai miei occhi, mi sembra di rivederlo; ma la cosa più stupefacente è che, adesso, posso quasi palpare l’emozione di quel casuale incontro».Riaprì gli occhi; fissò con ammirazione la facciata della chiesa in cima alla salita e continuò di getto:«Adesso, grazie a te, quella circostanza mi è più chiara: era vicino a noi e in silenzio guardava il dipinto; ci concesse tutto il tempo che ci fu necessario per esaminarlo. Ora riesco quasi a risentire le prime parole che mi rivolse: “Non ti ho mai visto in chiesa, vieni da un altro quartiere?”Pensa, la prima cosa che mi chiese, non fu da quale nazionalità provenissi e perché mi trovassi lì, io un bambino nero. Mi colpì subito questo suo atteggiamento inusuale nei mie confronti; lui mi aveva visto come un bambino qualunque, uno che non conosceva, per il resto era tutto normale. «Quando sono cresciuto, pur non frequentando assiduamente la chiesa, ho sempre avuto una grande stima di padre Umberto; in paese tanti sono gli aneddoti che si raccontano su di lui, e che fanno emergere una figura risoluta e piena di comprensione verso gli altri» concluse Enzo.«Mi hai rammentato un bell’episodio della mia permanenza a Valguarnera, e te ne sono molto grato …»«Ma ti pare» rispose compiaciuto Enzo.Poi, notando l’interesse crescente di Jean verso i vecchi ricordi, ne volle aggiungere un altro che era strettamente collegato al primo, anche se meno piacevole. In quel momento quasi voleva non parlarne, ma prima o poi l’argomento che riguardava Totò doveva essere affrontato. «Forse rammenterai ciò che era successo poco prima che entrassimo in chiesa. Il pomeriggio non era iniziato nel migliore dei modi!»«Quel ricordo, anche se latente, non è mai stato completamente rimosso dalla mia mente; la mortificazione subìta da ragazzi che consideravo amici, anche se conosciuti da poco tempo, aveva avuto un sapore amaro nonostante lo avessi sperimentato qualche altra volta, ma erano sempre state vessazioni ricevute da persone stupide ed ignoranti incontrate per caso». Il tono della voce di Jean era serio e ferito, anche se nel cammino della sua vita, difficilmente aveva più prestato orecchio a simili idiozie, ma sapeva che un pericolo poteva nascondersi sempre dietro l’angolo: la storia umana, in nome di assurdi principi, aveva perpetrato ingiustizie e barbarie verso chiunque fosse diverso, per un motivo qualsiasi, da chi deteneva il potere.«Allora ricorderai di certo che ad offenderti e a perseguitarti fu soltanto un ragazzino che, spesso, aveva pochi riguardi verso i compagni di gioco». «Totò, era stato lui; quel giorno ci avevo sofferto tanto, ecco perché mi avevi portato a vedere il quadro: tutti quei ragazzini insieme, ognuno con la propria storia, ragazzini che dovrebbero volersi bene e non essere oggetto di sopraffazioni da parte dei coetanei, mi tranquillizzarono; bastarono, però, quelle semplici parole del parroco, a farmi sentire un bambino come tutti gli altri, senza stupide discriminazioni». Enzo non rispose, non ne ebbe il tempo; Jean seguendo con lo sguardo la ripida salita che portava al sacrato della chiesa, gli domandò:«Penso sia inutile chiederti se il parroco è ancora in vita, sono passati così tanti anni!»«Ha reso l’anima a Dio alla fine degli anni settanta», rispose Enzo; poi, preso sottobraccio l’amico, si diresse verso la via Garibaldi, che dal Canale portava in piazza della Repubblica, attraversando gran parte del centro del paese. Durante il loro parlottare, non si erano accorti della curiosità che avevano suscitato nelle poche persone presenti nella piazza; negli anni duemila, infatti, la televisione e la diffusa opportunità di affacciarsi al mondo, anche se talvolta in modo superficiale, aveva aperto orizzonti che sarebbero stati impensabili negli anni cinquanta. Così, pur non essendo consueto vedere in paese una persona di colore, a parte qualche ammiccamento, scevro da malizia, pochi si sarebbero spinti a stupidi apprezzamenti su uno sconosciuto uomo di colore: per di più era in compagnia del figlio dello stimato dottor Ottavio e, cosa non trascurabile, il nero era ben vestito. Più o meno a metà della strada furono avvicinati da un signore sulla sessantina; si parò davanti a loro allargando le braccia e, con affettuosità fraterna, abbracciò Enzo e lo baciò sulla guancia, come era usanza consolidata, quando un caro amico era stato lontano da Valguarnera.«Era tempo che tornassi a trovare gli amici», disse allegramente; Enzo ricambiò il saluto dell’amico e di rimando disse:«Nino, ero sicuro che il primo amico con il quale mi sarei incontrato saresti stato tu, vecchio maratoneta: sempre Canal e castjdd. Sono arrivato ieri sera e stamattina sono andato alla stazione di Catania a prendere il mio caro amico Jean».Enzo notò che Nino era ansioso di dire qualcosa a proposito del suo compagno, e che continuava a guardarlo senza creargli imbarazzo; ma prima di cedergli la parola, aggiunse una battuta nell’intento di introdurre Jean:«Ho sempre invidiato la tua memoria, specialmente quella visiva, di conseguenza non dovrebbe essere difficile per te ricordarti di Jean, il mio amico africano». Con misurato stupore, di sicuro la sua proverbiale memoria non l’aveva tradito, cercò la mano di Jean e con calore gliela strinse; questi, preso alla sprovvista, ricambiò con un largo sorriso la stretta, pronunciando il suo nome. Nino si presentò anche lui in modo cortese e, schiettamente, aggiunse:«Sarò sincero e non potrebbe essere altrimenti; non appena vi ho intravisti da lontano, ho subito realizzato che la persona in tua compagnia doveva essere quel ragazzino che tanti anni fa soggiornò a casa tua. Ciò non è solo da attribuire alla mia memoria, ma soprattutto al fatto che ogni tanto ne abbiamo parlato …», per un attimo lasciò in sospeso le ultime parole e ammiccando, aggiunse:«N am sèmpr parràt bwn, in quanto la stima che Enzo ha per te è fuori discussione».«Grazie», rispose lusingato Jean, dopo la puntuale traduzione di Enzo. La misurata irruenza di Nino e il suo fitto parlare lo divertiva, e le contaminazioni dialettali, denotavano il suo attaccamento alla terra d’origine. Mentre lo guardava, così piccolo, esile e proporzionato, per un momento gli sembrò che potesse trattarsi di quel N‘nùzz: ragazzino agile e generoso, dei tempi passati. Senza rendersene conto e, per una strana alchimìa, in quella atmosfera paesana incominciavano, a fatica, a fare capolino antiche immagini.«Non vorrei illuderla, ma anch’io ho la sensazione che in “un’altra vita” ci siamo incontrati», disse Jean con una sottile vena di divertimento, contagiato oramai dai modi cordiali del nuovo arrivato.«Grazie! Vuol dire che sono un tipo che non passa inosservato e, se non è un problema, mi piacerebbe che ci dessimo del tu».«E come potresti passare inosservato!», disse festoso Enzo. Jean senza perdere tempo confermò che per lui il tu andava benissimo, perché lo metteva più a sua agio. La risposta di Jean sciolse Nino ancora di più, se poi era possibile e, con rinnovato fervore, disse:«E’ la mia indole; sono convinto che la vita è irripetibile e, ogni giorno un regalo, dono da utilizzare nel migliore dei modi. Non mi illudo di essere indispensabile ma ho una mia piccola massima: non son d’accordo con coloro i quali dicono che i cimiteri sono pieni di gente indispensabile; nel mio piccolo, io dico invece, che i camposanti sono pieni di persone uniche e irripetibili». Capì che stava andando oltre per essere il primo incontro e chiuse il discorso, fissando il fondo della strada, appagato.«La metti già sulla filosofia? Dacci tregua! Avrai modo e tempo per illustrare la tua “famosa” teoria che, seppur condivisibile, è difficile da applicare nei momenti di magra», disse Enzo con complicità, ridendo di gusto. Con una punta di orgoglio, Nino aggiunse che per affrontare correttamente la quotidianità, tutto poggiava su un rigoroso esercizio; era un sistema personalizzato ricavato da un episodio occorsogli quando frequentava la terza elementare. Però, per non spararsi tutto al primo incontro, disse che era atteso dalla moglie per delle commissioni, ma l’avrebbe fatto sicuramente, con calma e spiegando bene, alla prossima opportunità.«Senti N’nùzz, Jean si trattiene da noi per una decina di giorni, e gli ho promesso di fargli fare qualche giro nei dintorni, te ne avevo accennato giorni fa; riusciremo ad organizzare una gita in in questa settimana?»«Amico mio, N’nùzz tuo, ti toglie subito le castagne dal fuoco; domani non mi è possibile ma per sabato, insieme a Franco e Carmelo, avevamo pensato di fare un puntatina al castello di Gresti; se per quel giorno non avete impegni, potreste unirvi a noi; sarebbe perfetto, che ne pensate?» «E’ fatta! Come sai, avevo in mente di portare Jean anche lì e gliene avevo già accennato; saremo della partita, non è vero Jean?»«Sarà un vero piacere per me», rispose con ilarità quest’ultimo.«Se le cose stanno così, non vogliamo sapere altro, passate voi sabato mattina?»«Alle otto in punto», disse con sicurezza Nino; poi, guardandosi attorno, aggiunse che era tempo di raggiungere la moglie e che, con dispiacere, doveva congedarsi da loro. Dopo aver dato una calorosa stretta di mano ad entrambi, si diresse di buon passo verso u Canal. Allontanatosi l’amico, Enzo e Jean proseguirono senza fretta verso la parte vecchia del paese; alla fine della via si ritrovarono nel vecchio cuore di Valguarnera: Piazza della Repubblica, dove sorge il palazzo municipale. «Ti ricordi questo posto?», disse distrattamente Enzo, mentre si guardava attorno con attenzione; nella piccola piazza rettangolare c’era già un po’ di gente e individuarne qualcuna in particolare, non sarebbe stato difficile. A Jean quel posto non ricordava quasi niente, forse l’aveva visto in passato, ma al momento era un luogo completamente sconosciuto.«Qui penso di non esserci mai stato» disse Jean.«Non avevo dubbi, non era un posto per ragazzini provenienti da un altro quartiere» disse Enzo, e stringendogli in modo affettuoso il braccio, aggiunse:«Scusami un istante, ho intravisto un vecchio amico al quale devo comunicare una cosa». Quest’ultime parole suonarono misteriose ma Jean non ci fece caso, mentre osservava il palazzo sulla cui facciata erano affisse diverse lastre di marmo, di tipo commemorativo.«Vai pure, io resto qui e ne approfitto per dare uno sguardo intorno».Enzo si allontanò e, con una certa premura, si diresse verso il terrapieno che fungeva da banchina, rialzata di oltre un metro, rispetto al piano della strada; quest’ultima costeggiava interamente il lato sinistro della piazza, dove sorgeva il municipio. Salì i quattro gradini in pietra lavica, posti su uno dei fianchi corti della banchina e si diresse, con decisione, verso un signore vestito con cura che dava le spalle alla piazza, proprio davanti alla porta del cosiddetto “Circolo dei nobili”. Questo ritrovo era sempre stato considerato dai valguarneresi il più prestigioso del paese; nei tempi passati, le sue ampie sale avevano accolto la maggior parte dei notabili di Valguarnera e le persone più facoltose. Al “popolino” l’iscrizione era sempre stata vietata; solo in tempi recenti era stata aperta anche a coloro che avevano conseguito un diploma. Il resto degli abitanti poteva frequentare, nelle ore libere dagli impegni di lavoro, la pro-loco o il dopolavoro dove poter trascorrere qualche ora di svago. Invece, i reduci delle due grandi guerre, potevano accedere di diritto al circolo “Angelo Pavone”, medaglia d’oro della seconda guerra mondiale. Da lontano, mentre osservava l’esiguo via vai della piazza, Jean notò che il signore distinto si voltò verso Enzo e con slancio lo abbracciò. Dal suo punto di osservazione non gli era possibile né sentire né intuire quello che si dicevano, ma dal loro atteggiamento capì che dovevano conoscersi molto bene. Dopo lo scambio di qualche battuta tra i due, si sentì, a più riprese, osservato, ma la cosa non lo incuriosì più di tanto, probabilmente Enzo voleva mostrare al suo interlocutore di non essere da solo; mai avrebbe sospettato che potessero parlare di lui e di fatti accaduti in passato. Il colloquio si protrasse per qualche minuto poi Enzo, stingendogli la mano, si congedò dal distinto signore e ritornò verso Jean.«Oggi esageriamo con la caffeina, entriamo in questo bar e ti garantisco che ne gusteremo uno veramente buono: è considerato il migliore di Valguarnera». Enzo pronunciò le parole senza guardare in faccia Jean e lo indirizzò verso l’entrata del bar, senza dargli la possibilità di chiedere nulla sull’incontro avvenuto poco prima; voleva prendere un po’ di tempo. Arrivati dentro il locale Enzo, dopo aver salutato ad alta voce, fece accostare Jean al bancone e, con voce cristallina, ordinò due caffè. Bevvero in silenzio; a quell’ora non c’era tanta gente e i pochi avventori se ne stavano per conto loro, a sorseggiare qualcosa o a sfogliare, distrattamente, uno dei quotidiani messi a disposizione dal gestore. Jean finì per primo il suo caffè e, spinto dalla crescente curiosità, avrebbe voluto chiedere subito dell’incontro di qualche minuto prima ma riflettendo, pensò che sarebbe stato meglio farlo successivamente, in privato. Aveva trovato strano l’atteggiamento dell’amico; infatti, in altre circostanze, lo avrebbe presentato a chiunque avesse incontrato. Allora preferì incominciare da qualcosa di più generico e, posata la tazzina sul bancone, decantò la bontà del caffè: era stato all’altezza della sua fama. Enzo confermò, mentre si avvicinava alla cassa per pagare; salutarono e uscirono di nuovo sulla piazza. Di fronte, poco per volta, le sedie, appoggiate ai lati dell’entrata del circolo, erano state quasi tutte occupate; l’antica abitudine di sedersi davanti al proprio circolo, meglio se in posizione elevata per poter parlare degli ultimi avvenimenti paesani, era sempre un piacere irrinunciabile. Con una certa frequenza, la discussione poteva essere interrotta da un apprezzamento estemporaneo, non privo di malizia, nei confronti di qualche passante, magari chiacchierato. Il commento superava il limite quando l’oggetto era di natura femminile, specialmente se giovane o avvenente: veniva scrutata, controllata nei minimi dettagli e spesso apostrofata pesantemente; tutto ciò per puro orgoglio personale e per rivendicare che le proprie donne di casa mai si sarebbero mostrate in tale modo. Incassata l’approvazione dei compari, si poteva riprendere il discorso interrotto, nell’attesa della prossima vittima. Mentre Jean cercava un argomento per poter introdurre la domanda che lo arrovellava, Enzo, ancora con aria distratta, disse:«Se non fosse stato abbattuto, dopo gli anni sessanta, il vecchio castello dei principi Valguarnera, avremmo potuto farci una visitina; oggi non esiste più, al suo posto è stato costruito il plesso scolastico don Bosco. Rientrando verso casa, ho l’intenzione di accennarti qualcosa in merito alla storia dei suoi fondatori, i Principi Valguarnera, ma …. prima, forse, devo darti un chiarimento in merito all’incontro che ho avuto poco fa».«Se non me ne avessi parlato negli ultimi dieci minuti, te lo avrei chiesto io, perché quel tuo atteggiamento strano mi ha molto incuriosito», disse con moderata soddisfazione Jean.«Ho la netta sensazione che non sia possibile liquidare l’argomento in poche battute perché, alla luce delle ultime notizie che mi hai comunicato riguardo alla lettera, sarà meglio fare un incontro a tre».Le parole di Enzo ebbero su Jean un effetto dirompente e spiazzante; non aveva mai sospettato di essere oggetto di discussione, e poi per cosa? Non ne riusciva ad afferrare la logica e lo scopo. «Ma, ho capito bene? C’è qualcosa che mi dovrebbe riguardare senza che ne conosca il contenuto? Per favore potresti essere più chiaro e farmi capire qualcosa in più?». Jean chiuse la frase con un certo fastidio perché incominciava a spazientirsi ma, per rispetto all’amico, si trattenne. «Stai tranquillo non c’è niente che possa nuocere a qualcuno. Per prima cosa soddisfo la tua curiosità dicendoti che quel signore, incontrato poco fa e che non potevi riconoscere, è Totò e …»«Ah l’amico Totò» interruppe con sarcasmo Jean. A questo punto Enzo non si scompose, aveva finalmente superato il primo grosso ostacolo: aveva confermato a Jean che Totò si trovava in paese e che c’erano possibilità concrete di poterlo incontrare e questo era un bel passo avanti.«… E la seconda cosa, legata alla prima, è da collegare alla lettera che ti porti dietro».«E cosa centra una lettera vecchia di decenni? Non ne vedo il nesso? Forse, involontariamente, sei caduto in errore; il mittente non era Totò, ma un certo Cristofero Farina», rispose alquanto sorpreso Jean.«Nessun errore, quelle righe tanti anni fa te le scrisse proprio Totò, anzi padre Cristofero; a Valguarnera, da tempo immemorabile, il diminutivo di Cristofero è Totò. Ma un vecchio africano come avrebbe potuto saperlo? », disse in modo affettuoso Enzo; l’improvvisa rivelazione generò in Jean un turbinìo di pensieri che cercò di collocare immediatamente nella giusta sequenza; non gli ci volle molto a capire il contenuto della lettera, che prima non era riuscito a cogliere interamente. Poi guardò in direzione del circolo nella speranza di individuare Totò tra il gruppetto di persone, ma non lo vide; sul suo viso si poteva leggere un po’ di delusione, poi con rassegnazione disse:«A questo punto dovrai vedere la lettera, che comunque ti avrei fatto leggere, perché sospetto che tu sappia molto sull’argomento, sarà interessante discuterne … e forse non basteremo solo noi, o sbaglio!»«Ecco l’amico che prediligo che sa affrontare e risolvere. Io penso che ogni giorno, da domani in avanti, potrebbe essere il giorno giusto; ora per rilassarci un po’ ti racconterò, come promesso, qualcosa sulle origini di Valguarnera». Jean non rispose ma gli fece capire col suo atteggiamento che approvava e insieme, senza fretta, si rituffarono verso la via Garibaldi in direzione ru Canal. Percorsero quasi una trentina di passi; poi Enzo si fermò e invitò l’amico ad attraversare la strada per spostarsi sul marciapiede opposto, Jean non disse niente e lo seguì in silenzio, immerso ancora nei pensieri che affollavano la sua mente.«Alza gli occhi, sono sicuro che mezz’ora fa non ci hai fatto caso; osserva il quadro sul muro di fronte a noi».Jean alzò lo sguardo meccanicamente e rimase colpito dall’immagine, enorme e spettacolare, che campeggiava sulla parete esterna di una casa; l’ammirò per qualche secondo e poi si rivolse all’amico dicendo:«E’ un santo? E’ veramente molto bello e singolare, è dipinto su mattonelle, vero?»«Hai visto giusto! Il quadro raffigura san Cristofero, patrono di Valguarnera, mentre porta, secondo la leggenda, da una riva all’altra del fiume, Gesù bambino. Il dipinto, alto circa tre metri e mezzo, è stato realizzato da Giuseppe Di Bartolo a Caltagirone nel 1861, su mattonelle di maioliche smaltate».Jean non chiese più niente, la spiegazione concisa ed esauriente di Enzo gli bastava; con interesse osservò minuziosamente l’immagine, apprezzando la maestria dell’autore nel raffigurare, così plasticamente, la scena.«Bella e suggestiva; però, qua e là, si evidenzia qualche segno del tempo, un piccolo restauro di sicuro la porterebbe all’antico splendore».Con una risata sibillina Enzo invitò l’amico a proseguire dicendo: «Un restauro a Valguarnera? Forse ci vorrà del tempo ma sono abbastanza fiducioso, infatti qualche segnale incomincia a farsi strada nella giusta direzione». Ripresero il cammino e Jean, a intervalli regolari, si girava per fissare quell’immagine che l’aveva colpito emotivamente: un gigante che, con estrema delicatezza, portava in spalla un Bambino così fragile e, nello stesso tempo, così impegnativo; difficile come il peso che nell’ultimo periodo lui era impegnato a sostenere. Non ebbe il tempo di articolare mentalmente un approfondimento sul ricorrente pensiero, che si trovarono in un piccolo slargo che si apriva alla loro destra: un angolo in stile liberty con rari particolari neo-classici, e sullo sfondo un suggestivo arco sormontato da un’ala del palazzo, che delimitava una stretta strada. Quel posto a Valguarnera veniva chiamato l’arcu r L’ttjr, in onore dei vecchi notabili valguarneresi, padroni del palazzo. Certamente non era una meraviglia, ma in un paese povero di bellezze architettoniche, era un posto da rivalorizzare per la sua singolare composizione.«E’ veramente un angolo grazioso», disse convinto Jean, mentre ascoltava le stringate notizie che Enzo gli decantava.«Oltre a quello che stai osservando, in paese ci sono altri edifici da apprezzare: Il palazzo Archimede, sede di una scuola elementare e, a qualche centinaio di metri, la casa natale di Francesco Lanza, senza trascurare alcuni dintorni …»Con discrezione Jean interruppe l’elenco che l’amico, con enfasi, si accingeva a fare; l’intenzione di Enzo era quella di fare una veloce panoramica a volo d’uccello, soffermandosi sui luoghi più significativi del paese, ma sarebbe di sicuro ritornato sull’argomento, soprattutto per poter ripercorrere alcune tradizioni dei tempi passati.«Francesco Lanza? il Lanza dei Mimi Siciliani?»«Dovresti aver letto qualcosa di lui! E’ l’orgoglio letterario del nostro paese; anni fa ti ho regalato un suo libro, non pensavo te ne ricordassi!»«Mi è capitato tra le mani non meno di un anno fa; l’ho letto e mi è piaciuto molto. Non conoscendo bene l’ambiente nel quale si svolsero i fatti, alcune cose non le ho potute cogliere nella loro interezza: come sai, usi e costumi della tua terra non mi sono del tutto noti. L’aspetto che mi ha appassionato di più è la rappresentazione che l’autore ha dato ai fatterelli descritti nel libro, e al collante che li tiene uniti: questo mettersi a turno in mezzo – nell’ipotetico bivacco contadino - e subìre, proprio malgrado, i giudizi e gli scherni feroci dei compagni. Vi trovo una forte analogia con la vita quotidiana, nella quale rischiamo di essere oggetto dell’attenzione altrui, spesso gratuita ed invadente».«Una guerra tra poveri sfruttati e sottomessi che, per un momento, possono scaricare le proprie sventure su qualcun altro, passare dalla parte dei furbi. Se non ricordo male il solo che riesce a sottrarsi a questa atipica gogna è il valguarnerese; forse, a parte il campanilismo, il Lanza vuole insinuare che, purtroppo, c’è il rischio che qualcuno, usando la furbizia, possa essere fuori dai giochi e cosa ancora più grave, sfuggire al giusto castigo; chissà!».«Pensi che nella vita ci possa essere qualcuno capace di sottrarsi ad una sentenza?», rispose sibillino Jean. Enzo, per un attimo, realizzò che la risposta dell’amico portava molto lontano, e che poteva avere attinenza con le sue ultime convinzioni, riguardo a un giudizio finale; ed allora, preferì chiudere con una battuta l’argomento, dicendo:«Tutti dobbiamo giocare, l’importante è non barare!»Il loro colloquio si era svolto proprio all’angolo della piazzetta e sull’ultima battuta di Enzo, ripresero la loro passeggiata.Enzo non aveva l’intenzione di sommergere l’amico di notizie sul suo paese; ma per chiudere, momentaneamente l’argomento, decise di aggiungere qualche succinta notizia sulle origini del paese:«Le prime notizie del feudo di Caropipi risalgono al 1296», esordì con decisione Enzo; Jean fu quasi colto di sorpresa dalla battuta dell’amico, perché stava ancora ripensando ai Mimi: libro che aveva trovato molto profondo, dove la fine psicologìa paesana veniva celata, sapientemente, dietro un’apparente semplicità.«Ho sempre pensato che le origini di Valguarnera risalissero alla metà del cinquecento!», rispose interessato Jean.«Ricordi bene, ma io parlavo del feudo e del relativo borgo, passato ai fratelli Vitale e Tommaso Valguarnera alla fine del XV° secolo. Però bisogna arrivare a Giovanni, conte di Assoro – discendente di Francesco Valguarnera, che due secoli prima era arrivato in Sicilia al seguito dei re di Aragona – il quale ottenne, dall’imperatore Carlo v°, il permesso di edificare nel 1549 un nuovo paese, sull’esistente feudo di Caropepe ».«Allora, questa è la ragione del doppio nome?»«Proprio così: il primo nome è quello dato dal cognome della famiglia fondatrice, invece per il secondo la storia è più intricata e suggestiva. Le ipotesi sono tante, storicamente parlando, ma quella che più mi affascina – sostenuta dall’arabista dott. Lorenzo Lanteri e abbracciata dal professore Enzo Barnabà - è quella che fa riferimento a due parole arabe (il cui popolo dominò la Sicilia dall’IX° all’XI° secolo) che potrebbero significare: villaggio del mio amato».«Villaggio del mio amato! E’ una definizione bella e poetica, forse frutto dell’antica capacità di attribuire ai luoghi un significato profondo e carico di forti sentimenti». Le ultime parole di Jean, risuonarono stemperate da qualsiasi tensione. Entrambi, assorbiti dal loro ragionamento interrotto da qualche fugace saluto a conoscenti, si ritrovarono nei pressi della villa comunale, situata quasi alla fine del viale sant’Elena. La via è caratterizzata da due file di alberi, che occupano i lunghi marciapiedi, dal Canale al campo sportivo. Arrivati davanti al cancello d’ingresso della villa comunale, Enzo invitò l’amico ad entrare; per un po’ percorsero i suoi vialetti contornati da siepi, fiori e da un gruppo di alti eucalipti che sporgevano verso la parte scoscesa della villa. Agli inizi degli anni cinquanta l’area fungeva da discarica; poi l’ampliamento del quartiere impose un’altra destinazione: un giardino ombreggiato per i valguarneresi. Dopo la breve visita, prima di uscire, bevvero un sorso d’acqua fresca, che sgorgava dalla fontanella situata al centro della villa, per attenuare l’arsura della lunga passeggiata. Rientrando verso casa, il sole nascosto dalle colline circostanti, preparava il viale sant’Elena alla lunga serata che, di lì a poco, si sarebbe riempito di gente per la rituale passeggiata; prima, preso dal racconto di Enzo, Jean non aveva fatto caso alla lunga fila di tavoli e sedie che occupavano entrambi i marciapiedi, senza soluzione di continuità. Enzo spiegò all’amico che il colore dei tavoli e delle sedie di plastica, faceva riferimento al bar di appartenenza. Nella lunga serata estiva, la maggior parte di essi avrebbe ospitato avventori di ogni età, desiderosi di fare quattro chiacchiere seduti davanti ad una bibita, o ad un bel gelato. La mattina successiva invece, in tutti i bar paesani si sarebbe consumato il rito della granita, rigorosamente al limone per i più tradizionalisti, e della brioche; gli affari migliori però li facevano i tanti locali del viale sant’Elena.«Negli anni cinquanta, questa abitudine non era molto diffusa, perfino il viale era tutt’altro che mondano, o mi sbaglio?», disse con convinzione Jean.«Tutto ha avuto origine all’inizio degli anni sessanta, quando la passeggiata serale si spostò, senza una vera ragione, dalla parte nord-est del paese (via Angelo Pavone) verso il viale sant’Elena. Uno di questi giorni andremo da quelle parti, in un luogo ancora caro ai valguarneresi, a farci una bella bevuta d’acqua fresca di fonte; non te ne parlo adesso, perché bisogna trovarcisi per potere capire l’atmosfera che emanava a quei tempi ». Mentre erano presi da quest’ultimo discorso, sul lato opposto della strada, accompagnato da un gruppetto di giovani, passava il signore che Enzo aveva incontrato nei pressi del comune, qualche ora prima e del quale, adesso, anche Jean conosceva l’identità. Quest’ultimo si girò verso il gruppetto, senza fissarlo: padre Cristofero, capelli brizzolati e fisico asciutto, camminava con un certo portamento e dal suo volto traspariva carisma, che non strideva con i visi allegri dei ragazzi che lo accompagnavano.«Hai visto? è passato Totò con dei ragazzi», disse Jean con tono anonimo, che lasciava trasparire un po’ d’imbarazzo.«L’ho notato anch’io, fa la consueta passeggiata preserale insieme ai ragazzi dell’azione cattolica, comunque fra qualche giorno ci incontreremo perché vuole vederti, senza tanta gente intorno».«Vuole vedermi? C’è un motivo particolare?»«Stai tranquillo, il suo desiderio è quello di spiegarti il perché dell’invio della lettera …» aggiunse pacatamente Enzo.«Già la lettera! Arrivati a casa come promesso te la mostrerò, sono spiacente di non avergli mai risposto, ma come sai è stato un caso fortuito che ha generato tutto ciò» disse Jean pensieroso.«Dopo cena voglio proprio darle una lettura, sono sicuro che qualsiasi malinteso verrà chiarito e, nel posto dove ha intenzione di portarci, non potrebbe essere altrimenti».«Un’altra gita? dove?», disse di getto Jean.«Pensa di portaci alla Santa Croce, per ammirare Valguarnera dalla cima della collina che la domina dal lato est. Ci verrai?»«Se volessi dire una frase abusata e retorica direi: è un appuntamento al quale non potrò mancare», rise: «Sarò felice di essere della partita».Enzo non aggiunse altro, la passeggiata si era conclusa nel migliore dei modi; un paio di minuti e sarebbero arrivati a casa, in perfetto orario per la cena. Capitolo 4LA LETTERALa volta celeste che si poteva abbracciare con un colpo d’occhio dal terrazzo, era inebriante; dopo aver cenato Jean si era sistemato, insieme ad Enzo e ai suoi genitori, attorno al tavolo per gustare un gelato. Dopo la calura della giornata, il lungo viaggio e gli avvenimenti del pomeriggio, entrambi gli amici avevano deciso di concedersi un po’ di riposo, al fresco della serata. In estate il terrazzo veniva ampiamente utilizzato per stemperare le giornate afose e per intavolare discorsi di vario genere, liberi dall’intrusione della televisione - padrona delle serate invernali -, prima di concedersi qualche pagina di libro, da scorrere a letto a fine serata. La maggioranza delle abitazioni di Valguarnera, adibisce a terrazzo una parte dell’ultimo piano, utilizzato per stendere la biancheria, luogo per scambiare quattro chiacchiere con i vicini, fioriera costituita da decine di vasi e, in estate, come luogo di ristoro nelle calde serate.«Vuoi ancora un po’ di gelato Jean?» disse con premura Graziella.«No, ti ringrazio, ma dopo tutto quello che ho mangiato a cena, la porzione che mi hai servito è stata la degna conclusione della serata» rispose Jean, mentre gustava l’ultima cucchiaiata di gelato.«Enzo, ancora un po’, vuoi finirlo?»«Anch’io sono a posto mamma, grazie, magari fallo finire a papà!» disse Enzo, poco convinto.«Per favore tenetemi fuori dal gioco, questa sera, per la gioia di avere con noi Jean, penso di avere esagerato e, in qualità di dottore, posso assicurarvi che da domani dovrò fare i conti con i miei malanni».«Sempre ottimista» disse con un sorrisino Graziella, ma poi aggiunse «Questa volta devo dargli ragione, oggi ha fatto parecchi spropositi alimentari, ma nelle occasioni importanti, per una volta, si può sforare». Tutti erano a conoscenza della delicata situazione di salute di Ottavio e nessuno avrebbe voluto un suo peggioramento. Sapevano benissimo che la qualità della sua vita dipendeva, in gran parte, dai farmaci e da una dieta personalizzata e ogni deroga era da soppesare attentamente. Mentre Graziella si accingeva a togliere le coppette dal tavolo, Enzo e Jean si accomodarono sulle sdraio e, senza una parola, tuffarono il loro sguardo verso il cielo nero ed illuminato da migliaia di stelle, in parte oscurate dalla brillantezza della Luna che splendeva verso est. Restare distesi sulla sedia e farsi avvolgere dall’immensità del cielo stellato, suscitava sentimenti contrastanti: o restare zitti, lasciandosi cullare dall’infinito, o farsi prendere dalla voglia di parlare e di interrogarsi sulla propria esistenza. La grandiosità del creato liberava quella spiritualità spesso soffocata che, in quel momento di abbandono prendeva il sopravvento, aprendo il cuore e la mente a pensieri profondi, intervallati da domande ovvie e scontate inerenti la nostra piccolezza.Per un po’ godettero della frescura serale quasi in silenzio, felici di essere in quel momento là e tutti insieme. Poi, per circa mezz’ora, conversarono su vari temi, in gran parte incentrati sulle rispettive famiglie. A metà serata, Ottavio e sua moglie decisero di andare a dormire, per loro la giornata era stata abbastanza impegnativa e piena di soddisfazioni.Enzo accompagnò i suoi genitori fin sulle scale, ed aspettò che fossero arrivati al piano di sotto, prima di spegnere la luce; infine, si diresse verso il frigo e, presa un bottiglia di birra, l’aprì; aggiunse due bicchieri e ritornò in terrazzo.«A quest’ora un bicchiere di birra è un piacere veramente irrinunciabile» disse Enzo allegramente.Poi, mentre posava il vassoio sul piccolo tavolo, vide che su di esso giaceva una busta bianca, aperta ed affrancata. Continuò la sua azione senza dir niente; prese a riempire i due bicchieri con meticolosità, evitando di far sbordare la schiuma. Gentilmente ne porse uno all’amico e si riaccomodò sulla sdraio, con il suo bicchiere di birra. Ne sorseggiò un po’ e vide che anche l’amico faceva la stessa cosa con piacere.«Quella lettera è per me?» disse, sicuro che la sua domanda era retorica e quasi inutile, ma al momento era l’unica cosa che gli era passata per la mente. Jean, continuando a gustare la sua birra, annuì; posò il suo bicchiere e con tono tranquillo disse:«Eccoti finalmente la famosa lettera smarrita, ritrovata e alquanto misteriosa fino a qualche giorno fa; però dopo gli ultimi avvenimenti e in seguito ai i tuoi chiarimenti, ha perso gran parte della sua oscurità, comunque ho piacere che tu la legga».Enzo, con un sorriso di soddisfazione prese la lettera e, mettendosi a favore della lampada, incominciò a scorrerla in silenzio:«Jean, questa mia ti arriverà inaspettata e senza un’apparente ragione; ci siamo incontrati tanti anni fa, e non tutto è filato liscio; desidererei rivederti, parlare con te e farmi conoscere per quello che sono adesso, chiedendoti scusa per qualche mia azione del passato.Se un giorno, spero non lontano, tu volessi accettare questo mio invito,mi piacerebbe fare una passeggiata insieme a te per le strade di Valguarnera.Non mi dilungo sui vecchi fatti, spero di poterlo fare di persona, per lettera sarebbe troppo lungo e complicato».Ciao.Cristofero FarinaNon ci mise molto a leggere le poche di righe che la componevano; la calligrafia era ordinata e scritta con cura, anche se il contenuto era abbastanza povero di informazioni. Rimandava tutto ad un ipotetico incontro, che avrebbe chiarito avvenimenti antecedenti alla sua stesura, fatti accaduti circa cinquant’anni prima. Enzo ripiegò con cura il foglio e lo riconsegnò a Jean; quest’ultimo era rimasto in silenzio per tutto il breve tempo della lettura, ed aspettava che l’amico gli dicesse qualcosa in grado di chiarire qualche punto rimasto ancora oscuro. Enzo non volle speculare molto su quello che sapeva e non era sua intenzione tenere Jean ancora sulle spine; era arrivato il momento di affrontare l’argomento che coinvolgeva Totò, padre Cristofero Farina. Centellinò ancora un po’ di birra e, guardando negli occhi l’amico, disse:«Effettivamente la lettera dice poco e, a distanza di quasi mezzo secolo, sfido chiunque a ricordarsi di fatti così lontani; anche se uno, in particolare, dovrebbe esserci rimasto impresso nella mente, almeno in parte. Quell’episodio, che vorrei rievocare, è stata la ragione principale dell’invio della lettera. Era un tardo pomeriggio, con il sole ancora alto all’orizzonte e noi due, insieme a Totò, ci eravamo diretti verso la periferia sud-est, proprio in fondo alla via Vittorio Veneto. Alla fine degli anni cinquanta la campagna si arrestava a circa seicento metri da qui e solo qualche anno prima era stata eseguita la pavimentazione in pietra lavica della strada. Quel pomeriggio, spinti dall’insistenza di Totò, avevamo deciso di raggiungere la vecchia discarica di macerie edili in contrada Buglio, mossi dalla curiosità di esplorare un posto che i miei genitori mi proibivano sistematicamente di frequentare, per la pericolosità che macerie e l’accumulo di detriti poteva rappresentare». «Quello che stai per rammentarmi è l’unico frammento negativo del mio soggiorno a Valguarnera, che ho faticato a dimenticare», interruppe quasi assente Jean; non voleva essere scortese, ma il ricordo di quel giorno tante volte, lo aveva tormentato per la mortificazione subita. In un primo momento aveva voluto seppellirlo per sempre nell’angolo più nascosto del suo io ma, durante la sua giovinezza, veniva fuori a disturbarlo ogni qualvolta subiva un sopruso. Poi, per fortuna, negli anni della maturità quello sgradevole senso di disagio era scomparso, coperto dalla sua razionalità e dalla sua autostima, dimenticando tutti i momenti brutti che gli aveva procurato. «Mi dispiace riaprirti vecchie ferita, ma …»«Non ti preoccupare, le ferite quando cicatrizzano possono anche essere segno di crescita e adesso di tempo ne è passato a sufficienza, continua pure». Sistemati nelle comode sedie, con lo sguardo che si perdeva in fondo al cielo notturno, si era creata la cornice ideale per rievocare vecchi ricordi, anche se dolorosi. Entrambi sapevano che quel lontano soggiorno, solo in minima parte, era stato rovinato dalla stupidità di un momento, da parte di un ragazzino troppo esuberante e desideroso di esternare la sua superiorità.«Se ricordi bene non ci volle molto ad arrivare alla discarica; la mia intenzione era quella di poterla esplorare, senza avventurarsi troppo verso la parte più pericolosa. L’area era molto estesa e finiva da un lato con una ripidissima discesa costituita da ogni tipo di macerie che piccoli camion andavano a scaricare, per conto delle imprese edili».«Era un luogo spoglio, disseminato da cumuli di pietre: una piccola catena montuosa pronta ad essere scalata e conquistata, adesso improvvisamente la rivedo, quasi riesco ad avvertire l’eccitazione che ci prese in quel momento», aggiunse Jean.Incoraggiato dalla pacatezza con la quale l’amico incominciava a parlarne, Enzo riprese il racconto, con calore:«Eravamo felici in quel momento perché, per una volta, potevamo divertirci senza freni, lontani dal solito posto davanti casa; ci siamo rincorsi per un po’ su per le collinette; poi, Totò ci chiamò per mostrarci qualcosa di interessante, almeno era quello che lui sosteneva. Con voce suadente ci invitò ad andargli dietro e noi lo seguimmo docilmente e una cinquantina di metri più avanti ci trovammo sull’orlo della discarica: una discesa ripidissima, una scarpata artificiale che, dopo un salto di circa duecento metri, finiva in fondo ad un terreno incolto, pieno di erbacce e rovi».Enzo fece una breve pausa per inumidirsi la gola con l’ultimo dito di birra e per dare, a sé e all’amico, il tempo di mettere a fuoco quel vecchio ricordo che stava riaffiorando.Anche Jean finì la sua birra e, prima che l’amico riprendesse, aggiunse:«Quella vista mi disorientò all’istante, il mio primo pensiero fu quello di ritornare a casa, ma ero insieme agli amici e mi frenai».«Anch’io pensavo che Totò fosse un vero amico e, pur avendo la fama di scavezzacollo nel quartiere, non potevo sospettare che avesse in mente una piccola vendetta per la vivace discussione di qualche giorno prima, quando gli abbiamo rinfacciato il suo stupido razzismo nei tuoi confronti. Credevo che il suo atteggiamento fosse stato generato dalla novità di incontrare una persona diversa, mai vista. Mi sbagliavo. Il suo modo di fare nascondeva il rifiuto del “diverso” e la stupida pretesa di una superiorità razziale, magari mutuata da cattivi maestri, che avevano fatto breccia nel suo animo ribelle e un po’ prevaricatore».«Beh! Ai nostri giorni la questione non è ancora stata risolta per quanto, tanto è già stato fatto, ma molto è ancora da fare», disse con rassegnazione Jean.«Sono d’accordo con te, sotto la cenere arde ancora il fuoco subdolo del rifiuto della diversità che è abbastanza forte; ma non disperiamo!» Jean annuì con un mezzo sorriso, invitando l’amico a continuare, anche se in parte incominciava ad affiorare il contenuto della triste rievocazione; in un baleno tutto gli passò davanti agli occhi. Fu come aprire una vecchia cassapanca e rivedere antiche fotografie ingiallite, che prendevano vita.«Fu un attimo e mentre assaporavamo il gusto dell’avventura, con una doppia spinta ci fece scivolare giù per il pendìo: poi incurante delle nostre urla disperate, nel mezzo di una risata beffarda, con voce dura gridò:«Attenti che il fondo è pieno di serpenti, buona caccia».«Mentre ci aggrappavamo ai rari arbusti per frenare la nostra sconsiderata discesa, scomparve, lasciandoci nello sconforto, nel terrore e nella paura dei mostri che ci attendevano in fondo, rischiando, nella peggiore delle ipotesi, la morte».«Se non fosse capitato a noi, l’avventura sarebbe stata veramente eccitante», aggiunse tra il serio e l’allegro Jean.«Per nostra fortuna la spinta non fu violenta e scivolammo di sedere; io riuscii a frenare la mia corsa quasi subito, afferrando un grosso arbusto che sporgeva dalle macerie».«Purtroppo io non ebbi la prontezza di frenare la mia di discesa, che si arrestò solo ai bordi delle erbacce, in fondo alla ripida e scoscesa discarica. I vestiti ebbero la peggio, nonostante fossimo scivolati su una parte abbastanza sabbiosa, i rovi completarono l’opera. Ma quello era il meno, la paura di ciò che poteva strisciare in mezzo all’erba mi paralizzò, mentre un pianto sommesso incominciò a farsi vivo in me » aggiunse Jean senza nessuna enfasi.«Io invece, essendo più grande, mi trattenni nell’intento di consolarti e studiare una rapida soluzione per uscire da quella brutta situazione» disse Enzo, esortando l’amico a continuare per sapere finalmente ciò che aveva provato in quel terribile momento.«Quella selva oscura mi terrorizzava; vedevo, con la mia immaginazione, serpenti giganteschi che uscivano da tutte le parti e che avvolgevano il mio corpo» disse Jean serio; per anni quell’episodio aveva inciso profondamente sul mio rapporto con le zone piene di erba alta. Avevo faticato non poco per scrollarmi di dosso quel complesso della selva scura. Ma voglio raccontarti qualcosa che non ti ho mai detto, perché è la prima volta che ne parliamo apertamente, e di come sono riuscito a superare quel brutto trauma. Durante una vacanza nella mia terra, mentre mi trovano ai margini della savana con mio nonno Muriac, dopo i miei immotivati e ripetuti rifiuti di addentrarmi insieme a lui in mezzo all’erba, incominciò a sospettare che una sconosciuta paura si fosse impossessata di me. Nella sua esperienza di vita, a contatto con la natura, sapeva che shock simili erano difficili da estirpare ma che sarebbe stato possibile riuscirci, evitando però di entrarvi a gamba tesa. Così decise di riprovarci qualche giorno dopo, con tutte le cautele del caso. Il giorno seguente nonno Muriac uscì di buon mattino, avvisando che sarebbe tornato per l’ora di pranzo e, se ne avessi avuto voglia, avrei potuto raggiungerlo al podere, ai margini della savana.Dopo la colazione mi trastullai con il gattino di casa, non sapevo se raggiungerlo o meno; la mortificazione del giorno prima bruciava ancora, ma l’affetto per il nonno ebbe il sopravvento e, senza tanta fretta, mi diressi verso la periferia del paese. Non ci misi molto a raggiungere il podere, ma con sorpresa vidi che non c’era; gli attrezzi da lavoro erano appoggiati al capanno di legno e frasche, ma di lui nessuna traccia. Pensai che, per qualche motivo, fosse tornato indietro; ma per quale strada? Ce n’era una sola, per cui mi diressi in direzione dell’erba alta; ma mai sarei entrato! “Jean, Jean sono qui, aiutami“ il richiamo proveniva dalla savana; mi volsi, con uno scatto, in direzione della voce che chiedeva aiuto; per un attimo restai impietrito, senza sapere cosa fare, poi mi avvicinai a grandi passi, verso la boscaglia, fermandomi di colpo ai primi arbusti, fremente.“Jean vieni aiutami, ho preso una buca, mi sono ferito e la gamba non mi sorregge più, non avere paura nulla può farti del male” continuò a gridare mio nonno, cercando di non spaventarmi più di tanto. Il mio primo pensiero fu quello di correre in suo soccorso, ma qualcosa di oscuro mi teneva inchiodato ai bordi dell’alta sterpaglia e, con il cuore in tumulto, gridai:“Vado a cercare aiuto nonno, non ti muovere, potresti peggiorare il danno”.“No! non andare, non allarmare nessuno non è una cosa grave, basta fermare un po’ il sangue che esce dalla ferita, aiutami ad alzarmi, e credo che ce la farò a tornare a casa” rispose con tono affettivo mio nonno. La sua voce accorata, mi colpì al cuore come una frustata; strinsi i pugni e … all’inferno i mostri! L’amato nonno aveva bisogno di me, adesso! Non c’era più tempo per le paure di un ragazzino; corsi a perdifiato il centinaio di metri che mi separavano da lui e immediatamente mi prodigai nel tentativo di sorreggerlo, per farlo rialzare. Tornando a casa, stretto al nonno che non aveva nessuna ferita, ogni tanto sfioravo l’erba alta; finalmente la mia fobia, generata da una brutta esperienza, era in parte svanita, grazie a nonno Muriac». La narrazione di Jean fu per Enzo una novità, oramai l’antico ricordo era chiaro ad entrambi. Si rammentarono, alternativamente, gli ultimi avvenimenti della triste giornata che per fortuna, non avevano imboccato una direzione negativa. Fu come scrivere un racconto personale a due a mani. Presi da mille paure furono momenti interminabili; poi Enzo, con accortezza, si fece scivolare fino a Jean e cercando di calmarlo, lo aiutò a sollevarsi e a discostarsi dalle erbacce. Quando entrambi ebbero ripreso un po’ di fiato, con enorme fatica si inerpicarono verso la salita, afferrandosi a qualsiasi sporgenza con il cuore in tumulto per lo sforzo e per la paura. Arrivati in cima rivolsero uno sguardo frettoloso all’abisso; cercarono, alla meglio, di togliersi di dosso la polvere e qualche rametto di spine attaccato ai vestiti. Tutto sommato l’esperienza, a livello fisico, aveva fatto pochi danni: un paio di piccole escoriazione superficiali e uno strappo in fondo ai calzoni di Jean.Passata la paura iniziale, però, dovevano inventarsi qualcosa per evitare i rimproveri severi dei genitori. La giornata di sole, poco alla volta, aveva lasciato posto a qualche nuvola e, in quel tardo pomeriggio, la luminosità si era abbassata notevolmente; in fretta i due ragazzini si allontanarono dalla discarica, prendendo la strada di casa, dove vi arrivarono trafelati ed impauriti; adesso bisognava entrare senza farsi notare troppo. Per fortuna la serata si concluse meglio del previsto: a cena c’erano tante persone e l’attenzione verso i ragazzini era allentata; nel frattempo loro si erano dati da fare nascondendo l’accaduto con una doccia e un pantalone pulito, rigorosamente lungo.«Pensavo che la notte ti avesse fatto superare la brutta esperienza, la mattina successiva mi sembravi decisamente tranquillo», aggiunse Enzo dubbioso.«Quella volta, ho cercato con tutte le mie forze di nascondere la mia mortificazione, per non mostrare che ero un bambino pauroso; ma l’angoscia del giorno prima mi aveva segnato e solo dopo qualche anno, con l’aiuto di mio nonno - l’episodio che ti ho raccontato -, sono riuscito a superare lo shock di quel lontano giorno» disse Jean con serietà.Per alcuni minuti non dissero più niente; la serata era calda ma, di tanto in tanto, un venticello ne mitigava l’afa. Poi Jean parlò per primo:«Se ho capito bene Totò, padre Cristofero, anni fa voleva vedermi “per sistemare” quell’increscioso episodio. Dopo tanti anni, evidentemente, aveva voltato pagina e il suo nuovo ruolo gli imponeva una resa dei conti con la sua coscienza, non è vero?»«Totò era stato sempre un ragazzo prepotente e mal sopportato nel quartiere; prendeva di mira chiunque, specialmente i più deboli, aveva pochi amici, succubi della sua prevaricazione. Io evitavo di entrare in lotta con lui, tutte le volte che si aggregava ai nostri giochi. Per lui esisteva solo la vittoria, era incapace di giocare per divertirsi, contava solo vincere, o barare per raggiungere il suo scopo».«Adesso ricordo che dopo il suo vile scherzo, non si fece vedere per qualche giorno poi, un pomeriggio, si presentò come se nulla fosse: spavaldo e sicuro di sé, senza un minimo di rimorso per quello che sarebbe potuto succedere» disse Jean duro.«La sua sicurezza dipendeva dal fatto che la nostra disavventura si era risolta positivamente, ma ti posso assicurare – me lo ha confessato lui – che ci aveva spiati accertandosi che nulla di grave ci fosse accaduto; l’invidia per la nascita della nostra amicizia, lo aveva fatto reagire d’istinto: come si permetteva un negretto di catturare l’attenzione dei suoi amici? Però ti posso garantire che, negli anni seguenti, ha dato una svolta alla sua vita, spinto da esperienze anche dolorose, diventando un altro uomo, ed è proprio questa nuova persona che voleva vederti» disse Enzo con tono rilassato.«Adesso che ho appreso anche le vicende che non conoscevo, ho proprio voglia di incontrarlo, ma non per ricevere le sue scuse, oramai è acqua passata, cose da ragazzini. Ci sono alcuni argomenti che vorrei affrontare con lui e, viste le sue molteplici esperienze, sono sicuro che potrà darmi una mano».«Quali argomenti? Non me ne hai mai parlato» disse sorpreso Enzo.«Ti avevo accennato qualcosa al mio arrivo a Catania, ricordi?»«Pensavo che scherzassi o che fossi stanco del viaggio » rispose gioiosamente Enzo.«Non scherzavo affatto, lo so che ti sarà difficile comprendere che un vecchio razionalista come me possa interessarsi alla sfera dell’irrazionale ma, quando meno te l’aspetti, un incontro fortuito e una frase allusiva, sulla quale non avevi mai riflettuto, ti può scombussolare. So già che dirai: “a me non potrebbe accadere”. Hai avuto sempre certezze e solide convinzioni: perché cercare quello che non si può afferrare, quando non abbiamo tempo di godere di tutto il visibile e il reale che ci circonda? Non è così che la pensi?»Enzo si alzò con calma dalla sdraio, si avvicinò al parapetto in cemento del terrazzo e appoggiandovi le spalle e i gomiti, si sporse a guardare fuori; poi si rigirò verso l’amico e, con un sottile sorrisino, disse:«Ad uno storico come me, che si occupa prevalentemente di argomenti sociali, non si può chiedere di occuparsi di cose trascendentali; ho sempre cercato di vivere nella concreta realtà con onestà e correttezza, ma non ti nascondo che una punta di invidia, per quei credenti appassionati e non per gli integralisti di qualsiasi religione, l’ho sempre avuta. Non l’ho confessato mai a nessuno, sarebbe stato come ammettere delle falle nella linearità oggettiva della vita reale. Ma bisogna ammettere, e ricordati che negherò sempre di averlo detto, che quella categoria di credenti ha la capacità di fidarsi di un Dio che delega la risoluzione delle cose ordinarie agli uomini, mentre Lui si riserva quelle impossibili. Ed è difficile ammetterlo ma questo Dio potrebbe esistere, perché ne ha tutte le caratteristiche e non lascia mai nessuno da solo; sai quante volte padre Cristofero ha cercato di fare breccia in me con questo argomento!»L’ultima affermazione di Enzo lo spiazzò letteralmente; anche l’amico era capace, qualche volta, di alzare gli occhi al cielo, stavano proprio invecchiando! Rimase per un po’a fissarlo mentre restava in silenzio, come svuotato dallo sforzo di qualcosa che in altri tempi, lo avrebbe lasciato indifferente. Si alzò anche lui dalla sdraio e gli si avvicinò, non aveva l’intenzione di fargli una lezione, non lo meritava e poi lui non ne aveva titolo; per anni le loro convinzioni avevano collimato quasi perfettamente, adesso la breccia nelle sue certezze incominciava ad allargarsi, senza che fosse in grado di controllarla adeguatamente. Per prima cosa doveva mettere ordine nelle sue idee, quindi niente discorsi difficili e fuori luogo.«Sai bene che non ti farei mai la predica neanche se fossi certo di qualche tua errata idea; potrei, al limite, cercare di spiegarti e di farti capire, ma sai benissimo che adesso io sono in condizioni peggiori, tu almeno per il momento non hai l’intenzione di affrontare il problema, io invece da mesi ci penso tutti i giorni». Jean disse queste ultime parole mentre fissava la meravigliosa volta celeste, puntando la sua attenzione sul grande carro, che si stagliava maestoso in alto alla sua sinistra, e da lì cercò di individuare la stella Polare, un puntino nell’immensità.«Grazie Jean, per questa sera abbiamo spaziato abbastanza; l’incontro con Totò sarà la degna conclusione di questo argomento» concluse serenamente Enzo. Dopo quest’ultima affermazione si rigirò verso la strada imitato da Jean e, senza dir niente, stettero per qualche minuto a guardare quell’angolo di quartiere che, tantissimi prima, aveva cullato i loro innocenti giochi. Dopo discorsi così profondi e personali e, vista la calda serata estiva che avrebbe ostacolato il sonno, Enzo, preso da una lontana nostalgia, pensò di raccontare e di raccontarsi una vecchia tradizione ispirata dalla vista della piccola e familiare piazzetta. «Non so come, forse per l’innato desiderio di una fuga nel lontano passato che tante volte mi assale, improvvisamente, guardando giù dal terrazzo, prende forma nella mia testa un’immagine che ho vissuto tanto tempo fa». Enzo disse queste parole mentre fissava un angolo della strada con le palpebre socchiuse, sforzandosi di fermare e rendere sempre più nitido quell’inatteso ricordo. Jean non riusciva a capire a cosa si riferisse, era rimasto assorto sulle battute del discorso precedente e non aveva notato il nuovo interesse che aveva attratto Enzo. Lo guardò con aria interrogativa, dicendo:«Che immagine? Quale ricordo? Sinceramente non ho capito a cosa pensi, c’entro ancora io?»«No! Questa volta il ricordo è solo mio: è qualcosa che si usava fare tantissimi anni fa, purtroppo spazzata via dalla modernità, sempre più invadente, “modernità” che elimina cose e tradizioni, senza chiedersi se siano da cancellare perché veramente superate. Superate da cosa? da chi? Forse dalla tecnologia che ci aiuta tanto ma che, se spinta troppo, potrebbe nuocere all’umanità, con il rischio di non riuscire più a leggere ciò che giace in fondo al cuore dell’uomo che, anche dopo migliaia di anni, non può fare a meno delle emozioni dettate più dal cuore che dalla ragione». Per un momento, anche Enzo pensò che quel fiume di parole, fosse uscito da un’altra bocca, ma l’immagine struggente che gli si era parata davanti, l’aveva fatto precipitare in un vortice emozionale. Il vivido ricordo che stava rievocando, portava alla luce sensazioni bellissime, sopite dalle convinzioni dell’età matura piene di razionalità e di logiche moderne: il bambino che rimane in fondo al cuore di ciascuno di noi è una scintilla che non si spegne mai, per fortuna. Forse anche le persone che noi crediamo irrecuperabili per la società, nei momenti di abbandono ritrovano quel bimbo; peccato che il più delle volte, l’incontro sia breve e incapace di generare cambiamenti duraturi.«Non so se hai bevuto troppa birra ma mi sembri alquanto eccitato, forse è meglio che, con calma, mi fai partecipe di ciò che stai vedendo in fondo alla strada, penso che sia la serata giusta, ti ascolto».Un sorriso si disegnò su entrambi e, dopo una breve pausa, Enzo riprese con un tono di voce che ricordava un canto blues:«Rivedo una porta semichiusa: davanti ad essa un gruppo di persone sedute, intente a parlare tra di loro e, nel tentativo di metterlo più a fuoco, gradualmente è come se riuscissi a percepirne l’antica atmosfera. Si! É proprio una delle tante serate della lunga e calda estate siciliana, di fine anni cinquanta. Dopo la grande calura del giorno, finalmente liberi dalle proprie occupazioni giornaliere, i vicini di casa e qualche parente, dopo cena si radunavano alla spicciolata; i più giovani portavano per loro e per un famigliare più anziano, una sedia o qualcosa che servisse allo scopo. Il punto d’incontro era sempre davanti alla porta dei vicini più anziani ai quali piaceva la compagnia, per trascorrere qualche ora insieme: riposando, discorrendo e raccontandosi piccoli fatti di vita quotidiana. Come in tutte le comunità, a basso tasso di industrializzazione, i vicini di casa rappresentavano un prezioso aiuto grazie alle loro conoscenze da condividere e, per questa semplice ragione, venivano considerati come veri parenti. È chiaro che tutto l’ambiente non viveva in un mondo da fiaba buonista; anzi spesso, rancori e dissapori serpeggiavano all’interno di quella porzione di piccolo mondo. Però, la lotta giornaliera per tirare avanti, nella maggiore parte dei casi, smussava i tanti angoli, restituendo al gruppo la capacità di capire che, solo con l’aiuto reciproco del loro stesso ceto, si potevano superare le difficoltà della vita di tutti i giorni».«Le regole ferree e non scritte della società agreste» sottolineò, a mezza voce, Jean.«Ora, in questa istantanea che si è formata riesco a scorgere, quasi con chiarezza, tutti i vecchi vicini di casa e, dei più cari, per un attimo rivivo un particolare della loro vita, del quale sono stato testimone ed allora, sento risuonare dentro di me, alcuni dei loro preziosi insegnamenti. Fare i nomi di tutti i vicini di casa di quel periodo sarebbe un esercizio sterile e difficile, con il rischio di dimenticarne qualcuno. Nel quartiere, la mia famiglia era una delle più benestanti, anche se i miei nonni avevano lavorato duramente per dare un buon avvenire ai propri figli. La maggior parte degli abitanti del quartiere era costituita da artigiani e contadini, ma il rapporto con loro era di cordialità e mutuo soccorso. Per questo invece di ricordarli con i loro nomi, preferisco presentarli, quasi a volo d’uccello, nelle loro attività quotidiane e ringraziarli, a posteriori, per gli innumerevoli consigli e gli autentici valori che mi hanno trasmesso. Come dimenticare l’antica saggezza contadina che, a suo modo, amava la natura; ti aiutavano a conoscere piante e animali educandoti al rispetto, ad evitarne i pericoli e a vivere in armonia con essa».«Questo è un concetto che conosco bene; la mia terra d’origine, come tu ben sai, per migliaia di anni ha fatto tesoro di tale filosofia», aggiunse sempre con voce sommessa Jean, che incominciava a provare un interesse per il racconto di Enzo.«Falegnami dalle agili mani e nelle quali il legno prendeva forma e vita; zolfatari che raccontavano dei tanti piccoli tesori sepolti sottoterra; muratori capaci di tirare su, una casa da un progetto disegnato su carta. Casa: un sogno, per tanti, lungo una vita. Eccoli! adesso come allora, seduti in cerchio davanti ad una porta semichiusa del piccolo slargo; sistemati su sedie scompagnate, nel posto più congeniale alla propria indole. I più timidi prediligevano accomodarsi sotto l’ombra proiettata dal lampione per l’illuminazione urbana, situato in cima ad un alto palo di cemento e ferro che il comune aveva fatto installare, qualche anno prima, quando il quartiere di San Giuseppe aveva iniziato a popolarsi. Il punto luce era stato collocato ad una decina di metri dalla nostra casa, per illuminare la grande e lunga scala in pietra lavica, che ancora oggi collega la via Vittorio Veneto con il viale Sant’Elena. Ora come vedi, quel vecchio lampione è stato sostituito da diverse lampade moderne, attaccate ai muri e decisamente più luminose.Al contrario, i più sfacciati sceglievano un posto ben illuminato, o per mettere in mostra qualcosa di nuovo indossato proprio quella sera, o perché avevano delle novità da raccontare, spesso infarcite da pettegolezzi da spifferare a mezza voce, con malcelata noncuranza. Di sicuro io non ricordo minimamente i discorsi dei grandi, noi bambini eravamo sempre intenti a giocare poco lontano e solamente quando una parola colpiva la nostra fantasia, ad uno ad uno, sgattaiolavamo dentro “il grande cerchio” rassicurante ed ascoltavamo rapiti e senza fiatare. Già! Senza poter dire niente; infatti nessuno di noi parlava o interrompeva una persona adulta, mentre discorreva su argomenti da grandi che, il più delle volte, incuriosivano anche i piccoli».«O tempora o mores!»«Spesso, all’inizio della conversazione venivano riportate le ultime notizie paesane poi i discorsi, progressivamente, passavano a raccontare la giornata appena trascorsa nei campi o l’impegno nei lavori artigianali: previsioni di abbondanti raccolti o lamentele per il poco lavoro che la realtà del momento offriva. In quel caldo cerchio i discorsi seri occupavano gran parte della chiacchierata, ma puntualmente, alla fine della serata, come un antico e seduttivo rito, qualcuno incominciava a parlare e, alzando con enfasi il tono della voce, introduceva una fiaba con una formula magica che fermava ogni cosa: “c’era una volta” , vero regalo per piccoli e grandi. Di colpo quella porzione di strada si trasformava in un posto fatato; ogni persona seduta attorno a noi, nella nostra mente, assumeva la forma dei personaggi evocati dalla narrazione. Così ciascuno dei presenti, ai nostri occhi, impersonava ora il cattivo, il buono, il furbo a seconda della simpatia o dell’antipatia che avevamo nei loro confronti, diventando ora draghi, principi, principesse e grandi eroi difensori dei deboli».«E’ incredibile! Stai descrivendo così bene quell’atmosfera che quasi mi sembra di scorgerla, ti consiglio di scriverci un racconto» disse Jean con ammirazione «e scusami per l’interruzione».Enzo, con un sorriso affettuoso, sottolineò che non c’era problema e, subito, riprese la sua narrazione: «Poi, proprio sul più bello, tutto quel fantastico mondo, faticosamente costruito nella nostra testa, svaniva e crollava improvvisamente come un castello di carte, percorso da una ventata; era terribilmente tardi e quindi tutti a nanna. Il giorno dopo, anche se festivo, sarebbe stato un giorno pieno di impegni, il sabato del villaggio di leopardiana memoria, volgeva alla fine: il resto alla prossima puntata. Proprio così! Dovevi aspettare il prossimo incontro per conoscere il finale della storia. Ma oggi incomincio a pensare che tutto ciò fosse un sottile espediente, maturato dall’antica saggezza popolare, per tenere viva la nostra immaginazione e anche per tenerci un po’ legati con un invisibile filo; la curiosità suscitata in grandi e piccini serviva da collante, da pretesto per il prossimo incontro, nel quale c’era ancora qualcosa da dirsi, da scambiarsi e da trasmettere. Un palpabile piacere sottile nel condividere le piccole quotidianità e l’irrinunciabile necessità di sentirsi accettati dal gruppo, cercando di rendersi utili, secondo le proprie capacità, con la consapevolezza e il sacrificio, impegnandosi nella propria personale crescita umana e professionale».Un rumore improvviso; il rombo di un’auto nella notte e l’immagine delle persone in cerchio tende a dissolversi; con forza e con infantile voglia Enzo cerca di fermarla ancora per un attimo, affinché possa librarsi intatta davanti ai suoi occhi socchiusi e stamparsi per sempre, come una vecchia istantanea, nell’album del suo cuore. Il ricordo per alcuni minuti aleggiò nella calda serata; incominciava a farsi tardi e i due amici godettero ancora per un po’ del refrigerio notturno, scambiandosi piccole frasi superficiali; non volevano aggiungere nulla al ricordo di Enzo, così bello ed autentico. Il cielo stellato, oscurato ad est da una magnifica Luna piena, attrasse l’attenzione di entrambi; la limpidezza dell’aria la rendeva più grande, lucente, e capace di suscitare mille pensieri e sensazioni profonde.«Si è fatto tardi, io andrei a letto» disse Jean, mentre sbirciava il suo orologio.«Anch’io penso di chiuderla qua per questa sera ….» rispose con poca convinzione Enzo, lasciando in sospeso le ultime parole, quasi a volere aggiungere qualcos’altro. Poi, prima che l’amico potesse dire altro, continuò:«La Luna questa sera è magnifica e mentre l’ammiravamo sono stato sommerso da tantissime sensazioni ma stranamente, l’ultimo pensiero, come al solito, è il più futile e il meno profondo».«E quale sarebbe? Debbo preoccuparmi? Non vorrai tenermi ancora qui per qualche ora?» rispose Jean, mentre sistemava alcune sedie attorno al tavolo. «Stai tranquillo! non è una cosa eccessivamente lunga e poi per chiudere la serata ci vuole un ricordo appropriato e la Luna di stasera mi ha fatto venire in mente un vecchio gioco che facevamo da ragazzini, che riscuoteva sempre un grande successo».«E cosa centra la Luna con un gioco? Adesso mi hai incuriosito, dai racconta », disse Jean, mentre pazientemente si risiedeva.«Il gioco veniva chiamato Luna al monte come la bellissima Luna che si staglia sopra la Santa Croce. In un paio di minuti ti illustrerò il suo svolgimento … almeno spero» disse allegramente Enzo.«Ti ascolto» rispose con rassegnazione Jean.«Il gioco era abbastanza articolato; ciascuno dei partecipanti doveva mettere in campo il meglio di sé, evitando errori di esecuzione, causa penalizzazione. Formato il gruppo, si tirava a sorte lo sfortunato di turno, che doveva assumere la tipica posizione del sottoposto (piegato come se volesse toccarsi i piedi con la punta delle mani) mentre tutti gli altri, a turno, lo scavalcavano poggiando le mani sulla sua schiena, recitando la sequenza delle formule e piccole azioni prescritte dal gioco:- Uno Luna al monte.- Due Monte al buio (il giocatore, saltando, premeva due dita della mano sulla schiena del sottoposto).- Tre La figlia del re (il giocatore, saltando, premeva tre dita di ogni mano sulla schiena del sottoposto).- Quattro Lo spazzino tocca a terra (Il giocatore, dopo aver scavalcato il sottoposto, doveva sfiorare il terreno con una mano).- Cinque Pedate al culo (Il giocatore, contemporaneamente al salto, doveva dare un piccolo calcio sul sedere del sottoposto).- Sei Al volo (il giocatore saltava senza toccare la schiena del sottoposto con le mani).- Sette Le baionette (contemporaneamente al salto, il giocatore doveva toccare con una mano la schiena del sottoposto ed alzare l’altra in alto, in segno di vittoria).«Scusa se ti interrompo, ma il sottoposto non cambiava? E le penalità delle quali parlavi, come si applicavano?» disse Jean, mostrando un certo interesse per quella strana sequenza, mista ad una ritualità che solo la fantasia dei ragazzi riesce a mettere in campo, quando deve inventarsi qualcosa nel quale tuffarsi, mettendo in campo tutta la vitalità della gioventù.«Le regole del gioco preferisco dirle alla fine della sequenza, mi da soddisfazione recitarla di seguito, mentre la visualizzo come se vedessi dei ragazzini giocare», e senza fermarsi continuò:- Otto Gingiotto (durante il salto, il giocatore pizzicava con pollici ed indici la schiena del sottoposto).- Nove Margherita fa le prove (a metà del salto, il giocatore doveva strusciare il sedere sulla schiena del sottoposto). - Dieci Pasta, fagioli e ceci (il giocatore, nello scavalcare, premeva i pugni chiusi sulla schiena del sottoposto).- Undici Sudici.- Dodici Al volo (il giocatore saltava senza toccare la schiena del sottoposto con le mani).- Tredici Quando ripasso te la metto ( il giocatore saltava tenendo in mano una piccola pietra).- Quattordici Te l’ho messa ( durante lo scavalcamento, il giocatore depositava la pietra sulla schiena del sottoposto, evitando di farla cadere a terra comprese quelle già depositate dagli altri giocatori).- Quindici Quando ripasso me la riprendo (saltando il giocatore doveva evitare di far cadere le pietre poste sulla schiena del sottoposto).- Sedici L’ho presa ( il giocatore, mentre effettuava il salto, riprendeva la propria pietra).- Diciassette La bicicletta.- Diciotto La macchina.- Diciannove Il trattore.- Venti Il motorino.(Dalla diciassettesima sequenza il gioco era facoltativo, poteva anche omettersi; comunque ad ogni salto il sottoposto doveva mimare, con mosse e voce, il mezzo declamato dal saltatore).E infine per soddisfare la tua giusta curiosità, le piccole regole del gioco:1) Con la conta iniziale si determinava il sottoposto2) Chi commetteva un errore durante il salto, prendeva il posto del sottoposto.3) Il saltatore, mentre eseguiva il suo salto, doveva declamare ad alta voce la formula relativa al numero del salto.Se non ricordo male il gioco aveva anche alcune varianti. Durante il salto si potevano citare nomi di città, animali o cose in ordine alfabetico. Il saltatore che non sapeva il nome relativo alla lettera in corso, sostituiva il sottoposto. Il gioco iniziava dalla lettera A, e via via sino alla Z; l’ultimo che si trovava a fare il sottoposto perdeva la partita e pagava pegno. Ma il gioco più amato rimaneva sempre Luna al monte, divertente ed impegnativo dove l’abilità personale di esecuzione, veniva sempre sottolineata da tutti i partecipanti». Enzo concluse il racconto con un saltello, mimando quello del gioco; scavalcò una piccola sedia e, con una risata piena di soddisfazione, invitò l’amico ad andare a letto.«Bello veramente» e alzando gli occhi verso la Luna, aggiunse: «E tutto grazie a quella meravigliosa Luna al monte».Capitolo 5PIETRATAGLIATAEnzo ripose la tazzina vuota del caffè, che aveva sorseggiato con gusto; fuori, le prime luci dell’alba, filtravano attraverso la tendina fiorata della cucina, rischiarata da un lampadario un po’ retrò in vetro colorato. Quasi nello stesso momento squillò il suo cellulare, con un rapido gesto lo prese dal tavolo e rispose a bassa voce:«Ciao, cinque minuti e saremo giù in strada». Jean, con un cenno del capo, gli fece capire che aveva intuito chi fosse il suo interlocutore; contemporaneamente, evitando qualsiasi rumore, prese lo zainetto rigonfio che giaceva in un angolo, e con passo leggero uscirono dalla stanza. Meno dei cinque minuti promessi al telefono e si trovarono in strada, dove un piccolo fuoristrada li attendeva parcheggiato sul lato opposto della carreggiata. Al loro apparire sulla soglia della porta, il guidatore mise in moto e dal finestrino abbassato li esortò a salire. In macchina, oltre a Nino che faceva da autista, c’erano altre due persone che Jean non aveva mai visto; prima di partire, Nino si girò verso Jean ed Enzo, che si erano seduti dietro, e allegramente disse: «Ciao ragazzi! Jean tu mi conosci già, ci siamo incontrati un paio di giorni fa; gli altri invece sono Franco e Carmelo». Quest’ultimi salutarono cordialmente i nuovi arrivati, Enzo li conosceva benissimo; anche loro erano amici d’infanzia e ad ogni suo ritorno in paese, erano soliti organizzare sempre una piccola gita nei dintorni. Jean rispose ai saluti con cortesia, ma non aveva la minima idea di chi potessero essere; Enzo, invece, strinse calorosamente le loro mani e, con una pacca sulla spalla, invitò Nino ad ingranare la marcia e partire. Inizialmente, a parte una canzoncina cantata a mezza bocca da Nino, nessuno parlò; un po’ d’imbarazzo era più che naturale per la presenza di Jean, anche se Carmelo e Franco sapevano chi fosse, in quella lontana estate avevano giocato insieme a lui. Enzo, che aveva preventivato questa situazione, si rivolse a Jean dicendo:«Sicuramente anche questi due carissimi amici avranno per te un viso nuovo!»«A questo punto debbo supporre che anche loro facessero parte del gruppetto del quartiere, o sbaglio? Dovete scusarmi, ma è molto difficile per me associare i vostri nomi a ragazzini di fine anni cinquanta», rispose con una vena giustificativa Jean.«Io sono Franco, capisco il tuo disorientamento, ma non farti impressionare dal nostro colore da visi pallidi e …» Jean non gli fece finire la frase; l’espressione sul colore della pelle non lo sfiorò lontanamente: come una luce, che all’improvviso rompe l’oscurità in una stanza immersa nella penombra, intuì subito chi potesse essere quel signore distinto, leggermente stempiato e biondo di capelli e, con gioia, disse:«Franco! La tua proverbiale battuta ha aperto un cassetto della mia memoria, e dov’è finito il tuo bel caschetto biondo? Sei stato il primo che mi ha teso la mano, senza farsi condizionare dalla mia manifesta diversità; mi hai accettato subito per quello che ero: un coetaneo».«Il nostro caro Franco, fin da bambino è stato educato a ricercare i valori interiori nelle persone e non ha mai faticato ad accettare chiunque; anzi, le diversità sono state lo stimolo per lo scambio di esperienze e per soddisfare la sua innata curiosità: un liberale in erba in una porzione di mondo chiuso e alquanto bigotto», aggiunse Enzo, per dare a Jean più completezza sulla figura di Franco, amico che stimava moltissimo. Pur non avendo finito gli studi, la voglia di conoscere gli aveva consentito di allargare i suoi orizzonti, costruendosi, da autodidatta, una buona base culturale, seguendo anche i suggerimenti di amici nella scelta delle sue letture. Aveva continuato a mandare avanti la falegnameria del padre, rimodernandola e incrementando gli affari; nella provincia veniva apprezzato per la sua competenza artigianale, l’onestà lavorativa e la capacità di relazionarsi con chiunque; sorretto sempre da una fede autentica in Dio.«Adesso non esaltarmi oltre misura, Enzo; dopo tantissimi anni, ho piacere di rivedere Jean, e considero un complimento da vero amico il ricordo che ha avuto del nostro primo incontro: lasciare una piccola traccia negli altri è come continuare ad esistere e, come ben sapete, solo nelle relazioni autentiche possiamo concretizzare una vita piena ed appagante», intervenne Franco mentre, senza forza, stringeva la gamba di Jean che gli stava accanto, nei sedili posteriori dell’auto.Carmelo, invece, stava seduto a fianco di Nino, anche lui desideroso di rompere il ghiaccio con Jean e aspettava con impazienza, tipica del suo carattere, che Enzo, anche per lui, facesse una piccola presentazione che arrivò puntuale:«”Il capo macchina”, Carmelo, invece è il ragazzino che hai conosciuto alcuni giorni dopo il tuo arrivo; in quel periodo si era beccata una bella influenza; è sempre stato lo spericolato del gruppo e il meno paziente, abile nuotatore, nel suo girovagare per i dintorni di Valguarnera, non appena adocchiava na gìbbia…»«Scusa che parola hai detto?», interrupe curiosamente Jean, non conoscendo il significato del termine usato da Enzo.«Le “gibbie” sono delle vasche molto grosse in muratura, non sempre interrate, che servivano e servono ad irrigare orti e alberi da frutto nelle campagne circostanti. Tanti ragazzini, a loro rischio, vi si tuffavano per apprendere i primi rudimenti del nuoto e, nei lunghi pomeriggi della torrida estate siciliana, per rinfrescarsi, evitando di farsi scoprire dai padroni del fondo. Carmelo era il più assiduo frequentatore, mentre noi l’accompagnavamo saltuariamente, invece con te non abbiamo avuto l’opportunità di andarci mai. Ma forse per fartelo ricordare dovrei aggiungere ancora qualcosa …» «Magari un particolare o un indizio più marcato», rispose Jean con una punta d’imbarazzo.«Tide» disse Carmelo mentre, con una risatina misteriosa, fissava Jean che a sua volta lo scrutava con aria interrogativa».«Forse dovresti essere più esplicito Carmelo, gli anni passati sono proprio tanti, e poi il termine che hai usato non mi sembra dialettale ». «Il mio nome per te deve essere nuovo, infatti nel quartiere tutti mi chiamavano:”Tide”; ero il ragazzino che portava sempre in tasca qualche giochino ed un paio di soldatini» ammiccò Carmelo.«Ma tu sei proprio il ragazzino che amava giocare con i soldatini e gli indiani? Quelli di plastica colorati?»«E’ proprio lui; il “piccoletto”che non poteva permettersi di possedere quelli in piombo colorato, desiderio realizzato solamente dai bambini benestanti. Lui, per soddisfare la sua passione, si accontentava di quelli che la fortuna gli assegnava come regalo dentro le scatole di detersivo per il bucato», disse Enzo, mentre a gesti invitava l’amico a continuare. Anche Jean si dimostrò interessato all’argomento e Carmelo, con convinzione, riprese:«Come avrai capito “Tide” era il nomignolo affettuoso che i miei compagni mi avevano affibbiato per sottolineare l’insistenza che avevo nei confronti di mia madre, mentre la supplicavo di comprare quel prodotto. Ma una volta, per il mio compleanno, ho ricevuto in regalo da un caro amico, di cui non faccio il nome ma che guardo intensamente, due bellissimi pupazzetti: un indiano e un soldatino. Enzo sorrise. La mia famiglia tirava avanti dignitosamente con il lavoro artigianale di mio padre e i “vizi” da ricchi erano banditi».«Adesso parte, u S’gnùr n scanza!» dissero in coro Nino ed Enzo. Carmelo, senza dare peso allo sfottò degli amici, iniziò il suo racconto:«Non so quanti della mia generazione rammenteranno questa parolina bianca di quattro semplici lettere - T I D E – che campeggiava su una scatola di detersivo a fondo rosso e giallo, utilizzato per il lavaggio manuale della biancheria. Da moltissimi anni quella vecchia marca, venduta a Valguarnera nel periodo della mia infanzia, non è più sul mercato, io non l’ho mai più sentita reclamizzare. Però, per me ha sempre avuto un significato particolare ed era sempre portatrice di gioia».«Ti prego Carmelo non farla troppo lunga, siamo quasi all’uscita del paese», disse Nino rassegnato, conoscendo bene la meticolosità dell’amico per i ricordi giovanili. Infatti l’auto della comitiva aveva già percorso alcune strade del quartiere e, superata la chiesa di san Giuseppe, era sbucata in via Angelo Pavone – Medaglia d’Oro al valore militare della Seconda Guerra Mondiale – e si dirigeva, con decisione, sulla vecchia strada provinciale per Raddusa, nella parte nord del paese.«Ragazzi oggi dovete lasciarmi in pace; concedetemi tutto il tempo che ci vuole; u Cannùn i Grest è ancora lontano, senza tener conto della strada dissestata e piena di interruzioni», aggiunse calorosamente Carmelo, prima di riprendere seriamente il suo racconto:«A tempi della nostra fanciullezza ricevere doni, specialmente per i bambini meno abbienti, non era cosa frequente, come ai giorni nostri. In Sicilia era tradizione regalare ai bambini qualche bel giocattolo per la ricorrenza della festa dei morti, giorno della Commemorazione dei Defunti. Per quello che ne so, questa usanza era una peculiarità meridionale: gli adulti ci dicevano che il regalo ricevuto nella notte, tra la festa di Ognissanti e il 2 novembre, era un dono dei morti, per i bambini ubbidienti ».«Forse la scelta di quel periodo è da ricercare in un espediente per mantenere vivo, nelle nuove generazioni, il ricordo dei defunti della famiglia», aggiunse discretamente Enzo, chiedendo scusa con gli occhi, quando incrociò lo sguardo severo di Carmelo. «Il regalo più classico per i maschietti era il cavallo a dondolo; alle prime luci dell’alba, si sgusciava velocemente da sotto le coperte e in poco tempo si raggiungeva l’angolo dove, nella semioscurità, si celava lo splendido cavallino, pronto ad essere cavalcato, a briglia sciolta, da un coraggiosissimo cavaliere senza macchia. Il cavallo era costituito per la maggior parte in cartone resistente e molto colorato; le quattro zampe in legno, a sezione rettangolare, erano incollate al tronco, mentre la parte inferiore di esse, andava ad incastrarsi su una base di legno ricurvo, che fungeva da dondolo. Per me la gioia era doppia perché potevo condividerla con il mio fratellino».Per un attimo Carmelo fermò il suo racconto; aveva descritto il caro “cavallino a dondolo” tutto d’un fiato; aveva fatto ricorso al vivido ricordo che conservava gelosamente nella sua memoria: un’istantanea a colori fiera e docile, come il destriero di tanti anni fa. Oramai il fuoristrada era all’altezza della contrada Dalei: una grande vasca in pietra, delimitata nei tre lati da un alto muro, anch’esso di pietra; era colma di acqua e un tempo veniva utilizzata per abbeverare gli animali da soma, pratica andata ora in disuso. Sulla destra dell’abbeveratoio una canna d’acqua si riversava in una semisfera di calcare, inserita nel muro, dalla quale, specialmente nei mesi estivi, i rari viandanti bevevano la fresca acqua, sempre corrente. Nino accennò sommariamente al suo uso: uno sguardo veloce alla costruzione solitaria, fu rivolto dagli occupanti dell’auto, senza particolari commenti. Carmelo aveva sospeso il suo racconto per qualche secondo poi, con rinnovato vigore, riprese:«Immediatamente, senza neanche vestirci, io e mio fratello ci catapultavamo sui nostri rispettivi destrieri e, senza inutili interruzioni, giù a dondolarsi fino a sfiancarli; infatti, dopo qualche settimana, la sua fine arrivava inesorabile: qualche zampa si scollava dal busto di cartone e non era più possibile cavalcarlo. Ma noi non ci davamo per vinti; recuperata la testa, con pazienza, la impiantavamo sul bastone di una vecchia scopa: così, come per magìa, il cavallo riprendeva una nuova vita, galoppando nella grande prateria della strada».«Ti decidi a pronunciare la parolina magica! manca poco alla nostra destinazione; abbiamo già oltrepassato a Purtèdda», incalzò Franco che fino ad allora aveva ascoltato senza dir niente.« La parola magica per sopperire alla penuria dei regali, per me, era solo una: “Tide". Marca di detersivo che al suo interno conteneva un regalo, nascosto in mezzo alla polvere bianca della scatola. Io stavo sempre nell’attesa che il prodotto finisse, felice di correre in negozio a ricomprarlo. Il più delle volte, l’impazienza mi portava ad aprire la confezione prima di arrivare a casa, divorato dalla curiosità. Dentro ci potevi trovare di tutto: piccoli giochi da tavolo come lo Shangai; soldatini in plastica colorata, i miei preferiti; pastelli, matite colorate e giochi componibili. Ricordo che per un periodo limitato, la casa produttrice inserì le sagome delle regioni italiane che, incastrandosi fra di loro, avrebbero ricomposto l’Italia: un’impresa difficile, quasi impossibile. Ovviamente, pur lavando la biancheria con regolarità, ci voleva del tempo prima che il detersivo si esaurisse; cosi, non di rado mia madre, notando la mia faccia scura, mi spediva ad acquistarne una nuova scatola, anche quando non era strettamente necessario: il cuore della mamma non si smentisce mai. Da questo punto di vista nulla sembra essere cambiato; i bambini, ieri come oggi, sono sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo e a miei tempi la fatica era sicuramente doppia: però la mia personale strategia mi ha garantito qualche giochino in più, unitamente a questo nomignolo, che non disdegno: Tide». Le ultime parole furono accolte da una leggera disattenzione generale; infatti tutti vennero catturati, inesorabilmente, dallo spettacolo che si presentava ai loro occhi dopo l’ultima curva. In lontananza, ma ben distinguibile, si era materializzata la suggestiva sagoma del Castello di Pietratagliata, inquadrata in un paesaggio singolare: una distesa di collinette che si tuffavano in una piccola valle dove, perpendicolarmente, vi si conficcava un enorme costone roccioso che assomigliava alla cresta di qualche mitico animale e proprio nel punto più alto, svettavano i resti di un antico fortilizio. Il colpo d’occhio era incomparabile; la luce tersa del mattino e già luminosissima, dava l’illusione che la costruzione fosse come sospesa tra cielo e terra: inarrivabile. Mentre il fuoristrada avanzava sulla strada sterrata, gli occhi del gruppo di amici venivano calamitati dalle acuminate rocce imprigionate dalla terra, brulla e bruciata dal sole; i rari alberi erano sparsi per la campagna solitaria. Percorrendo la mulattiera, la mole dello sperone diventava sempre più imponente e minacciosa. L’ultimo tratto di strada presentava una discreta salita e la polvere biancastra, sollevata dalle ruote, conferiva al vecchio fortilizio un alone di mistero, velato da una leggera nebbia: strano effetto in piena estate; per una attimo il castello assomigliò ad un antico maniero scozzese, ma durò un soffio di vento.Nino arrestò l’auto sul ciglio della strada, poi rimase fermo al suo posto, aspettando che la nuvola di polvere si dissolvesse completamente. Tacitamente il suo gesto fu imitato dai quattro amici che, con gli occhi fissi al torrione, cercavano di inquadrarlo dai finestrini dell’auto.«Notevole! Vero?», disse Enzo rivolgendosi a Jean che, affascinato dallo spettacolo, fissava la porzione di spazio visibile dalla sua posizione.«Non ho parole! Mi avevi parlato di una fortificazione appollaiata su una roccia, ma questo magnifico sperone va oltre a quello che aveva immaginato; la cosa che più mi ha colpito, al primo sguardo, è la sua posizione: domina con naturale eleganza tutto il territorio circostante, assottigliandosi verso il fondovalle e dà l’idea di tuffarvisi», rispose Jean con voce rotta dall’emozione, senza staccare gli occhi dalla visuale. Poi, quando la nuvola di polvere si diradò completamente, seguendo l’esempio di Nino, tutti scesero dalla macchina e vennero immediatamente investiti dall’aria calda che stazionava nella campagna assolata. Nino e gli altri due amici, dopo una rapida occhiata all’ambiente circostante, incominciarono a organizzarsi per esplorare ciò che restava del vecchio fortilizio. Jean, insieme ad Enzo, restò con il naso all’insù coprendosi gli occhi con la mano per la forte luminosità; si trovavano sotto al costone sinistro dell’enorme blocco di roccia, dove si adagiavano, facendo quasi un corpo unico, le mura ed il torrione, oramai in rovina, che si perdevano nel cielo azzurro. La superficie della pietra era segnata da innumerevoli solchi perpendicolari e da asperità pronunciate; illuminata dai raggi del sole, assumeva un colore rossastro ed era disseminata da ciuffi d’erba che si facevano spazio tra le fenditure della roccia; il costone degradava a strapiombo verso la piccola valle. Proprio sulla cresta della costruzione svettava il torrione in pietra, di colore simile alla roccia sottostante, chiuso come in una granitica mano, insieme a quello che restava dei muri perimetrali del castello. Abbracciare tutto l’arco dello sperone, da quella posizione, non era possibile; allora Enzo, dopo aver lasciato a Jean il tempo necessario per ammirare la bellezza del massiccio, lo esortò a seguirlo ed insieme si allontanarono dalla sovrastante rocca. Percorsero quasi un centinaio di passi verso destra in diagonale rispetto al fortilizio; poi si fermarono proprio sul bordo, da dove iniziava la ripida discesa che finiva a oltre un centinaio di metri, in fondo alla valle. Quella, risultava la posizione ideale per poter abbracciare, in un’unica soluzione, tutto l’arco del costone che, imperioso, emergeva dal terreno brullo ed argilloso. Partendo dalla sinistra e girando lo sguardo verso destra, le rocce formavano una fila ininterrotta che si incuneava giù per il vallone e, risalendo l’altra parete scoscesa, andava a morire proprio in cima al versante opposto.«Avevo voglia di rivedere questo posto», disse Enzo; poi, notando che l’amico era ancora preso dall’attenta osservazione, fece una breve pausa e aggiunse:«Purtroppo la viabilità negli anni è decisamente peggiorata, nessuno si occupa più del castello e la zona è letteralmente in mano ai pastori. Un sito archeologico interessante che cade in rovina, nell’indifferenza di tutti. A volte è incredibile, come la miopia delle istituzioni, possa contribuire a provocare danni al patrimonio collettivo».«Forse girano pochi soldi» azzardò Jean.«L’osservazione potrebbe essere verosimile, ma ho il sospetto che non siano in grado di apprezzare le bellezze dalle quali siamo circondati e, quel che è peggio, completamente incapaci di valorizzarle», disse amaro Enzo.«Effettivamente, lasciare in abbandono un posto così suggestivo, è da sconsiderati, da miopi ignoranti come hai giustamente sottolineato poc’anzi tu. Ritengo che tutta la zona sia intrisa di storia e di vicende umane». Si allontanarono ancora un po’ e, volutamente, cambiarono prospettiva ma, da qualsiasi lato lo si ammirasse, la sensazione era forte ed appagante per persone capaci di cogliere la suggestiva maestosità e la nobile solitudine. Poi si voltarono verso gli amici che stavano armeggiando con un piccolo tavolo da campeggio e alcune sedie pieghevoli; erano intenti a valutare, con attenzione, la posizione più idonea per quando avrebbero pranzato, in modo da poter godere di una sufficiente zona d’ombra.«Guarda laggiù i nostri amici! Ci vorranno almeno dieci minuti prima che riescano a trovare la giusta collocazione, li conosco troppo bene; ognuno di loro è convinto che la propria soluzione sarà la migliore», disse Enzo, indicando, con un gesto complice, Nino e gli altri. Poi, facendo un ampio gesto con le braccia, gridò:«Ragazzi! m raccumànn prima ch codda u sul!» Gli amici in coro lo canzonarono sonoramente.«Mentre aspettiamo che ci raggiungano, incomincerei a darti qualche informazione sul sito» disse, rivolgendosi a Jean, sicuro della risposta dell’amico.«Lo sai che non aspetto altro!»«Quello che stai ammirando, viene comunemente chiamato dai valguarneresi “Castello di Gresti”ed è situato lungo la strada che collega Raddusa a Valguarnera, nel territorio del comune di Aidone. La denominazione Gresti è da ascrivere ad un topografo americano il quale, non conoscendo il nome del castello, lo registrò con lo stesso nome della contrada dov’era ubicato. Invece il nome, tramandato nei secoli, è sempre stato Castello di Pietratagliata, nome che calza a pennello e, come puoi vedere, sembra proprio intagliato nella roccia».«Oltre ad essere suggestivo è anche singolare», sottolineò Jean. «Se vuoi intendere unico, per quel che ne so, sempre in provincia di Enna, esiste un altro castello che si erge su di uno sperone di roccia ed quello di Sperlinga. Il nostro, anche se viene considerato castello, in realtà doveva essere una specie di fortezza di avvistamento: trovandosi infatti in posizione elevata, era in grado di controllare un vasto territorio e non è escluso che venisse utilizzato anche per inviare messaggi in lontananza».«Dalla struttura sembra di epoca medievale!» «Da vari studi, è oramai accertato che, intorno al 1000 Arabi e Normanni, in tempi diversi, abbiano edificato l’attuale costruzione, compreso il torrione, su di un insediamento preistorico e successivamente greco-romano».Sulle ultime parole di Enzo arrivarono, ciarlando allegramente, i tre amici.«Vedo che hai già iniziato a presentare u Cannùn » disse Carmelo, mentre si sporgeva dal dirupo che finiva in fondo al vallone; poi senza aspettare nessuna risposta aggiunse:«Hai mostrato a Jean il laghetto in fondo alla valle?»«C’è un laghetto laggiù in fondo?», disse sorpreso Jean, mentre si sporgeva dal ciglio del costone.Tutti concentrarono la loro attenzione giù in basso, dove si poteva scorgere un piccolo specchio d’acqua, reso più visibile dal riflesso del sole. Questo era incastonato in mezzo a rocce e sassi di dimensioni ridotte in quanto, nella stagione estiva, la sua portata diminuiva.«Per poterlo osservare meglio bisognerebbe scendere fino in fondo alla rupe» disse poco convinto Franco.«Cu stu càur iu ma sgav’tass sta camnàta» ribattè Nino.«Ragiùn hai» disse Enzo e, rivolgendosi verso Jean si scusò per le frasi dialettali che, da allora in avanti, sarebbero fioccate.«Mi fa molto piacere sentirvi parlare in dialetto a patto che qualcuno mi faccia da interprete» disse Jean, con tono falsamente serio.«In questo periodo il laghetto assomiglia più ad una pozza d’acqua, infatti viene anche chiamato l’urna e forse potrebbe essere più profondo che esteso; anticamente si pensava che fosse senza fondo, superstizioni popolane dovute al fatto che, anche nelle estati torride, c’è sempre dell’acqua. Ma ciò, molto probabilmente, è causato dal sottostante strato argilloso impermeabile che raccoglie anche le acque del torrente Gresti». Dopo l’esauriente spiegazione di Enzo, il gruppo di amici sostò ancora qualche minuto, bighellonando con lo sguardo attorno; poi, su invito di Nino, decisero che era venuto il momento di visitare la parte interna del fortilizio, fin dov’era possibile, in quanto versava in pessime condizioni e in certi settori era pericoloso addentrarsi.«Anni fa ci sono venuto insieme ad un amico che conosceva bene gran parte del suo interno, infatti l’aveva esplorato a fondo perché si interessava particolarmente dei luoghi storici della provincia di Enna, che fotografava in tutti i loro dettagli» disse Nino, con tono affettuosamente cattedratico, e poi, con un sorrisino, aggiunse:«Se nessuno ha qualcosa in contrario avrei piacere di guidarvi io! Sim r’accordii?» Nessuno degli amici si oppose, sapevano che potevano fidarsi di N’nuzz’; era molto giudizioso e attento, sarebbe stato un “buon cicerone” e poi, il suo carattere estroverso e la sua folcloristica parlantina, avrebbero aggiunto all’escursione una piacevole nota di allegria. Iniziarono la loro visita da un complesso di costruzioni arroccate alla base del fortilizio, che costituivano un gruppo di ambienti comunicanti, utilizzati come magazzini per la conservazione dei prodotti del feudo. All’interno, il soffitto era sorretto da robuste arcate, disseminate da antichi graffiti con riferimenti precisi ad alcune date. La condizione dei locali era decisamente dissestata e fatiscente, infatti il gruppetto diede solo un’occhiata veloce e, con una certa fatica, districandosi tra calcinacci e pietre, si diresse verso la stradina che, costeggiando il magazzino e quello che restava delle stalle, conduceva alla porta del castello, quasi ai piedi della svettante torre. Il viottolo era anch’esso in cattivo stato di conservazione; sul lato sinistro era ancora visibile parte del muro perimetrale di difesa, mezzo diroccato e una parte delle sue pietre ostruiva la porta d’accesso. Superato con una certa difficoltà l’ingresso, un breve corridoio, intagliato nella roccia, conduceva verso una grande grotta; un secondo budello, che doveva portare al secondo piano, invece era completamente distrutto. Nella grotta, l’unica cosa degna di nota, era una loggia con al centro una finestra scavata nella roccia che si affacciava sul profondo burrone. Nino, dopo aver dato un’occhiata dalla finestra, invitò gli amici ad affacciarsi, a turno, dall’apertura che mostrava un ampio spicchio della zona. Da quella posizione elevata, l’orizzonte che lo sguardo poteva abbracciare, era molto vasto: una lunga e tortuosa strada biancastra attraversava i campi già trebbiati, e gran parte di essi erano di colore scuro, quasi nero, per effetto della bruciatura delle stoppie, effettuata dopo la mietitura. A turno diedero un prolungato sguardo e ciascuno di essi pronunciò una breve frase di apprezzamento. Poi, per ultimo si sporse Nino ma solo per un attimo; lui quel luogo lo conosceva molto bene.«Quello che c’era da vedere, u vìstm! Possiamo spostarci verso il secondo livello» disse con competenza Nino; poi, mentre qualcuno si attardava ancora a guardare dalla finestra si diresse, senza indugio, verso una scala intagliata nella parete di pietra che portava al secondo piano. Anche in questo livello esisteva una rudimentale apertura nella roccia che si affacciava sullo strapiombo sottostante. Da essa, la visione poteva spingersi molto più lontano. In un altro ambiente comunicante, si poteva ancora ammirare, nella parte est, un balconcino sporgente nel vuoto con delle mensole in pietra lavica finemente decorate. Girando per il secondo livello, Jean notò una figura umana disegnata sull’intonaco che era molto sbiadita e mancante di alcune parti; incuriosito si rivolse a Nino:«Sai anche chi raffigura quel disegno sul muro?»Nino osservò la figura e, sapendo l’alone di mistero che la circondava, cercò di soddisfare la curiosità dell’amico tenendosi molto sul vago:«Il personaggio che vedete raffigurato con una lunga barba bianca, con indosso un mantello e un elmo sul capo, potrebbe essere un guerriero ma, se osservate meglio, nelle mani sembra reggere un libro e quindi, forse, è solo un eremita: la sua identità è molto controversa tra gli studiosi». Gran parte delle pareti era costellata da graffiti di vario genere. L’attenzione fu catturata da una scritta posta a lato dell’eremita, dove chiaramente si poteva leggere: “Produzione granaria 944 - seguita da 30 trattini inclinati - in questo fondo”. Dopo averla osservata con attenzione, Enzo provò a formulare un’ipotesi plausibile:«Potrebbe trattarsi della quantità di grano prodotta nell’anno 1944, magari espressa in 30 salme».«Bravo! Ci hai azzeccato, è la stessa interpretazione riportata in un libro sul Castello di Pietratagliata di Giuseppe Tomarchio. Tutte le informazioni sono state tratte da quel libro e da quello scritto dal parroco Magno; nan c’hai durmùt tutta a nuttàta» aggiunse Nino con convinzione e ilarità. «Allora ci vuoi far vedere la torre? Sim stanch r scarpiàr petr» disse Carmelo calcando di proposito la frase dialettale. Nino non se la prese; conosceva quel gioco tra amici e con un cenno accomodante li invitò a seguirlo. Non ci misero molto ad arrivare al piano dove erano aggrappate le fondamenta della torre; quando furono tutti davanti all’ingresso, Nino riprese il suo racconto:«Questo torrione è un esempio pregevole di ingegneria medievale; la struttura del maschio, - Mal’p‘nzant stai parran sempr ra turr! - è stata realizzata con molta cura; quest’ultima si può notare osservando gli spigoli costituiti da blocchi di pietra finemente squadrati e ben incastrati». «Il malpensante sei tu, noi esperti di arte sappiamo bene cos’è il maschio del castello, vero ragazzi?» disse Franco con aria saccente, ammiccando verso Enzo e Jean che, con un sorriso trattenuto, facevano ampi gesti delle braccia come a significare l’ovvietà della domanda.«Sarà il marito della castellana» aggiunse Carmelo ridendo di gusto.«U trùnz sugn iu ch v pwrt ne posta p gent ch n capìscn», ribatté Nino poi, notando l’espressione interrogativa di Jean, aggiunse:«Scusa Jean se qualche volta ci esprimiamo in dialetto, come si fa a parlare in italiano, in certi momenti, con questi elementi da sbarco?»«Ad essere sincero non capisco tutte le parole, ma l’aver frequentato molte persone di origine siciliana, mi permette almeno di capirne il senso; l’ultima battuta doveva essere una specie di freddura!»«Un ghiacciolo, specialità della casa» disse Enzo, mentre chiariva a Jean il senso del precedente scambio di battute. Questi, afferrata appieno la voluta stortura dell’interpretazione del maschio, rise di gusto. Quando finalmente il siparietto si concluse, Nino esortò con affettuosità gli amici ad entrare nella torre: l’interno era in pessimo stato, l’unica cosa di rilievo era la scala a chiocciola che costeggiava i muri perimetrali ma purtroppo anch’essa, era solo un ricordo di quella che doveva essere stata un tempo.«Come potete vedere della bellissima scala è rimasto ben poco. In origine i gradini di basalto, sovrapponendosi a spicchi sfalsati, salivano fino alla cima del torrione. Mi dispiace ma dobbiamo fermarci qui, non è possibile procedere oltre, ma posso assicurarvi che da lassù lo spettacolo è incomparabile; ho potuto ammirarlo, tantissimi anni fa quando, insieme a mio padre, siamo saliti fino al terrazzo, grazie all’esistenza della scala».«E’ un vero peccato che tutto questo sia stato lasciato all’incuria del tempo; il fortilizio, costruito su uno sperone di roccia, sarebbe stato una notevole testimonianza per le generazioni future» disse Jean che, per gran parte della visita, aveva osservato ed ascoltato quasi in silenzio, ammirato dalla singolarità della struttura. Le parole di Jean vennero approvate da tutti con amarezza; poi, mentre si guardavano attorno, Carmelo annuendo allo scempio, con aria volutamente indagatrice rivolgendosi a Nino, disse:«Fino ad ora ci hai fatto vedere quattr petr, ma i misteri che circondano questo luogo dove sono andati a finire? Ne conosci qualcuno?»Nino lo guardò con sufficienza, non aspettava altro per introdurre l’alone di mistero che aleggiava intorno al vecchio maniero e, con una voce quasi baritonale, disse:«Nan t’agg’tar, la parte più misteriosa del racconto l’ho volutamente lasciata per ultima».«Perché? c’è qualche leggenda sul castello?» disse interessato Jean.«Dicerie di paese» aggiunse Enzo, facendo trasparire dal tono della voce che le conosceva molto bene. Nino non aggiunse altro, e con un ampio gesto della mano, invitò gli amici a seguirlo, mentre si dirigeva verso il terzo livello del complesso. Il percorso si snodava attraverso ambienti scavati nella roccia; arrivati in fondo alla grotta Nino si bloccò e, indicando lo stipite che divideva in due parti l’ambiente, disse:«Non notate niente di particolare su quell’architrave?»«Io vedo dei graffiti sovrapposti e poco leggibili, ma la distanza dal suolo è tanta» disse Jean, mentre con gli occhi a fessura scrutava il blocco di pietra.«Hai ragione, è molto difficile individuare la frase che voglio mostrarvi, confusa com’è ai tanti scarabocchi fatti attraverso gli anni». Poi alzò il rudimentale bastone che teneva in mano e, appoggiandolo sullo stipite, indicò approssimativamente la frase:«Da questo punto inizia la frase in latino maccheronico, databile intorno al trecento e, se la memoria non mi inganna, suona così:“QUI VOCAT DIABOLUM ILLE CIATUS EST IN ANC GRUTTA ET ETIAM ILLE SUNT”«Mi pare che la frase si riferisca al diavolo, o mi sbaglio?» disse sempre più interessato Jean. «Gli studi classici tornano sempre utili!» commentò Enzo convinto e poi aggiunse:«Io qualche anno fa avevo cercato di tradurla, ma la mia versione non riusciva a cogliere il significato intrinseco; Nino invece chiedendo ad una sua conoscente, un’insegnante di latino, è riuscito ad ottenerne la giusta interpretazione, anche se la frase è contaminata da parole in volgare».Nino, aveva lasciato spazio alla puntuale spiegazione di Enzo, perché sapeva che l’amico avrebbe lasciato a lui il piacere di comunicare l’esatta traduzione:«Chi invoca il diavolo in questa grotta, egli stesso lo è!»Nino non aggiunse altro; la traduzione era abbastanza chiara ed alquanto sinistra. Per un momento, all’interno della grotta scese il silenzio, e tutti gli sguardi vennero rivolti allo stipite minaccioso. Ciascuno nella propria testa elaborava quella frase sibillina ed angosciante: trovare la parola giusta, per esprimere il proprio pensiero, non era cosa facile. Poi, il primo a rompere il silenzio, con un tono allegro nell’intento di sdrammatizzare il momento, fu Carmelo:«Ragazzi, stam a cura a s ch rcìm, non vorrei correre il rischio di svegliare un inquilino poco simpatico. Io, come tutti i valguarneresi, conoscevo la storia, ma trovarsi qui fa un certo effetto e direi di tornare giù!»«Sono d’accordo con te, sentire pronunciare queste parole in questo luogo, un brivido corre lungo la schiena» aggiunse Franco, prendendo sottobraccio Enzo.Era innegabile che quella singolare situazione, stava creando un certo disagio; aleggiava un velato e arcaico timore ed allora Enzo, per uscire da quell’imbarazzo, cercò di riportare tutto, come era suo costume, ad una dimensione più razionale dicendo:«Non nego che la frase sia inquietante, ma potrebbe trattarsi solo del monito di qualche asceta che intendeva mettere in risalto come sia saggio difendere la nostra interiorità dal male, evitando di invocarlo per sé o per gli altri. Mantenere una predisposizione al bene può preservarci da brutte sorprese».«Ma ho capito bene?» disse Nino e, poi con un sorrisetto malizioso, aggiunse:«Il nostro caro amico Enzo incomincia a farsi affascinare anche dai concetti squisitamente spirituali, un piccolo sorpasso alla sua immutabile razionalità. Non ricordo che tu abbia mai creduto all’esistenza di spiriti maligni!»«Nan t largàr, è evidente che non sto facendo un discorso di taglio religioso, però non posso negare che qualche volta, certe suggestioni e sensazioni sconosciute, possano mettere in crisi sicurezze inamovibili e questo luogo, per certi versi, li amplifica: giocare con qualcosa di oscuro, che potresti non controllare, è molto pericoloso e, anche se a certe cose non credi, non è detto che non possano esistere. Insomma, un ragionevole dubbio resta comunque». «Credere ciecamente in ciò che non può essere verificato, anche per me, risulta difficile da accettare: è sempre stato un punto fermo nella mia vita ma, in quest’ultimo periodo tanti piccoli episodi occorsomi, stanno mettendo a dura prova le mie vecchie certezze» Jean pronunciò queste parole quasi assorto. «Il pensiero che potremmo essere noi ad aprire o non aprire al diavolo che bussa alla nostra porta, impone un’attenzione particolare; però, questa pericolosità apre alla speranza che a bussare, e di sicuro lo fa, potrebbe anche essere il buon Pastore. Ma tutto questo però sconfina in una sfera di pensieri difficili da verificare e concede poco tempo per andarci a fondo» aggiunse Franco. Jean, annuì, sapeva che da qualche tempo la sua parte interiore chiedeva un confronto: risposte a domande lasciate in un angolo per le troppe certezze e convinzioni o forse per l’innato orgoglio. «Io propongo di togliere il disturbo ed uscire all’aria aperta, ca intra s quagghia» disse Carmelo mentre si dirigeva verso l’uscita della grotta; gli altri si scambiarono uno sguardo d’intesa e lo seguirono senza proferire parola. «Di sicuro nessuno di noi vorrebbe avere un incontro con il diavolo, ma qualche moneta d’oro potrebbe farci comodo …» disse con un sibilo Nino. Non terminò la frase che una fragorosa risata dei carrapipani risuonò nella grotta, amplificata dalla nuda roccia; infatti, avevano già capito a cosa volesse riferirsi l’amico che, da consumato affabulatore, cercava di attirare l’attenzione verso un argomento più leggero, anzi fantastico. Invece Jean, non riusciva a capire a cosa alludesse e tanto meno capiva l’improvvisa ilarità degli amici, dopo il silenzio imbarazzato di qualche momento prima. «Monete d’oro? E dove si trovano?»Allora Enzo intervenne e prendendolo sottobraccio, con un tono di voce cantilenante, scimmiottando un’antica filastrocca, disse:«Ma Jean è facilissimo: basta saltare in groppa ad un cavallo bianco, leggere una scritta mentre il destriero viene lanciato al galoppo e se si riesce a completarne la lettura in tempo, si aprirà una mitica caverna piena di ogni ricchezza».«Una leggenda!» rispose Jean con un mezzo sorriso e con un pizzico di delusione.«Hai ragione, è una delle tante storie paesane, e per quel che ne sappiamo mai nessuno ci è riuscito; come vedi questo vecchio maniero, completamente abbandonato si riscatta, celando antichi segreti che lo rendono misterioso e singolare, tost u vjcchj», concluse Nino, mentre uscivano all’aria aperta. L’escursione dentro il fortilizio era stata soddisfacente e il caldo li aveva un po’ sfiancati; vista l’ora e con il sole allo zenit, i cinque amici decisero che era arrivato il momento di fare una pausa e buttare giù un boccone. Nino tirò fuori dal portabagagli la borsa frigo e, aiutato da Carmelo, distribuì un panino farcito e una birra fresca a ciascuno, lasciando al fresco i cubetti di melone bianco, già tagliati, e stipati in un grosso contenitore di plastica. Cercarono un po’ di refrigerio appoggiandosi a ridosso dello sperone di roccia; di alberi non ce n’erano, tutto intorno era un mare di appezzamenti da semina, il suolo era pieno di stoppie, residuo della recente mietitura. Enzo e Jean si erano sistemati su dei massi poco lontano, dove il torrione proiettava un’invitante ombra: il panino e la birra fresca completavano il bel momento. Tutto si svolgeva in silenzio, intenti ad assaporare il gustoso cibo; proprio in quel momento una sensazione singolare colpì Jean: incredibilmente quel silenzio gli risuonava negli orecchi, distinto e invadente; paragonò la percezione a quella che si può sperimentare quando, in riva al mare, si porta all’orecchio una grossa conchiglia. Ma non era la stessa cosa. Il silenzio attraversava la mente, portando catene di pensieri che non disturbavano: mente e corpo, fusi e leggeri, forse parte del tutto. La mancanza di vegetazione e di alberi nelle immediate vicinanze, eliminava quasi completamente qualunque rifugio per gli uccelli che solo in lontananza, in direzione del bosco, volteggiavano muti rincorrendosi, senza sosta, nell’azzurro cielo di agosto. Anche le cicale ed i grilli, dopo la mietitura, dovevano essersi spostati verso la macchia mediterranea, che cresceva all’ombra del boschetto disegnato all’orizzonte. Così, in quella suggestiva e momentanea situazione, l’immensità di quella valle poteva generare anche un senso di impotenza e l’avvolgente solitudine poteva creare, dentro, un leggero timore, se ci si fosse trovati da soli. Per un po’ Jean si lasciò accarezzare dall’inaspettata sensazione e, avvolto da un alone misterioso che lo metteva a contatto con il suo io più profondo, fu rapito da un piacevole rilassamento. Attraverso gli occhi socchiusi notò che anche gli amici stavano godendo di quella pausa; si girò verso Enzo e vide che era intento a sorseggiare la sua birra; anche lui preferiva starsene zitto, appagato. Così Jean, stimolato dalla tranquillità del momento smisuratamente intimo, di colpo prese a riflettere su tutto ciò che, negli ultimi mesi, lo stava impegnando emotivamente, erodendo alcune delle sue convinzioni più radicate e profonde. Letture ed argomenti che mai lo avevano interessato, inspiegabilmente lo avevano indotto ad interrogarsi su cose sulle quali abitualmente cercava di sorvolare. Il suo stile di vita era sempre stato improntato al rispetto del mondo che lo circondava: insomma una persona educata, un homme bon. Però qualche episodio lo aveva fatto riflettere e pensare; a piccoli passi, aveva incominciato ad inerpicarsi verso un mondo in gran parte a lui sconosciuto, e scandagliando la sfera del trascendentale, un terribile pensiero gli aveva attraversato la mente: chiudere la sua avventura su questa terra in modo definitivo, senza una speranza. Questo era un rischio che non voleva più correre. Nella consapevole ricerca di approfondire questo nuovo bisogno, per tastare personalmente fin dove si era spinta la sua “infatuazione”, aveva incominciato ad interessarsi alla lettura di libri capaci di soddisfare la sua interiorità. Aveva dato una veloce scorsa a testi religiosi di diversa provenienza ma poi, il ricordo struggente della nonna africana, di religione fondamentalmente cristiana, lo aveva spinto verso la lettura dei vangeli. La figura di Gesù, che aveva considerato sempre una grande personalità, lo affascinò. Trovò subito il suo messaggio semplicemente autentico, da Dio; Uomo capace di darti una vera speranza e una prospettiva di vita già da subito; capace di accettarti per quello che sei, senza finzioni, e che scende al tuo livello. La cosa più sconvolgente, per Jean, era stata la spiegazione da parte di un prete quando, al suo interrogativo su dove incontrare Dio, si era sentito rispondere: “non dobbiamo aver paura dei nostri limiti e debolezze, è proprio in queste condizioni che si concretizza la possibilità di incontrarsi con Lui, fidandoci della sua compagnia e, se lo desideriamo con forza, durante il nostro cammino non saremo mai più da soli”. Era la prima volta che analizzava tutto quello che era riuscito ad assorbire in quell’ultimo periodo tormentato, ma anche proficuo. Di colpo realizzò che tutte le etichette che ci affibbiamo, neri, bianchi, occidentali, orientali, diversi, sono semplicemente fuorvianti e pretestuose, frutto di egoismi e nascosti interessi personali. C’è solo una categoria ed è quella dell’umanità, che deve essere capace di riappropriarsi della sopita spiritualità e andare, senza paura, nella direzione della vita che non finisce mai: giocarsi tutto in questa prima vita, mettendo in campo tutto l’amore di cui si è capaci, calandosi nella stessa condizione degli altri, altrimenti diventa difficile capire e spiegarsi.Per un attimo riaprì gli occhi, li adattò all’intensa luminosità; con serenità girò lo sguardo verso tutto quello che il suo orizzonte poteva abbracciare; tutto sembrava confondersi in un acquerello impressionista, i contorni sfumati gli creavano nel petto un tumulto calmo, che lo accomunava all’ambiente: uno in tutto, tutti in Uno. Tra le varie e silenziose riflessioni gli venne in mente per la seconda volta Jung, come una “libera associazione” di freudiana memoria. Rammentò che qualche anno addietro, aveva letto un libro, in parte scritto dallo psicanalista svizzero, che postulava il rischio di non conoscerci veramente del tutto, se continuiamo ad ignorare l’aiuto che ci può venire da quella parte che chiamiamo inconscio, capace di comunicare con noi attraverso un personale simbolismo, per mezzo dei sogni, specie quelli ricorrenti. La lettura lo aveva interessato molto ma poi preso, dai tanti impegni, non aveva approfondito l’argomento, rimanendo con il dubbio di aver compreso appieno il concetto dello studioso; così lo stimolante pensiero di Jung era diventato lettera morta. Adesso in quel silenzio, quasi assordante, gli tornò chiaro ed illuminante: gli incontri occasionali, e specialmente quel sogno ricorrente, che da un po’ si presentava sempre più insistente, davano come un specie di quadratura al cerchio. La parte inconscia, per un’incomprensibile ragione, cercava di comunicargli qualcosa, di aiutarlo; prima che ne avvertisse il bisogno, la parte più profonda del suo io, aveva percepito l’esigenza di ritrovarsi nella sua interezza, perché la sua coscienza e la razionalità, non riuscivano a soddisfare più la sua vita “normale”.Questo rovistarsi dentro lo elettrizzava; in punta di piedi scopriva una conoscenza che andava oltre la razionalità intransigente, e che abbracciava un mondo lungamente sconosciuto, capace di suscitare profonde emozioni e grandi speranze: fidandosi delle parole che arrivavano da lontano, ma incredibilmente vicine. Mentre era immenso nei suoi pensieri, vide Enzo impegnato a scattare delle fotografie e concentrato a scegliere le angolazioni più suggestive; Franco e gli altri, a torso nudo, bighellonavano attorno alla rupe per prendere un po’ di sole. Ad un tratto Nino si chinò e raccolse una pietra piatta e ben levigata, la pulì con cura, la soppesò e ad alta voce, disse:«Ragazzi! Non vi ricorda niente questa?» Jean attratto dalla voce dell’amico, lo guardò con aria interrogativa, ma quel sasso non gli ricordava niente; non assomigliava neanche a qualche reperto antico.«Ragazzo beat, forse puoi mettere in difficoltà Jean con i tuoi indovinelli, ma cu nui casch mal» disse Carmelo, mentre si guardava attorno alla ricerca di qualcosa.«Ha ragione Carmelo, troppo facile per noi; scusa Jean se infarciamo il nostro parlare di frasi dialettali, ma certe risposte devono essere espresse rigorosamente nella lingua natìa», aggiunse Franco con grande ilarità. Jean si alzò dal grosso masso, si avvicinò verso Nino e prendendo in mano la pietra, disse:«Insomma, da quello che ho capito sono l’unico, e non solamente per questione di dialetto, a non sapere che cosa rappresenti questo sasso; a me sembra una comunissima pietra, solo un po’ più liscia». Jean si espresse con disinvoltura. Le ore passate insieme avevano fatto scattare una certa empatia ed ora si sentiva completamente a proprio agio, divertito anche dalla loro cantilena.«Non è niente di misterioso mio caro Jean, è semplicemente na ciappedda» intervenne Enzo, con un tono falsamente accademico.«Ma cos’è na ciap…» ribatté Jean, pronunciando la parola in modo quasi incomprensibile, con un’inflessione vagamente francese.Nino riprendendosi la pietra, mentre la faceva saltellare da una mano all’altra, precisò:«Questa pietra è lo strumento indispensabile per poter praticare un gioco antico, amato da noi ragazzi degli anni cinquanta: i ciappedd’».Contemporaneamente gli altri, senza perdere ulteriore tempo, si erano muniti di pietre simili che soppesavano con consumata professionalità.«Ci state a fare una partitina? Così possiamo spiegare meglio e concretamente a Jean come si gioca» disse Enzo, mentre adocchiava quella che sarebbe stata la sua ciappedda. La proposta fu accolta con entusiasmo da tutti, anche Jean era curioso di vedere lo svolgimento del gioco al quale, forse, aveva partecipato durante il suo lontanissimo soggiorno a Valguarnera; ma nella sua memoria al momento non v’era traccia. Franco, mentre Carmelo e Nino preparavano l’area della “sfida” liberandola da pietre ed arbusti rinsecchiti, prese una grossa pietra e la collocò nella parte finale del lato lungo dell’improvvisato campo da gioco. Enzo, allo stesso momento sistemò nella parte opposta, un frammento di piastrella che aveva trovato poco lontano e, dopo averlo posizionato in verticale sul terreno, con cura vi depositò sopra una piccola pietra. In pochi minuti l’area di gioco venne approntata: un rettangolo di tre metri per dieci, dove agli opposti si fronteggiavano la grossa pietra e la mezza piastrella sormontata dal sassolino vagamente sferico.«Dai N’nùzz, tu che sei stato il campione impareggiabile del quartiere, spiega rapidamente le regole del gioco, il resto verrà da sé» disse Enzo, esortandolo con una leggera canzonatura. Nino sorvolò sulla sviolinata dell’amico e, con voce pacata, incominciò la sua spiegazione, rivolta principalmente a Jean:«Oggi giocheremo nel modo tradizionale, senza posta in gioco, a partita secca; ai nostri tempi, per rendere il gioco più eccitante, si potevano utilizzare mandorle o monetine da cinque e dieci lire.Nel nostro caso sarà questa piccola pietra, u mart’dduzz o u r’b’ddìcu che ne farà le veci; invece questo frammento di piastrella, come allora, sarà u munt, che contrasterà l’azione della ciappedda; la pietra laggiù selezionerà chi dovrà effettuare il primo tiro». Durante la spiegazione, aveva notato che Jean faticava a capire come si sarebbe svolta la partita, ed allora aggiunse:«Sembra complicato Jean ma giocando, tutto diventa facile. Mi spiego meglio: adesso ognuno di noi lancerà la propria ciappedda verso il grosso masso, quella che si avvicinerà di più darà il diritto al possessore di effettuare il primo lancio verso u munt, gli altri tutti a seguire, relativamente alla vicinanza della propria ciappedda al masso. Tutto chiaro?»«Adesso non darti troppe arie da professore, eri bravo ma anche noi non eravamo accussì scars; non è vero amici?» disse, con aria concentrata, Franco.Il gruppetto di amici si dispose in fila indiana dietro u munt, per effettuare il proprio tiro preliminare; anche Jean, che era stato coinvolto nel gioco, teneva in mano, un po’ goffamente, la sua ciappedda; gliela aveva procurata Enzo. Il primo tiro premiò, come da copione, Nino e a seguire Franco, Enzo e Carmelo; il lanciò di Jean risultò abbastanza fuori posizione; si scusò con un cenno del capo, ma fu subito rincuorato dal gruppo: per essere la prima volta il tiro era abbastanza passabile, considerato che doveva competere con vecchi campioni. Nino concentrato, tenendosi dietro al grosso masso, si apprestava ad effettuare il suo primo tiro; mimò un paio di volte il lancio per calcolarne la forza da imprimere e la distanza dall’obiettivo. La sua azione, fu seguita dagli amici in silenzio e con una certa trepidazione. Il lanciò risultò quasi perfetto, all’altezza della sua vecchia fama: la ciappedda colpì seccamente la base della piastrella e la scagliò lontano, lasciando la piccola pietra, u r’b’ddìcu, a qualche centimetro dalla sua ciappedda. «Così non vale! Hai quasi chiuso la partita» gridarono gli amici, aggiungendo in coro la parolina che non lasciava dubbi sulla fortuna di quel tiro.«Beh!, ragazzi la classe non è acqua, ma devo confessare che un po’ di buona sorte c’è stata, dopo più di quarant’anni non pensavo di poter fare un così bel tiro, sugn tropp fort, sit già cwtt» disse Nino scoppiando in una risata, seguito a ruota dagli amici. Jean sorrise anche lui, ma non aveva capito pienamente perché il lancio avesse compromesso la partita per tutti gli altri e, con rinnovata curiosità, chiese: «Volete spiegarmi che cosa è successo? Se non ho capito male, Nino ha fatto un gran bel tiro!»Enzo si avvicinò al teatro del gioco e indicando u r’b’ddìcu spiegò che esso si trovava molto vicino alla ciappedda di Nino, al contrario u munt giaceva distante da essa e di conseguenza l’amico aveva marcato un punto importante, in quanto per tutti loro, sarebbe stato difficile scalzarla; quest’ ultima da dietro proteggeva u r’b’ddìcu; poi per completezza aggiunse:«Se avessimo giocato con delle mandorle o delle monetine, tutte quelle più vicine alla ciappedda, rispetto u munt, sarebbero state bottino di Nino, riducendo la quantità della posta in gioco per gli altri partecipanti». Con un cenno del capo, Jean annuì e subito il gioco riprese. A turno, ciascuno lanciò la propria ciappedda, ma il risultato confermò la prima impressione: un nulla di fatto, il tiro precedente era stato semplicemente perfetto. Solo Jean, grazie alla fortuna dei principianti, riuscì a sfiorare la ciappedda di Nino, ma nulla mutò. Presi dall’eccitazione, per quasi un’ora, si sfidarono nel vecchio gioco che da ragazzi li aveva esaltati; tiro dopo tiro, anche gli altri incominciarono a trovare la giusta misura, per effettuare lanci degni di giocatori esperti. Jean spesso, chiedeva consigli e spiegazioni sulle regole contribuendo, con il suo entusiasmo, a rendere elettrizzante ogni lancio. Oramai, quasi tutti, avevano riacquistato in buona parte la vecchia manualità e sperimentavano lanci sempre più elaborati ed, a volte, anche impossibili; erano ritornati ragazzini desiderosi di divertirsi e divertire. Con il procedere del gioco e con tiri sempre più precisi, i varchi da sfruttare per i lanci diventavano più stretti e farsi largo risultava alquanto problematico. Nino, dalla posizione di tiro, con un occhio chiuso squadrava la composizione delle pietre che giacevano a una decina di metri di distanza. Gli altri seguivano la scena con il fiato sospeso, gridando a gran voce per innervosirlo e deconcentrarlo.«Sta vota t mpètran l’wcchj» gridò Franco all’indirizzo di Nino.Jean non capì nulla di quello che aveva sentito urlare ma, dall’inflessione e dal tono sarcastico, intuì che l’espressione non augurava niente di buono.«Penza pi tia Francuzz, cu na bedda pcchiata m rpiggh u punt» replicò a mezza voce Nino e, senza distogliere lo sguardo, lanciò sicuro la sua ciappedda. Quest’ultima volò per una piccola eternità per poi scompigliare quasi tutte le altre; non passò che un brevissimo lasso di tempo e tutti si precipitarono sopra il teatro di gioco, per verificare le distanze: Nino ce l’aveva fatta ancora. Jean si disinteressò e con piglio sicuro, conquistato completamente dal gioco, si diresse verso la posizione di tiro e a gran voce disse:«Valguarneresi spostatevi, adesso un nero vi farà vedere come si chiude una difficile partita, questo mio ultimo lancio sarà perfetto e riscatterà, forse, tutti quelli sbagliati tantissimo tempo fa».Jean preso dall’atmosfera complice che si era creata, a tratti vedeva affiorare brandelli sfuocati di quella vacanza, rammentando di aver partecipato a quel gioco. Ma l’inesperienza e il dileggio di Totò, avevano fatto naufragare tutti i suoi sforzi.«Carrapipani scansiamoci, se non vogliamo beccarci un sasso in testa» disse con ironica affettuosità Nino.La ciappedda di Jean planò nell’aria infuocata del pomeriggio e, con una picchiata un po’ fortunosa, si piazzò in verticale tra u r’b’ddìcu e la ciappedda di Nino: per un momento, tutti guardarono increduli la scena, per poi precipitarsi a verificare l’incredibile tiro, da consumato campione. Anche Jean schizzò verso la sua ciappedda e con gli occhi luminosi di un bambino, a gran voce in francese esclamò:« Personne comme Jean».«Carrapipani! con questo lancio penso che possiamo chiudere ed annoverare il carrapipano Jean tra i bravi giocatori di ciappedd’» disse Enzo, mentre stringeva calorosamente la mano dell’amico; gli altri si associarono ai complimenti e presero ad abbracciare Jean, che ricambiava con entusiasmo.All’ombra del maestoso Castello di Pietratagliata degli uomini gustavano un momento profondo ricco di intense emozioni; ogni singola cosa avvolgeva le loro anime appagate e cementate anche da un vecchio gioco siciliano, fatto rivivere per l’innata fuga nel passato, seppur lontano da quel piccolo slargo di quartiere che, nella fanciullezza, tra rivalità e complicità, aveva scandito estati spensierate e irripetibili dei “mitici” anni sessanta. Abbondantemente sudati si appiattirono a ridosso della roccia e, in silenzio, contemplarono l’orizzonte che riempiva i loro cuori di calore. Per un attimo, a più di uno, venne in mente che tutto sarebbe stato perfetto se con loro ci fosse stato anche Totò, uomo che aveva avuto la capacità di dare una sterzata alla sua vita. L’appuntamento con lui era solo rinviato; un altro magico momento si sarebbe certamente verificato, ma in un altro giorno.La visita o Cannùn i Grest poteva considerasi conclusa; gli amici, senza eccessiva fretta, radunarono le poche cose e le caricarono in macchina. Enzo e Jean, allontanandosi, ammirarono ancora una volta il torrione che li sovrastava, ma oramai non incuteva più paura; ancora un veloce sguardo al campo di gioco e poi, come un fulmine a ciel sereno, Enzo gridò agli amici:«Sim proprii stunàt completamènt, ci siamo dimenticati di fare ancora una cosa che suggelli questa bellissima giornata».«Che cosa abbiamo dimenticato?» gridò di rimando Carmelo.«Scendete! Voglio scattare una fotografia sotto al castello».Tutti convennero con l’idea di Enzo e, mentre si posizionavano sotto la rupe, quest’ultimo, con perizia, sistemò sul cofano dell’auto la sua bella macchina fotografica, cercando la giusta inquadratura; quando fu soddisfatto fece partire l’autoscatto e corse verso il gruppetto per prendere posizione. Lo scatto fermò per sempre natura e persone, e ciascuno archiviò quel momento, a modo proprio, nell’album del cuore. Le gomme dell’auto partendo, sollevarono una nuvola di polvere bianca; Nino imboccò la strada, che in meno di venti minuti li avrebbe riportati a Valguarnera. In macchina rivissero le magnifiche ore passate insieme e i vari discorsi si mischiavano ad altri di carattere generale, il tutto condito da risate e grande ilarità. Sulla strada del ritorno, quando furono nei pressi della contrada Dalei Jean, notando l’abbeveratoio, disse che gli era venuta sete.«Per spegnere la tua arsura devi avere un po’ di pazienza, tra qualche chilometro potrai dissetarti con l’acqua più buona e ristoratrice della contrada».«Esiste a Valguarnera un fontana dove sgorga acqua miracolosa?» disse ironicamente Jean, rispondendo a Nino.«Nessuna magia! I valguarneresi, attorno agli anni cinquanta e sessanta, attribuivano o canalicchj da Vaddanùc, caratteristiche uniche» chiarì Enzo. Alla sua precisazione si sommavano frammenti di notizie colorite che a turno ciascuno aggiungeva, nel tentativo di rendere quella vecchia abitudine paesana quanto più presente. Per arrivare alla fontana della Val di Noce si doveva uscire dalla parte nord-est del paese; la consuetudine era quella di partire dal canale, piazza Garibaldi, e proseguendo per la via Angelo Pavone, dopo aver lasciato le ultime case della periferia, ci si inoltrava tra la frescura degli alberi che costeggiavano entrambi i lati della provinciale per Raddusa. Meno di un chilometro di passeggiata e sulla destra, tra gli alberi, sorgeva il minuscolo bar Barone, dove si poteva gustare un gelato artigianale e spesso una fetta di anguria fresca. Ma l’abitudine alla quale non si poteva rinunciare era la canonica bevuta, direttamente dalla canna della piccola fontana, ubicata proprio di fronte al bar-chiosco. La domenica sera spesso si doveva aspettare un po’ per potersi ristorare e, mentre pazientemente si faceva la fila, tutti decantavano le proprietà di quell’acqua, unica e fresca al punto giusto. Finito il turno, il fortunato si girava verso gli altri e con un sorrisino di soddisfazione stampato sulla faccia, espressione che aumentava la sofferenza dell’attesa, si asciugava le labbra con un fazzoletto. Per i più volenterosi, la camminata poteva spingersi ancora per qualche chilometro fino ad arrivare all’abbeveratoio della contrada Dalei , ma la sua acqua non reggeva il confronto con quella della Val di Noce. Gli intraprendenti in prevalenza erano gruppetti di giovanotti che andavano a spartirsi una grossa anguria in quel luogo isolato, liberi di poter scatenare tutta la loro esuberanza giovanile.«E’ una bella tradizione, però, se non sbaglio, l’altra sera ho notato tanta gente che andava a passeggio verso la villa comunale che si trova in fondo alla via sant’Elena!» osservò Jean, che si era appassionato al racconto.Allora per soddisfare la sua osservazione, Enzo proseguì da solo il racconto, senza le colorite aggiunte degli amici:«Quella specie di pellegrinaggio è stato ripetuto ogni estate, sempre con lo stesso rito; poi, senza una vera ragione, il culto della camminata serale si spostò verso la via sant’Elena, considerata dai valguarneresi ancora oggi la strada della passeggiata. Per quel che ricordo, forse ciò venne causato dall’apertura di un paio di bar di fronte alla villa sant’Elena e, per una strana coincidenza, in quel periodo nei JUKE-BOX la canzone più gettonata era: In fondo al viale, magari sarà stata la ragione in più, chissà? Negli ultimi anni ai primi caffè di periferia se ne sono aggiunti di nuovi: sedie e tavolini, allineati sopra il lunghissimo marciapiede, e affollati nelle serate estive».Sulle ultime parole di Enzo, Nino parcheggiò l’auto in una piccola rientranza a pochi passi dalla fontana. L’aspetto esteriore era immutato: una vasca a pianta rettangolare piena d’acqua e un tubo in metallo che fuoriusciva da un muro, anch’esso di pietra, parte di una solitaria costruzione. La canna, senza nessuna saracinesca, versava in modo continuo un filo di acqua limpida; l’interno dell’abbeveratoio era tappezzato da uno spesso strato di muschio verde, e una fessura laterale fungeva da troppopieno, scaricando il liquido in eccesso in un tombino laterale. A quell’ora il luogo era deserto, solo qualche auto di passaggio; il gruppetto scese dalla macchina dirigendosi verso la vicina fontanella. Il primo a bere fu Carmelo che, dopo un paio di sorsi, si girò verso gli amici e, mimando palesemente con il viso, fece capire che quell’acqua non era più la stessa; completò la sua valutazione dicendo: «Si sente troppo il sapore del cloro e non è più fresca come tanti anni fa, il boschetto che si trovava sopra la collina si è ridotto notevolmente, facendo mancare all’acqua la giusta frescura».Incurante dell’espressione dell’amico, Nino si abbassò verso la canna e, aiutandosi con il cavo della mano, si dissetò.«Nei miei ricordi era più buona ma, mjgghj r nent cu stu càur».Anche Jean si sottopose a quell’antico rito, sia per la sete, sia per la curiosità che il racconto aveva suscitato in lui; alla fine della bevuta convenne che, anche se non era straordinaria, era ancora buona e abbastanza fresca; lasciò il posto ad Enzo che si dissetò con qualche sorso d’acqua, per soddisfare la sua arsura; poi, mentre si asciugava con il fazzoletto la bocca, fece questa riflessione ad alta voce:«Ricordate quante sere d’agosto, seduti al tavolo di un bar in via sant’Elena, con un bicchiere di birra in mano, abbiamo ricordato con nostalgia la singolarità di quest’acqua, oramai ridotta al lumicino, come la gioventù passata! Ineluttabilmente anche le sorgenti miracolose si esauriscono, e lasciano in tutti un ricordo immortale, trasformandolo in un mito irraggiungibile».Mentre salivano in auto qualcuno diede una fugace occhiata a quell’antico angolo con un po’ di rimpianto, che durò fino alla prima curva; dietro di essa le prime case di Carrapipi. Capitolo 6SANTA CROCEFecero colazione tutti insieme nella cucina; i biscotti ed il caffè vennero accompagnati dai loro discorsi; a tavola era il momento buono per parlare delle cose intime, raccontandosi tutte le novità e gli avvenimenti che si erano susseguiti dall’ultimo incontro o dall’ultima telefonata. Il graduale miglioramento della salute di Ottavio rese, felice Jean che, venuto a conoscenza di un impegno personale di Enzo, fu contento di rimanere a casa e scambiare quattro chiacchiere con suo padre. Graziella, mentre si occupava delle tazzine vuote, invitò suo marito e Jean ad accomodarsi in salotto. Di mattina, nonostante la calura della giornata estiva, l’aria era ancora abbastanza fresca. L’esposizione della stanza a nord, la rendeva fredda in inverno ma in estate, risultava la più accogliente anche senza l’utilizzo del condizionatore. Il primo ad andare in salotto fu Jean, mentre Ottavio si attardò per rispondere ad una telefonata di cortesia; le sue condizioni di salute erano monitorate costantemente dagli amici più cari. Entrando nella stanza avvertì una piacevole frescura, prodotta anche dalle imposte socchiuse che impedivano al calore di penetrare; si avvicinò e sbirciò dal balcone che dava sul piccolo slargo di fronte alla casa. Ora, oltre ai labili ricordi siciliani, affioravano anche quelli più coscienti della sua gioventù. Gli sembrava quasi impossibile come dalla lontana Africa, per una serie di avvenimenti familiari e politici, la sua vita avesse cambiato corso anche a costo di “scelte” dolorose: ma alla fine non gli era andata tanto male! La sua famiglia, benestante, era dovuta andar via quasi a forza; il padre, trascinato dalla sua indole, aveva familiarizzato con un movimento che propugnava idee progressiste e liberali che, dalla base, salivano sempre più pressanti. Tantissimi anni addietro, per ragioni professionali, aveva conosciuto Ottavio e tra di loro era nata una sincera amicizia, coltivata grazie agli sporadici incontri nei vari congressi, e da frequenti lettere. Avevano messo anche in previsione un soggiorno nelle rispettive città per far conoscere le famiglie. Ma proprio in quel periodo, gli avvenimenti precipitarono e Ottavio, venuto a conoscenza delle difficoltà del caro amico, non esitò ad ospitarlo a casa sua insieme alla sua famiglia, nell’attesa di una sistemazione definitiva, lontano dalla sua patria. L’improvvisa comparsa a Valguarnera della famiglia di Sèrge, suscitò l’attenzione di tutti, non sempre negativa. Il paese, situato quasi al centro della Sicilia, alla fine degli anni cinquanta aveva poco da offrire ai turisti; era prevalentemente a vocazione agricola e rinomato per le miniere di zolfo, disseminate nei dintorni. Il periodo del loro arrivo coincise con l’estate e pertanto non necessitò nessun inserimento scolastico per Jean che poté partecipare, insieme ad Enzo, ai giochi che si svolgevano davanti all’abitazione, in quel piccolo slargo. Poi, prima dell’arrivo dell’autunno, la sua famiglia si trasferì a Roma, lasciandosi dietro l’estate siciliana e un caro amico, che avrebbe ritrovato ai tempi dell’università. Jean rimase qualche minuto soprappensiero, completamente rilassato; per un attimo ebbe la sensazione che qualcosa di remoto si animasse laggiù, nella strada: troppo poco per poterne assaporare l’antica magìa. Riaccostò la tendina e si diresse verso la grande libreria che occupava quasi una parete intera: era stipata da tantissimi libri di varie dimensioni con coste diversamente colorate. Alcuni ripiani erano pieni di riviste ordinate per annate. Quella che aveva sempre suscitato la sua ammirazione, era la raccolta di STORIA ILLUSTRATA che fin da piccolo, lo aveva incuriosito non tanto per i contenuti letterari, quanto per le copiose illustrazioni e fotografie che raffiguravano personaggi ed accadimenti della lunghissima storia dell’umanità. Con rinnovato piacere ne sfilò una a caso; ne ammirò la lucida copertina a colori ed incominciò a sfogliarla soffermandosi, ora su un titolo interessante, ora su una fotografia d’epoca.«Sei sempre attratto da quelle pubblicazioni!» disse Ottavio, entrando in salotto.«Mi hai colto sul fatto, ma non era difficile, ho sempre avuto un debole per la tua magnifica collezione; io non ho avuto la costanza di conservare tutte quelle acquistate, dopo la lettura infatti spesso andavano a finire chissà dove, ma in cantina ne conservo ancora un buon numero» rispose Jean, mentre riponeva al suo posto la rivista. «Di sicuro i libri non li tieni in cantina!» disse Ottavio, accomodandosi in una poltrona del salotto. «Quelli proprio no».Jean coltivava da sempre il piacere della lettura e il comprare libri, a volte, era un atto irrefrenabile. Forse Ottavio non sapeva che l’amore per essi, in parte, era nato a casa sua quando, in quel lontano soggiorno Jean, entrando nello studio, era rimasto affascinato dalla libreria colma di libri, riviste di medicina e di altri svariati argomenti. In uno dei ripiani in basso c’era una grande enciclopedia, con un titolo suggestivo: CONOSCERE. I vari volumi erano pagine e pagine piene di illustrazioni; con un po’ di fatica ne aveva estratto uno a caso e ne aveva scorso qualche pagina: fu amore a prima vista. Lo stesso giorno chiese il permesso di poter visionare con calma qualche libro, così quando lo studio rimaneva libero, senza esitazione andava ad immergersi nelle centinaia di pagine dell’enciclopedia. Poteva soffermarsi sulle innumerevoli figure: conoscere Carlo Magno, Leonardo da Vinci, Cristofero Colombo, Michelangelo; far rivivere a suo piacimento i dinosauri, stupirsi per la maestosità delle sequoie, meravigliarsi per la varietà degli animali; ammirare la magnificenza della Cappella Sistina e, in un sol colpo, fare il giro nel più grande zoo della terra. Infatti in un bel libro illustrato puoi fermarti ad osservare, con calma, il mondo che ti circonda, lo puoi filtrare, rendendolo un po’ più tuo, come vorresti che fosse. Mentre scorreva le pagine, invidiava ammirato i disegnatori che avevano realizzato le migliaia di tavole, la cura e la genialità che adoperavano nel rappresentare le ambientazioni. Con passione e fantasia avevano reso vive e reali le varie epoche storiche: era come salire sulla macchina del tempo e poter scendere dove volevi tu. Questo ricordo era uno dei pochi che aveva conservato quasi intatto. «Se ci pensi bene, un libro lo può comprare chiunque: costi per tutte le tasche e argomenti infiniti, che ti regalano, con discrezione, una buona compagnia» disse Jean, accomodandosi sull’altra poltrona.«Oggi è così come dici tu, ma agli inizi del novecento in Sicilia, erano ben pochi quelli che potevano permettersi dei libri, e le ragioni erano molteplici» rispose Ottavio, mentre un antico fatterello gli balenava nella mente, poi aggiunse:«Se hai un po’ di tempo vorrei raccontarti una storia vera, riportatami da un amico; probabilmente sarà stata contaminata da qualche esagerazione, ma io l’ho sempre presa per vera, talmente è singolare».«Ho tutto il tempo che ti occorre, le vecchie storie sono la mia passione» rispose gioviale Jean, mentre con cura si sistemava sulla poltrona.«Un paio di anni fa, mi trovavo in un grosso centro commerciale per acquistare alcuni articoli che mi necessitavano. Finito il mio giro, mi diressi verso una cassa per effettuare il pagamento; la meno affollata si trovava a poca distanza da un bancone colmo di libri accatastati e su di essi campeggiava una grossa dicitura: “LIBRI A PESO”. La scritta era lì a dire: miei cari signori oggi la cultura e, gran parte dei vostri sogni, potrete realizzarli in base al peso che vi sentite di portare». «Qualcosa di simile l’ho vista anch’io qualche tempo fa» disse Jean, aggiungendo che non riusciva a capire quale fosse il collegamento con la storia che si sarebbe svolta nei primi anni del novecento. Ottavio lo esortò ad avere un po’ di pazienza, la sua era solo una piccola introduzione; e che sarebbe entrato subito nel vivo del racconto.«Come ti avevo accennato poco fa, tante volte, ho avuto il sospetto che l’episodio riportatomi fosse una sorta di leggenda familiare; ma riflettendoci su ed analizzando i piccoli dettagli che l’amico artigiano mi aveva raccontato, mi sono convinto della veridicità dell’avvenimento. Tra la fine dell’ottocento e l’inizio del nuovo secolo, specialmente nelle famiglie di estrazione popolare, i libri erano molto rari se non assenti del tutto, tutt’al più in quelle case potevi trovarci qualche vecchio sillabario scolastico. La lettura, infatti, come puro piacere e voglia di conoscere, era ancora un lusso per pochi. In Sicilia, in quel periodo, la scolarizzazione era molto scarsa e saltuaria; spesso i ragazzini dovevano dare una mano in famiglia, impegnandosi per pochi centesimi al giorno e di conseguenza l’istruzione scolastica di base, passava in secondo piano» Ottavio per un attimo fece una breve pausa per bere un sorso d’acqua. In quel lasso di tempo, Jean constatò che la manovalanza giovanile era stato ed era un problema che, sia nella sua Africa e sia in Italia, aveva interessato migliaia di bambini; lui poteva ritenersi fortunato ad esserne uscito indenne, merito della condizione sociale della sua famiglia.Enzo, all’interno di qualche discussione, gli aveva raccontato che nell’entroterra siciliano, solo alcuni fortunati figli di quella classe di operai e contadini, ne erano rimasti fuori. I motivi erano molteplici: ragazzini gracili, esonerati perché non adatti ad un lavoro pesante e precoce; ragazzini che, per favorevoli coincidenze, potevano frequentare regolarmente l’anno scolastico, conseguendo il diploma di quinta elementare. Allo stesso modo, tantissime bambine impegnate nei lavori di casa all’interno delle famiglie numerose, difficilmente riuscivano a completare il ciclo scolastico, acquisendo stentatamente la capacità di leggere, scrivere e far di conto. Ciò era il minimo per potersi inserire nel tessuto sociale della giovane nazione che si sforzava di evolversi ed affrancarsi dall’ignoranza scolastica. Dopo la breve pausa, Ottavio riprese il suo racconto:«Nella famiglia di Pina, moglie di Felice, l’amico che mi ha riferito la storia, c’erano due sorelle: la prima – Maria - era analfabeta e ricordava sempre con ammirazione sua sorella Teresa che era tanto istruita e aveva le scuole, espressione che significava il conseguimento del diploma elementare. Com’è abbastanza noto, a quei tempi gli svaghi erano veramente pochi, sia per gli uomini che per le donne: nel lavoro, la tecnologia e l’automazione di massa erano decisamente insufficienti; in casa tutto veniva svolto manualmente, mancavano quasi del tutto gli elettrodomestici; del resto anche gli uomini, nel lavoro di tutti i giorni, dovevano faticare non poco per garantire il minimo ai loro figli. Così, nelle lunghe serate invernali del sabato sera, nell’attesa del riposo domenicale, si riunivano in famiglia per passare qualche ora in compagnia di genitori e fratelli. In quella famiglia di artigiani e minatori c’era però una piccola fortuna: la zia Teresa possedeva un “tesoro” affascinante ed unico; l’aveva ereditato chissà da chi, era qualcosa di favoloso e raro: u libr ri cunta. Quel mitico volume doveva essere di grande formato, ricco delle più belle fiabe classiche della letteratura favolistica europea. Immagino che tra le sue pagine, ampiamente illustrate con disegni colorati che mettevano in scena alcune parti della favola, ci potevi trovare: Cenerentola, Cappuccetto Rosso, Pollicino, Il Gatto con gli Stivali e tante altre fiabe. Di sicuro ciò rendeva il volume magico e prezioso perché, libri di tale fattura, in quell’ambiente non ce n’erano. Dal racconto che mi è stato riferito da Felice, ho anche saputo che in quella famiglia si era consolidata l’abitudine di riunirsi la sera del sabato attorno al braciere. Quando tutti erano comodi al loro posto, la zia Teresa apriva con solennità il librone, ed iniziava la lettura: alle prime parole tutti si zittivano e si sentiva solo la voce del libro dei racconti. In un attimo tutto spariva per far spazio alla fiaba che, in quel momento, diventava la sola realtà. In questo modo, bambini e adulti, venivano rapiti dalle storie e, mentre facevano galoppare l’immaginazione, un po’ invidiavano la zia capace di leggere e dar vita alle meravigliose favole che uscivano magicamente da quelle bellissime pagine illustrate. Felice mi disse anche che, poco per volta, la voce di quegli incontri, si diffuse nella parentela e nel vicinato; infatti, spesso accadeva che, con qualche scusa o portando un cesto di frutta di stagione, qualcuno bussasse alla porta per poter partecipare al banchetto di storie fantastiche». Jean ascoltava con molto interesse il racconto di Ottavio, invidiando un po’ quel mondo oramai scomparso; mondo che poteva stupire ancora piccoli e grandi, che per qualche ora cercavano di sfuggire alla durezza della vita quotidiana.«Ovviamente il libro non era infinito e spesso, per lasciare un alone di mistero, la signora Teresa non terminava il racconto nella stessa sera e divideva quelli più lunghi in due puntate, creando il piacere per il prossimo incontro. Infatti, come testimoniavano tutti i familiari, la loro zia leggeva con tanta passione, calandosi talmente nei vari personaggi, da caratterizzarli e renderli sempre diversi: insomma, da quel che ricordava la moglie di Felice che allora era una bambina, la zia Teresa era una lettrice in gamba e per nessuna motivo sarebbe stato possibile saltare la “puntata” successiva. Però, a un certo punto, gli incontri irrinunciabili di fine settimana, subirono qualche battuta d’arresto; la signora Teresa faceva sapere di non sentirsi tanto bene o che quella sera aveva un impegno improrogabile, che l’avrebbe tenuta a casa. La cosa si ripeté, alternativamente, diverse volte nel mese ed allora i ragazzi - e non solo loro -, incominciarono a sentirne la mancanza. Che fare? Non c’era neanche la televisione! Costretto dalle insistenze dei figli, il papà della signora Pina, decise di indagare; per giorni si arrovellò il cervello per scoprire l’arcano, perché le scuse della cognata non lo convincevano del tutto».«Ma allora sotto c’era un piccolo mistero? O la signora Teresa si era stufata di leggere!» disse divertito Jean.«Da quello che mi ha raccontato Felice, la zia Teresa non avrebbe mai abbandonato il piacere della lettura, ma c’era dell’altro: il papà della signora Pina era solito frequentare, il sabato prima di cena, la società degli zolfatari, per incontrare amici e compagni di lavoro. Spesso era oggetto di invidia, perché a casa sua si sarebbe consumato il rituale del libro dei racconti, infatti l’incontro avveniva sempre nella sua abitazione, in quanto il marito della cognata, da qualche tempo era emigrato in America. Ora avvenne che da qualche settimana, quando qualche amico gli ricordava l’ambìto impegno della serata, lui mentre in tutta sincerità riportava le varie scuse addotte dalla cognata Teresa per saltare l’appuntamento, un suo cugino sotto sotto ammiccava agli amici. Questa scenetta si ripeté per alcune volte ed allora il papà della signora Pina, stizzito, pretese da lui una spiegazione plausibile per lo strano comportamento; questi sulle prime nicchiò poi, resosi conto che l’altro non la beveva proprio, messo alle strette, vuotò il sacco:«Caro cugino vuoi sapere perché in questo periodo Teresa ha tanti impegni? Semplice, qualche sera viene a leggere da noi e qualche sabato a casa dei parenti del marito. Anche noi abbiamo il diritto di passare una bella serata, perciò non ti lamentare, na vicia l’un».«Mi sembra una storia da non credere, sequestrare una persona per delle storielle!» disse allibito Jean. «Felice ne ha sempre sostenuto l’autenticità e conoscendo la sua serietà, ho sempre ritenuto vera la bella favola che si tramandava nella famiglia di sua moglie. Non ho mai conosciuto i dettagli su come si risolse la piccola diatriba familiare, ma immagino che la signora Teresa, nelle lunghe serate invernali, continuava ad essere contesa da parenti ed amici, perché possedeva quella inestimabile arte di intrattenere e di accendere la fantasia, mitigando per qualche ora le difficoltà quotidiane. Purtroppo, quando anche l’illusione di una esistenza dignitosa venne meno, raggiunse il marito in America portandosi via il meraviglioso e mitico libr ri cunta».Le ultime parole di Ottavio lasciarono in Jean un lieve senso di compiacimento, quella storia l’aveva riportato alla dimensione umana che è ancora capace di stupirsi e di lasciarsi ammaliare dai sentimenti naturali dell’uomo che, a prezzo di sacrifici, cerca di rendere la sua esistenza piena di contenuti e più sopportabile. Poi, con calma si alzò e si avvicinò alla grande libreria; sfiorò le coste di alcuni libri e, con un sorriso amaro, disse:«Ai nostri giorni, l’offerta dei libri è perfino esagerata perché puoi averli anche a peso, eppure le statistiche dicono che si legge ancora poco. I soliti bene informati affermano che sono cambiati i modi di evadere la dura realtà: per sognare ci fidiamo di altri canali che, spesso, nascondono insidie poco visibili e, se non si è sufficientemente navigati, c’è il concreto rischio di ricevere più danno che bene».Ottavio con gli occhi socchiusi annuiva senza aggiungere niente; condivideva pienamente la disamina fatta da Jean e provava un sottile dispiacere per coloro che, o per pigrizia o perché lo ritenevano superfluo, si sottraevano al fascino di quella antica scatola magica, dove le parole, in ciascun lettore, potevano assumere anche significati ed emozioni insospettati.Jean volle restare ancora in compagnia di Ottavio; l’anziano medico cercava di essere quanto più ospitale possibile, nonostante la sua malferma salute; ma colloquiare con Jean lo rendeva felice e quasi dimenticava la sua sofferenza. Rimasero nella penombra del salotto chiacchierando di vari argomenti fino a quando rincasò Enzo, in un bagno di sudore, scusandosi per il ritardo. Chiese quanto mancasse per il pranzo e si infilò in bagno, per una doccia ristoratrice. Le pietanze, prevalentemente estive, preparate da Graziella suscitarono l’apprezzamento di tutti; da sempre in famiglia avevano avuto una domestica che attualmente, nonostante la non più giovane età, si prendeva ancora cura della loro casa. Però, in questi giorni, Graziella, aiutata da Rosa, aveva voluto essere in prima linea, in omaggio alla presenza di Jean. Durante il pasto Enzo comunicò all’amico di aver incontrato Totò con il quale aveva concordato che, nelle prime ore del pomeriggio, sarebbero saliti alla Santa Croce.«Per me va bene» rispose Jean, tradendo una piccola emozione. Come da copione e da consumata consuetudine paesana, l’incontro era stato fissato al Canale. I primi ad arrivare furono Jean ed Enzo; la piccola piazza, inondata dal sole, a quell’ora era quasi deserta; non aspettarono molto; poi, in cima alla lunga discesa della chiesa di san Giuseppe, apparve padre Cristofero che, a grandi passi, scendeva verso di loro. Giunto in piazza, scorse proprio all’incrocio della via sant’Elena i due amici e, attirando l’attenzione, si diresse con decisione verso di loro. Contemporaneamente, Enzo e Jean, senza esitazione, lo imitarono. Una trentina di passi e il prete salutò con calore Enzo; poi, rivoltosi a Jean, allargò le braccia e, per una frazione di secondo, stette immobile con il viso illuminato dalla gioia; Jean lo guardò e sorrise, abbracciando a sua volta il sacerdote. Quel caloroso saluto aveva spazzato via tutti i vecchi rancori, le incomprensioni e le cattiverie. Non c’era bisogno di aggiungere altro; l’emozione e il trasporto del saluto, non richiedevano nulla di più. C’era dell’armonia, che si realizza solo quando non è possibile togliere niente e, allo stesso modo, non è possibile aggiungere null’altro; e questo non vale solo nel campo artistico, ma anche per i sentimenti umani, profondi ed autentici. Padre Cristofero vestiva in modo sobrio: camicia azzurro chiaro a maniche corte, dove spiccava il collarino ecclesiastico. Il fisico asciutto lo rendeva perfino più alto e giovanile, anche se la stempiatura ai capelli, evidenziava che la gioventù era passata da un po’.«Se siete d’accordo, potremmo incamminarci verso la Santa Croce?» esordì padre Cristofero, per rompere il ghiaccio. «Noi siamo pronti, e saliremo volentieri su a goderci un po’ di frescura».La collina della Santa Croce, infatti, domina tutto il quartiere di san Giuseppe da nord-est a sud-est, ed essendo in posizione elevata, dopo la fatica della salita, oltre al panorama su tutta Valguarnera e dintorni, si può beneficiare dell’aria che soffia anche in piena estate. Enzo chiese al don quale strada avrebbero percorso per arrivarci, in quanto la collina aveva diversi accessi. Il sacerdote disse che la strada meno faticosa, da fare a piedi, era quella che si trovava a fianco del vecchio mattatoio cittadino, u macell. Decisa la direzione, i tre si avviarono verso la salita che portava alla chiesa di san Giuseppe; arrivati in cima, seguirono la strada che costeggiava la chiesa e dopo essersi lasciati il cortile della canonica alla loro destra, percorsi circa trecento metri, arrivarono nei pressi della stradina che immetteva alla scalinata di pietra. Quest’ultima, costituita da ampi gradoni, conduceva verso la Santa Croce, snodandosi sul fianco della collina. Per arrivare in cima occorrevano una ventina di minuti di buon passo; lungo il percorso, gli amici si scambiarono solo alcune battute, per lo più convenevoli, perché disturbati dai raggi del sole e dalla fatica della salita. Enzo e Jean seguivano l’incedere sicuro di padre Cristofero che, a passi decisi, saliva i gradoni di pietra. Ogni tanto si girava e, con uno sguardo eloquente, si sincerava che tutto procedesse bene; i due amici, con un cenno della mano, lo rassicuravano, aumentando la loro falcata. Pur essendo pomeriggio inoltrato, la calura estiva non dava tregua; per fortuna gli alberi, tra cui tanti eucalipti, proiettavano parte della loro ombra sulla scalinata; quando furono quasi a metà salita, il sacerdote si fermò su uno scalone ad angolo, quasi un piccolo terrapieno; venne raggiunto dai due amici che senza dir niente, mentre riprendevano fiato, diedero uno sguardo verso ovest dove, in lontananza, si poteva scorgere parte della zona di Paparanza. «Ancora una decina di minuti e l’impresa sarà portata a termine, volete che facciamo una piccola sosta?» disse il don, mentre si tergeva alcune gocce di sudore.«Per me possiamo proseguire, si suda un po’, ma il percorso non è proibitivo» rispose Jean, mentre sbirciava il panorama che si intravedeva tra il fogliame degli alberi.«Ci hai scambiati per dei vecchietti? fai strada» aggiunse allegramente Enzo. Rotto il ghiaccio, il loro affiatamento era diventato palpabile; i tre si erano totalmente immersi in quella piccola gita, con una buona disposizione e l’aspettativa di trascorrere qualche ora insieme, metteva in secondo piano la fatica per la ripidità della salita. Ripresero la strada in fila indiana, e senza forzare eccessivamente il passo, in meno di dieci minuti, arrivarono in cima alla collina. Enzo e Totò erano soliti frequentare il luogo, posto ideale dove poter parlare tranquillamente o restare in silenzio, facendosi spettinare i capelli dal vento. Infatti, quando Enzo ritornava in paese, specialmente alla fine dell’estate, i due amici erano soliti andarci per godere, con un pullover sulle spalle, della prima aria frizzante del mattino e per scrollarsi di dosso il ricordo della soffocante calura estiva. Per Jean, invece, tutto era nuovo: la cima della collina aveva un ampio spiazzo, il lato che guardava verso il paese era contornato da una lunga staccionata di cemento grezzo, che imitava piccoli tronchi di un albero. Lungo il suo perimetro interno, a distanza regolare, erano state sistemate della panche, che il tempo e l’incuria di qualche incivile, avevano ridotto in uno stato pietoso. Per prima cosa, Enzo invitò Jean a sporgersi dalla recinzione per permettergli di ammirare lo stupendo panorama che si poteva scorgere: Valguarnera che giaceva proprio ai piedi della collina, dalla quale svettava una enorme croce in metallo. Senza mai smettere di guardare, i tre amici poco per volta raggiunsero quasi il centro dello spiazzo mantenendosi sempre a ridosso della staccionata. Sconfinando con lo sguardo da sud a nord in direzione del tramonto del sole, si vedevano le strade diritte che si incrociavano tra di loro quasi ad angolo retto: viste dall’alto si poteva notare una certa simmetria urbanistica; peccato che nella parte vecchia del paese, quelle strade fossero molto strette, strutturate in salite e in altrettante ripide discese. Abbandonando con lo sguardo il centro del paese, saltava agli occhi il verde della villa sant’Elena e dell’omonimo campo sportivo, completamente privo di erba; un rettangolo di terra rossastra e polverosa. Puntando l’attenzione in lontananza, a margini della parte più antica di Valguarnera, in un immaginario semicerchio sorgevano le chiese di san Francesco da Paola, di sant’Anna e di sant’Antonino. Venendo giù, in prossimità del centro, si poteva scorgere piazza della Repubblica con il Palazzo Comunale e alla sua sinistra, la chiesa Madre dedicata al patrono san Cristofero. Dalla piccola piazza, a pianta rettangolare, partiva diritta e solenne la via Garibaldi, che congiungeva il vecchio centro con l’omonima piazza, u Canal. Jean, pur non conoscendo del tutto il paese, osservava con molta attenzione e, quasi per un riflesso condizionato, cercò di individuare la zona dove sorgeva l’abitazione di Enzo. La ricerca non fu difficile, la casa era ubicata ad un centinaio di metri dalla chiesa di san Giuseppe che, addossata alle falde della collina, con la sua imponente struttura neo-gotica, dominava tutto il quartiere che portava il suo nome.«Quella laggiù è la via Vittorio Veneto?» disse indicando con l’indice la zona.«Bravo! Sapevo che eri un ottimo osservatore e che l’orientamento non è mai stato un problema per te» rispose Enzo. Jean si soffermò ancora un po’ in quella direzione e poi completò l’escursione verso nord, dove in fondo, allineate, riposavano le cappelle e i loculi del cimitero di Valguarnera.Padre Cristofero diede a Jean tutto il tempo necessario per godere del panorama; lui lo osservava con altri occhi, conoscendolo nei minimi dettagli, rifletteva sui problemi che gravavano sugli abitanti, stretti nella morsa delle ripetute crisi economiche. Nell’esercitare il suo ministero, con estrema devozione, spesso veniva a conoscenza dei tanti bisogni e dei problemi dei suoi parrocchiani che in quel momento, a volo d’uccello, facevano capolino nei suoi pensieri. Ma non volle farsi prendere troppo dalla malinconia, evitando di annuvolare quelle poche ore di svago da trascorrere insieme agli amici.«Se avete guardato a sufficienza il panorama, vorrei far vedere a Jean anche la parte mistica del luogo» esordì il sacerdote con voce suadente.«Siamo nelle tue mani» rispose Enzo con falsa rassegnazione, mentre prendeva sottobraccio Jean. Buona parte dello spiazzo era occupato dall’enorme croce in ferro e dalla chiesetta, caratterizzata da una fila di vetri istoriati e padre Cristofero, raccogliendo con soddisfazione l’assenso di Enzo, si diresse verso la chiesetta, seguito dai due amici. Purtroppo l’ingresso della cappella era chiuso, le necessarie restaurazioni andavano a rilento e di conseguenza veniva aperta raramente. Il portone d’ingresso in ferro, serrato da un grosso catenaccio, nella parte superiore presentava dei grandi vetri smerigliati. Dalle fessure, però, era possibile sbirciare l’interno: al centro, un altare occupava gran parte dello spazio, impreziosito da una pietà realizzata a mosaico. La struttura che più attirò l’attenzione di Jean fu il perimetro ellissoidale dei tre lati opposti all’ingresso dove in alto, una vetrata, senza soluzione di continuità rappresentava, con bellissime figure colorate, episodi biblici.«Raccolto e suggestivo l’interno di questa chiesetta!» esclamò Jean rivolgendosi al sacerdote che, pur conoscendola nei minimi dettagli, aveva sbirciato anche lui attraverso uno dei vetri scheggiati.«Nelle intenzioni dell’allora parroco Magno, questo antico luogo di venerazione, doveva trasformarsi in un posto di raccoglimento spirituale ed essere la destinazione finale di alcune processioni. Per questa ragione, il parroco della Chiesa Madre, insieme ad un altro sacerdote valguarnerese, avevano sostenuto il progetto del nostro concittadino: Giuseppe Loggia» iniziò a dire padre Cristofero, mentre Jean fissava con attenzione, quello che fungeva da sacrato, costituito da lunghi binari di cemento, inseriti a raggiera, nel terreno.«Giuseppe Loggia? Non ho mai sentito parlare di lui!»«Il poeta e filosofo Loggia, è stato un altro illustre personaggio della nostra Valguarnera» aggiunse Enzo, invitando il don a continuare ma quest’ultimo, conscio della preparazione storica dell’amico, con un piccolo cenno, gli lasciò campo libero; ed allora, lusingato dalla considerazione, Totò continuò per dare un quadro più completo sulla personalità del conterraneo:«Il popolino aveva sempre considerato Loggia un personaggio eccentrico e solitario, che si era distinto per qualche produzione letteraria e per lo studio della filosofia. Alla fine degli anni sessanta ebbe l’idea di far sostituire, in cima alla collina, la croce centrale esistente con un’altra di circa 36 metri in ferro; nella parte anteriore, come puoi notare, venne inserita la figura stilizzata di Cristo composta da lamiere sagomate e colorate. Il progetto prevedeva anche la costruzione della chiesetta che doveva catalizzare la spiritualità e la religiosità dei valguarneresi».«Non vorrei essere scortese, ma da quello che vedo, il progetto non mi sembra essersi realizzato pienamente» disse Jean, indicando il degrado che circondava l’edificio.«Purtroppo, dopo la scomparsa nel 1972 del parroco Giacomo Magno, la frequentazione del luogo venne sempre meno; la gente, intimorita dalla ripida salita, abbandonò la tradizione e le processioni, senza tanti clamori, caddero in disuso».«Giacomo Magno, se non ricordo male, è l’autore del libro che mi hai regalato tanti anni fa: MEMORIE STORICHE DI VALGUARNERA e del quale, ahimè, ho letto solo poche pagine!» «Ricordi bene! Il parroco è stato una personalità di spicco a Valguarnera, sia per la sua grande umanità e sia per la sua cultura, che abbracciava tanti campi, compreso quello musicale, lasciandoci componimenti pieni di autentica spiritualità. L’ho sempre voluto associare alla figura del parroco Longo che, nel quartiere di san Giuseppe, è stato un pastore attento alle problematiche sociali della gente».«Concordo pienamente con Enzo, in due parole ha caratterizzato pienamente i due parroci più amati in paese; confesso però, che per padre Longo ho un ricordo personale molto caro; c’è la sua mano nella mia attuale missione».«La sua figura, in parte, la ricordo anch’io» aggiunse Jean, con la voce venata da una leggera emozione.Era stato proprio don Umberto Longo a far luce nei tanti progetti di Totò quando, bruciato dall’esperienza da emigrante e dal suo carattere spigoloso, lo aveva aiutato con discrezione a trovare la sua vera strada. Da un paio di settimane aveva fatto ritorno a Valguarnera; una sera quasi all’imbrunire, passando nei pressi della chiesa di san Giuseppe aveva visto, nell’annesso cortile della canonica, padre Umberto che, senza tonaca, si ristorava al fresco della sera. Il rapporto di Totò con la chiesa era sempre stato conflittuale; i suoi genitori poco avevano fatto per indirizzarlo verso la fede, quella vera. Con scarsi risultati aveva frequentato l’Azione Cattolica, organizzata dal parroco in alcune stanze della canonica. Ci andava quando aveva voglia di giocare, pretendendo di avere campo libero subito. Da ragazzo, una domenica pomeriggio, per la rabbia aveva tentato di aggredire un giovane prete che gli aveva impedito, giustamente, di giocare a ping pong, perché non aveva voglia di aspettare il suo turno. Nonostante l’indole prevaricatrice, però, aveva avuto sempre un grande rispetto per il parroco, uomo di grande umanità che sapeva entrare con delicatezza nell’intimo delle persone e capace anche di prendere decisioni controcorrente, quando la sua coscienza di sacerdote glielo imponeva. Nel quartiere girava la voce che qualche volta, dopo la guerra, aveva celebrato, a tarda sera, il battesimo a figli di comunisti, sicuro di fare la volontà dell’unico Padre che è nei cieli. Totò, percorrendo la discesa, aveva notato padre Umberto; in un primo momento decise di ignorarlo, al limite un veloce saluto; troppi pensieri affollavano la sua confusa testa e preferiva stordirsi con gli amici al bar. La mano alzata del parroco in segno di saluto, inspiegabilmente, gli fece cambiare idea e, senza darsi una spiegazione, entrò nel cortile e gli si avvicinò, salutandolo con rispetto. Forse in cuor suo aveva atteso quell’invito, senza avere il coraggio di fare il primo passo. Padre Umberto, con un solare sorriso, accolse Totò e lo invitò ad accomodarsi sull’altra sedia libera; poi, a gran voce chiamò il sacrestano, che abitava con lui nella canonica, e gli disse di portare due bicchieri e un po’ di limonata fresca.L’iniziale imbarazzo di Totò durò poco, l’accoglienza semplice e sincera del prete, avevano fatto breccia in lui e la rigidezza del suo viso poco per volta si distese, mentre sorseggiava la sua bibita fresca.«Manch assai ru pais?» iniziò il parroco,aspettando la sua risposta.«Padre Umberto, è chù r un ann ch manch r Carrapìp e sono tornato dalla Germania solo da qualche giorno».«Allora sei qui per le vacanze estive?»«Beh! In vacanza ci sono di sicuro, pjnz ch auànn su lwngh; ho lasciato il lavoro, non resistevo più in quell’ambiente opprimente, pieno di pregiudizi verso i siciliani». Il parroco conosceva gran parte della sua storia: gli insuccessi e le delusioni che avevano costellato la sua giovane vita e forse, negli ultimi anni trascorsi fuori dal paese, aveva potuto toccare con mano che cosa volessero intendere i mirabili versi di Dante: come è duro calle lo scendere e 'l salir per l'altrui scale. Il prete, tante volte, lo aveva esortato a mitigare la sua esuberanza, ma i risultati erano stati deludenti; spesso i suoi dispetti erano andati oltre, rischiando di provocare qualche tragedia. Padre Umberto, per l’affetto che nutriva per quel ragazzino, in fondo sfortunato, tramite le confidenze di amici, si era tenuto sempre aggiornato sul suo percorso di vita; aveva appreso che nell’ultimo anno Totò, nel suo intimo, aveva smussato qualche pericoloso spigolo, ma le ragioni gli erano sconosciute. Un avvenimento però lo aveva fatto ben sperare: quando la sua ragazza tedesca lo mollò, senza una minima spiegazione, stranamente la reazione del ragazzo fu abbastanza composta e rassegnata, senza inutili violenze. Questa evoluzione nel carattere di Totò poteva essere spiegata dalla profonda amicizia che lo legava ad un altro emigrato, anche lui siciliano che, fin dall’inizio, lo aveva accettato per quello che era, riservandosi, di evidenziargli sempre gli eccessi della sua condotta. Giacomo gli aveva confidato che era stufo di quella vita; avvertiva dentro di sè una “chiamata” e stava seriamente pensando di entrare in seminario Purtroppo, la tragedia era dietro l’angolo; un brutto giorno, un incidente mortale sul lavoro occorso all’amico, sconvolse la sua vita. Distrutto dal dolore decise di tornare a Valguarnera; era come svuotato, Giacomo era diventato un suo punto di riferimento, con effetti benefici; si era perfino avventurato nella lettura di qualche libro; all’inizio qualcosa di facile. Sul treno che lo riportava a casa, aveva promesso a se stesso che, in ricordo del caro amico, avrebbe ripensato e messo ordine nella propria vita.«C l’hai na strata ca a Carrapìp?» disse volutamente in dialetto il parroco, nel tentativo di entrare nei suoi pensieri più reconditi. Per un carrapipano doc, l’idioma della propria terra, può rappresentare un grimaldello indispensabile per entrare in sintonia con l‘interlocutore.«Strat c n pwn èss’r assai, sp’ràm r truvar chidda giusta» disse Totò, volgendo lo sguardo lontano.Il parroco capì subito che il cuore di Totò era come scosso da una tormenta, percorso da venti che sollevavano polvere e detriti, rendendo la visibilità molto difficile: non riusciva, con le proprie forze, a risalire dall’inferno nel quale era piombato negli ultimi mesi. «Non ti nascondo che sono a conoscenza del brutto periodo che stai attraversando e so che non è facile, per questa ragione non voglio giudicarti in modo superficiale, perché ciascuno di noi deve impegnarsi a governare la propria vita nel migliore dei modi, ma un consiglio desidero dartelo:«Fa che il tuo paradiso possa iniziare in questo mondo, potrebbe suonarti strano in un momento così complicato, ma riuscendo a trovare la serenità nel tuo cuore, è possibile avviarlo in questa vita. E come iniziare l’eternità un po’ prima di arrivare alla nostra destinazione finale».«Le sue parole sono molto belle padre Umberto, ma ora m par tutta curv e s vir picca» rispose confuso Totò. «Hai pienamente ragione, ma per percorrere una strada impervia c’è sempre bisogno di una buona guida e, vist ch sugn ru mistjr, potrei consigliarti qualcuno di veramente bravo: Gesù» pronunciò le ultime parole sorridendo e mentre gli prendeva la mano, gliela strinse dolcemente in segno di affetto.Neanche padre Umberto poteva prevedere che Totò avrebbe cercato quella guida molto presto: dopo meno di un mese, a quasi diciannove anni, decise di entrare in seminario, iniziando un percorso difficile e coraggioso, che continua ancora.«Penso che quel parroco abbia avuto una parte nella tua scelta!»«Certamente la ragione in più; il suo modo di essere mi aveva sempre conquistato fin da bambino, ma in quel periodo qualsiasi insegnamento cadeva nel vuoto. In famiglia, troppi dissapori ed incomprensioni, avevano inciso sul mio carattere non facile, ma non rivendico sconti per il mio agire, la parte peggiore la mettevo io».Adesso Totò desiderava solo chiedere scusa a Jean, dopo tantissimi anni, per le cattiverie con le quali lo aveva bersagliato. Enzo aveva ascoltato in silenzio e quando capì che era il momento di fare una pausa, spostò la loro attenzione verso la mastodontica croce. Sotto di essa sembravano delle formiche; da quella posizione, per poterne osservare la punta, bisognava reclinare all’indietro la testa sulla schiena; ai lati c’erano le croci dei ladroni a dimensione umana, conficcate sopra un muro di cemento. Restarono per un po’ con gli occhi rivolti al Cristo; poi Enzo indicò il semicerchio quasi spoglio e disse:«Tempo fa da questo muro pendevano dei mosaici, come puoi notare dalla presenza di qualche tessera che vi rimane ancora attaccata».Jean sfiorò con le dita alcune delle tessere superstiti e chiese che fine avessero fatto i mosaici:«Inizialmente erano stati collocati 14 quadri che rappresentavano le stazioni della passione di Gesù; purtroppo, tra l’incuria e i vandalismi gratuiti, è rimasto ben poco; erano ricchi di colori e di suggestione» disse amaramente Enzo, sostenuto dall’approvazione verbale di padre Cristofero. Poi, con tono serio aggiunse:«C’è un progetto in corso per ripristinare, con l’aiuto di vecchie fotografie, i mosaici di un tempo, ma l’iniziativa stenta a decollare, perché in tanti sostengono che potrebbero fare la fine ingloriosa degli originali». Poi mimò con l’indice la disposizione e il contenuto dei quadri, da destra a sinistra, sino ad arrivare alla deposizione dalla croce. L’argomento per alcuni minuti rimase incentrato sul poco amore per l’arte e per le cose belle che, una minoranza ignorante e violenta, calpesta perché incapace di apprezzarle e goderle. Nel bel mezzo del loro discorso squillò il cellulare di Enzo che, chiedendo scusa agli amici, rispose mentre si allontanava da loro. Il sacerdote capì che era arrivato il suo momento; prese sottobraccio Jean e lo condusse verso quella specie di belvedere naturale, all’ombra della croce. Ad Enzo non sfuggì la mossa di Totò, del resto sapeva che in un certo momento della passeggiata, l’amico si sarebbe intrattenuto con Jean. Era successo anche a lui. Infatti, prima di ricevere la chiamata al cellulare, stava pensando ad un espediente per lasciarli da soli e lo squillo fu decisamente provvidenziale. Non che Totò volesse escluderlo, anzi!, ma lui preferiva così. Mentre era impegnato a rispondere al telefono, seguiva la mimica del loro colloquio, riuscendo quasi ad immaginare le parole che Totò stava pronunciando a Jean; tanti anni fa erano risuonate sotto la stessa croce. Parole sgorgate dal profondo del cuore di un uomo che aveva preso la sua croce senza lagnarsi mai, senza scorciatoie; aveva proseguito nella sua scelta dedicando la vita agli altri, anche quando, quest’ultima, gli aveva presentato un conto salato: la perdita della mamma e, ancora più dolorosa, la morte della sorella Cosma, più grande di una decina di anni, che gli aveva voluto bene, aiutato e difeso come una seconda mamma. Sua madre, per colpa di una serpeggiante malattia nervosa era stata, suo malgrado, alquanto assente. Jean gli stava di fronte, e dalle sue espressioni capì che il discorso di Totò era posto nel migliore dei modi, non poteva essere altrimenti; a tratti sorrideva e qualche volta assumeva la sua tipica espressione conciliante, nota agli amici, con la quale approvava appieno il discorso. Dopo qualche minuto Enzo chiuse la telefonata, ma aspettò ancora un po’ prima di ritornare dagli amici; Totò, nel mezzo del suo discorso, meccanicamente si girò e, con un cenno della mano, lo invitò ad avvicinarsi, cosa che Enzo fece senza esitazioni. «T pwi v’c’nàr, s’grèt nan c n’è chiù» disse Totò strizzando l’occhio verso i due amici.«Nessun segreto del quale Enzo non sia a conoscenza! Abbiamo solamente parlato dei tempi andati, come vecchi amici che si incontrano dopo tanto tempo» disse serenamente Jean, prendendo sottobraccio Totò. In quel pomeriggio stupendo si era materializzata una pennellata di armonia, nessuna ombra. Jean era contento di aver potuto chiarire l’equivoco sulla mancata risposta alla lettera, e Totò era felice di aver saldato il suo vecchio conto. Anzi, Jean si sentiva perfino debitore nei suoi confronti per la bellissima frase con la quale Totò aveva chiuso il suo discorso: “Gesù ci ama per quelli che siamo, con tutti i nostri limiti e le nostre debolezze e per poterli condividere totalmente si è fatto come noi”. Queste ultime parole risuonarono in Jean come un profondo messaggio di speranza per poter affrontare le difficoltà della vita quotidiana, piena di insidie e di falsi obiettivi. «Spero di ritornare su questo argomento con te prima di ripartire» disse convinto Jean.«Vedo che con la tua eloquenza hai fatto ancora centro in un’altra pecorella smarrita» disse Enzo con tono ironico.«E tu nan far tropp u iadduzz, p’rchì prima o pwi na vicia r sal ncap a cura t ciù mìnt» rispose Totò, abbracciandolo con grande affetto; poi mise una mano in tasca, tirò fuori una busta e, porgendola a Jean, disse:«Dentro c’è un piccolo racconto che mi è molto piaciuto, vorrei condividerlo con voi; però preferisco che lo leggiate dopo che ci saremo lasciati. Jean prese la busta, ringraziò cortesemente e la infilò in tasca. Oramai il lungo pomeriggio volgeva lentamente al termine; il sole stava per concludere la sua giornata oltre le colline lontane, ma la luminosità sarebbe perdurata anche dopo il tramonto. I tre amici fecero ancora una breve passeggiata nello spiazzo e, dopo aver fatto il giro dietro la chiesetta, si diressero verso la staccionata che sporgeva sul paese. In lontananza Enna dominava la valle del Dittaino e, volgendo lo sguardo verso nord-est, in quel limpido pomeriggio, si poteva scorgere l’enorme mole dell’Etna che svettava, solitaria ed altezzosa, sulla lontana piana di Catania.«Da qui è quasi possibile suddividere Valguarnera nei suoi tanti quartieri» disse Enzo per rompere il silenzio che si era venuto a creare.«Ciascuno con il suo senso di appartenenza: per noi due la piazza di fronte alla chiesa di san Giuseppe è sempre stata come una seconda casa, perché oltre al luogo dei giochi, ci ricorda sempre la grande festa di san Giuseppe e u burg r santa Lucia» aggiunse Totò, con una vena di profondo romanticismo.«Ho sentito parlare qualche volta di questa caratteristica festa, ma non ne conosco i particolari» ribatté con curiosità Jean. Già! la famosa solennità di san Giuseppe, l’unica festa veramente radicata nel popolo valguarnerese, e non solo. Quel giorno, il paese viene invaso da frotte di forestieri, venuti a godersi i suggestivi momenti dell’antica tradizione e a gustare le leccornìe offerte a tutti. Infatti, come da lunga tradizione gli abitanti, per grazia ricevuta, o portano in chiesa sacchi di frumento su giumente riccamente bardate di finimenti e accompagnate dalla banda musicale, o allestiscono in casa, la tavola di san Giuseppe e i meno abbienti offrono grossi ceroni colorati. La preparazione delle pietanze, per riempire i vari ripiani della tavola, inizia con qualche giorno di anticipo; poi la sera precedente la festa, la tavola viene addobbata per poter essere pronta alle primi luci dell’alba. Viene riempita da cassate, pasta con il miele, frutta, vari tipi di dolci e torte salate, ma non può mancare il Pane di san Giuseppe, una particolare panificazione di pasta dura, guarnita da semi di sesamo. La sua forma cambia secondo la fantasia di ciascuno: si parte dal semplice filoncino frastagliato ai lati, fino ad imitare gli arnesi del falegname o riprodurre l’effigie del santo. Negli ultimi decenni, i panettieri valguarneresi si cimentano tra di loro nel creare forme sempre più complesse e stupefacenti. Il giorno della festa, dopo che i santi – la sacra famiglia, impersonata da persone povere - hanno consumato per primi l’azena (il pranzo), chiunque può servirsi dalla tavola, fino all’esaurimento di tutte le pietanze. Di solito una delle più belle e ricche è quella preparata dai parrocchiani, all’interno della sacrestia della chiesa. Il racconto dei due amici deliziò molto Jean, perché culturalmente era attratto dalle tradizioni che affondavano nel passato, segno positivo della vivacità delle comunità che andava a costituire il fondo della cultura popolare. Molte città italiane che avevano avuto grande splendore nel periodo comunale e rinascimentale, avevano fatto delle proprie tradizioni un patrimonio per i posteri. In città famose come Siena, la rivalità accesa tra i quartieri aveva prodotto splendide rappresentazioni, seguite dal mondo intero. Puntando lo sguardo verso la chiesa di san Giuseppe Jean, formulando un pensiero ad alta voce, disse:«Avete parlato di quartieri! Ma quanta rivalità c’e in quelli valguarneresi? Si manifesta con qualche particolare rappresentazione?»«Come sai il nostro paese non ha origini antichissime, il primo insediamento urbano risale a dopo la metà del cinquecento; però, per non tradire l’assunto oramai consolidato nella gran parte delle città italiane, una certa rivalità nel nostro paese c’è sempre stata; purtroppo non si è mai trasformata in tradizioni o folklore, che avrebbero permesso di aiutare l’economia del paese, incrementando un po’ il turismo» disse dispiaciuto Enzo.«Anni addietro nei ragazzi, l’antagonismo poteva tradursi in una specie di guerra tra quartieri» aggiunse Totò, con l’intenzione di far continuare l’argomento ad Enzo. «Già, la guerra fra quartieri dove qualsiasi arma era tacitamente consentita: piccole pietre, frecce ricavate dalle aste di vecchi ombrelli, spade di legno e quant’altro, senza arrivare mai ad armi vere e proprie. Non ho mai voluto partecipare ad azioni di quel tipo, perché fin da ragazzo non capivo per quale oscuro motivo dovevo combattere – di sicuro in questo c’era una componente di paura e il categorico divieto impostomi dai miei genitori - contro ragazzi che come me amavano divertirsi con giochi innocenti. Invece, dai più irrequieti di entrambe le fazioni, venivano considerati avversari: diversi solo perché vivevano in un altro quartiere. Ma poi questa guerra perché? Per chi? Tutto poteva nascere dal presunto capo del rione, che per affermare la sua personale superiorità, spingeva gli altri alla lotta, magari per un presunto sgarbo subìto. Senza paura! Paura? Non sempre può essere considerata sinonimo di vigliaccheria, penso che tante volte debba intendersi come profondo rispetto per qualcosa che può degenerare in pericolo. Pentirsi dopo, non servirà a niente. Forse ci vuole più coraggio ad essere fuori dal coro, rischiando la derisione e una sicura emarginazione. Quel poco che ricordo di quelle guerre, l’ho appreso dai soliti vanagloriosi e da amici che, per non essere considerati fifoni, vi partecipavano malvolentieri, nella speranza di evitare, durante la scorreria, spiacevoli conseguenze al limite della cattiveria».«Potevano esserci scontri cruenti?» chiese sorpreso Jean. Enzo guardando Totò con complicità, annuì con falsa gravità, prima di riprendere il suo racconto:«Devi sapere che durante i vari scontri per le vie del quartiere che veniva attaccato, era abbastanza frequente, per un ragazzo, beccarsi un sasso in testa, se non protetto da qualcosa di adatto; una volta un mio amico usò addirittura un vecchio orinale come elmetto, lavato! C’era, però, una cosa che faceva veramente paura ai combattenti: fatto prigioniero dal nemico, il malcapitato poteva essere legato ad un albero, in un luogo fuori mano del quartiere nemico, e lasciato piangente fino a quando non si fosse liberato o salvato dall’ultimo disperato assalto dei suoi compagni. Ho sempre pensato che quelle dispute fossero fine a se stesse, non si lottava per delle ragioni veramente importanti e, nella maggior parte dei casi, bastava dimostrare che i ragazzi del quartiere san Giuseppe erano più forti e coraggiosi di quelli della Stazione, di san Francesco o ‘a Mursiata. Ancora oggi, infatti, quando ci vengono mostrati tutti gli orrori della guerra vera, non quella scimmiottata da ragazzini, penso che a parte gli interessi economici e i vari integralismi, ci si scontra per la smodata sete di potere e per l’affermazione sugli altri; perché quando non si ha più necessità di bisogni primari per vivere – e non mi riferisco al popolo, ma a governanti e notabili – la sottomissione o l’esercizio del potere e dei privilegi sulle persone, è enormemente soddisfacente anche se ciò è l’azione più indegna fatta da esseri umani provvisti di coscienza». Enzo, nell’ultima parte del discorso, si era accalorato ed aveva volutamente calcato l’accento sulla sopraffazione, perché era naturalmente portato al dialogo ed era un convinto pacifista. Piuttosto accettava la difesa delle rispettive convinzioni, ma sempre su un piano costruttivo, difendendo le proprie idee, spogliate da qualsiasi violenza.Jean era rimasto molto colpito dal racconto dell’amico e, conoscendone l’indole, sapeva che il calore profuso era autentico. L’argomento serio aveva stemperato il clima di rilassatezza ed allora Enzo, all’improvviso, per alleggerire il momento, tirando un affettuoso tiro mancino all’amico Totò, disse:«Se vuoi conoscere un episodio di prima mano su questo argomento, ti devi rivolgere al nostro caro don».«Da un amico fidato, sta cut’ddata nta carìna ta mint no cùnt » disse arrendevole Totò; oggi poteva permettersi il lusso di raccontare le gesta degli anni difficili a cuor leggero, vissuti da chissà chi!«E’ roba passata. Ma narrerò volentieri di una scorreria della quale andavo fiero, quando ancora l’esuberanza e l’orgoglio erano il mio pane quotidiano». Totò si girò e appoggiandosi alla staccionata, esordì:«La più temeraria delle incursioni nel territorio nemico, si consumava durante la festa di santa Lucia; al più coraggioso veniva assegnato il compito di dar fuoco, con una freccia incendiaria, prima del termine fissato, al grosso covone di paglia, u burg, sistemato nei pressi del sacrato della chiesa del rispettivo quartiere. Infatti, l’ora dell’accensione del falò, canonicamente, veniva fatta dopo l’imbrunire, affinché quest’ultimo risaltasse maestoso nell’oscurità serale, suscitando l’invidia di tutti, per le alte fiamme e la lunga durata della combustione, segno di supremazia del quartiere. A questa tradizione si affiancava – ancora viva nel nostro paese – la processione con u pagghjwl , un’enorme colonna di steli intrecciati, simili a paglia: u dis, che esperti legavano insieme con maestria e devozione. U pagghjwl veniva portato a spalla per le vie del paese, fino a quando il fuoco non l’avesse completamente consumato. I carrapipani seguivano la processione di santa Lucia con mazzi di paglia secca accesi, che imitavano u pagghjwl rann».«E la tua scorreria?» chiese Jean, con rinnovato interesse e curiosità. Alla richiesta dell’amico, Totò socchiuse gli occhi e con enfasi riprese:«Nel tardo pomeriggio prefestivo, prima del rito dell’accensione ru burg, in alcuni quartieri, il coraggioso prescelto - quella volta toccò a me – veniva munito di un rudimentale arco e di una freccia, ricavata dall’asta di un ombrello, sulla cui punta veniva avvolto un po’ di cotone, imbevuto di alcol o benzina. Prima che facesse buio, di soppiatto, andavo a posizionarmi dietro un cantone della piccola piazza che ospitava u burg nemico. Per me non era la prima volta: puntavo con cura l’obiettivo e, poi, quando il bersaglio aveva la traiettoria libera da persone, ordinavo al mio secondo di accendere velocemente la punta della freccia. Un battito d’ali e, senza nessun pensiero inutile, scoccavo con mano sicura il letale dardo dritto sul covone di paglia secca. Dopo il furtivo sibilo, sembrava che nulla fosse accaduto; poi, all’improvviso, alcune timide fiamme incominciavano ad alzarsi dalla paglia; i guardiani, scoperto il focolaio dell’incendio, tentavano con tutte le loro forze di soffocare le fiamme per evitare il disastro, pena l’emarginazione e il biasimo del quartiere per la loro sventatezza e l’incuria nella sorveglianza ru burg. Invece io e il mio compare ci dileguavamo con un forsennata corsa per i vicoli più solitari perché, se catturati, sarebbero stati guai seri e la festa sarebbe stata per tutti, tranne che per noi. La scorreria in paese era considerata un affronto da vendicare e di conseguenza, chi lo subiva, dichiarava futura guerra al quartiere che l’aveva perpetrata; così per alcuni anni, in una continua escalation, i burg’ accesi all’ora canonica erano ben pochi. A tarda sera, quando gli animi si placavano e il buon vino e la carne arrostita prendevano il posto della delusione, tra un boccone e l’altro, ci si prometteva un riscatto per l’anno successivo. Al nostro ritorno venivamo accolti come eroi e, unitamente a un dito di vino, il primo pezzetto di salciccia era nostra». Alla fine del racconto, Enzo per dare un quadro completo della bella festa di Santa Lucia, aggiunse qualche dettaglio sulla tradizione della cucìa, frumento bollito e condito con olio, da consumare in onore della Santa. Padre Cristofero: da corsaro a prete; un cammino travagliato e coraggioso, più grande di qualsiasi scorreria. Per un certo periodo le strade di Enzo e Totò si erano divise: uno impegnato negli studi e l’altro alla ricerca di un lavoro facile. Dopo qualche anno, conseguita la laurea, Enzo rimase in paese qualche mese per poter pianificare il suo percorso lavorativo. Un mattino, con grande sorpresa, incontrò Totò che percorreva la salita di san Giuseppe; la sua prima impressione fu di grande sorpresa; nel vecchio compagno di giochi c’era qualcosa di cambiato e non era dovuto solo per la cura dell’abbigliamento, bensì per il portamento. Non ebbe il tempo di mettere a fuoco la sua analisi, che Totò gli si avvicino con affabilità, dicendogli:«Ciao Enzo che piacere rivederti dopo tanto tempo, speravo di incontrati, un amico mi aveva detto che eri tornato; auguri per la tua laurea, sii sempr u chiù mjgghj». La voce calda e serena di Totò, disorientò per un attimo Enzo; l’antica ruvidezza era completamente scomparsa, lasciando il posto ad una autentica gentilezza; lo guardava non sapendo come comportarsi e non capiva se tutto fosse vero o se stesse per tirargli qualche tiro mancino dei suoi.«Vedo che stenti a riconoscermi, e ti starai chiedendo se voglio burlarmi di te, ma stai sicuro che sono serio; in tanti hanno avuto la tua stessa reazione, e vi capisco». «A parte il mio iniziale disorientamento, devo dirti che sono contento di incontrati e ritrovarti così sereno e in forma; hai fatto fortuna?»«Ricco lo sono davvero, ma non è merito del denaro, piuttosto di un cambiamento di rotta».«Che cambiamento? Sinceramente nessuno degli amici mi ha detto qualcosa a riguardo».«Non era mia intenzione nascondervi qualcosa, la vera ragione è che, a parte un paio di stretti familiari, con la consegna di non dire niente, nessuno sapeva quello che ho fatto negli ultimi anni» disse con un sorriso Totò.«Ma non eri andato all’estero, nella lontana Australia? Così si vociferava in paese!»«Il viaggio mi ha portato molto più lontano; ma niente misteri, ed è a te che per primo voglio raccontare del lungo cammino che ho fatto: a fine mese sarò sacerdote». Un brivido percorse il corpo di Enzo; non era paura ma stupore, la semplicità con la quale Totò aveva pronunciato l‘inaspettata notizia, gli tolse qualsiasi dubbio, doveva essere senz’altro vero, quel diavolo di Totò, ancora una volta, aveva fatto a modo suo. Nel colloquio che seguì, camminando verso la solitaria strada della val di Noce, Totò, a cuore aperto, raccontò la gioia di quella sua scelta e le profonde cause che l’avevano determinata. Enzo fu colpito dallo strano carisma dell’amico ritrovato e per un momento pensò fosse la trama di un romanzo d’appendice; ma la sua naturalezza ebbe ancora il soppravvento: un miracolo di realtà. Qualche anno dopo, Enzo per lavoro si trasferì nel nord Italia, ma durante i suoi soggiorni a Valguarnera, era solito fare lunghe passeggiate notturne in compagnia di padre Cristofero e qualche amico comune, durante le quali Totò, aveva ripetutamente tentato di avvicinare Enzo ad un vera fede, non bigotta e sterile. Lui, però, riconoscendosi nella sua irrinunciabile laicità, su qualche posizione aveva ceduto, affascinato dall’autenticità spirituale e dalla coerenza dell’amico. Ed oggi, a ridosso della grande croce, nel colloquio con Jean, Totò aveva cercato di affrontare uno degli argomenti a lui più cari: cambiare è possibile, se sulla tua strada incroci un buon amico. Il sole era scomparso all’orizzonte e Totò invitò i due amici a far ritorno verso casa. Quelle ore erano volate e avevano lasciato in ciascuno un sentimento di appartenenza; il germe di una nuova amicizia che non ti lascia mai da solo, perché la qualità della relazione, supera di gran lunga la quantità delle ore passate insieme. Poi, lentamente, dopo un ultimo sguardo alla enorme croce, si diressero verso la scalinata che scendeva verso il paese.«E lo spadaccino? E’ ancora a Valguarnera?» Jean, di colpo ebbe come un flash; improvvisamente si ricordò di un ragazzo, incontrato nel quartiere, ai tempi del suo soggiorno. Per un momento gli apparve con il suo sorriso aperto e la sua generosità verso i più piccoli. La domanda a bruciapelo e inaspettata posta da Jean, fu come un tuffo al cuore per Enzo e Totò. Entrambi non sapevano come iniziare il discorso, provavano un po’ d’imbarazzo e guardandosi negli occhi, Enzo capì che toccava a lui ricordare quel lontano amico.«La tua domanda ci ha sorpresi, non pensavamo che potessi ricordarti di Angelo dopo tantissimo tempo» disse con tono sommesso Enzo.«E’ un sorpresa anche per me, ho avuto come un lampo; forse i tanti racconti di quel periodo, hanno innescato qualche lontano flash-back, senza averne minimamente coscienza» rispose Jean pensieroso, poi esortò l’amico a ricordagli qualcosa in più di Angelo. Enzo, volutamente, iniziò il suo racconto da lontano per dare un quadro completo del luogo dove si erano svolti i fatti. «La via Vittorio Veneto, alla fine degli anni cinquanta, era la nuova periferia; in questa porzione di mondo, popolata da tanti ragazzini, bastavano pochi minuti per organizzare un qualsiasi gioco all’aria aperta, nei lunghi pomeriggi delle vacanze estive. E’ naturale che ciascuno di noi avesse delle preferenze nella scelta dei giochi: a chiavuzza, i ciappedda, a barca, u ntruzzarjdd, u trav lwngh e tant àutr».«L’unica cosa che ho afferrato della tua tiritera è che hai stilato una lista di giochi» disse Jean grattandosi i capelli; e poi lo esortò a continuare. «E’ vero ho citato dei passatempi, ma te ne devo descrivere un altro, affinché tu possa ricordarti meglio di quel ragazzo. Quelli elencati prima erano giochi tranquilli anche se c’era molto competizione, ma, i ragazzi più esuberanti e più ribelli, di norma, amavano cimentarsi in giochi molto aggressivi, per dimostrare la loro superiorità. Per quest’ultimi il gioco più gettonato era sempre lo stesso: organizzare un combattimento di massa con le spade di legno».«In questo io ero sempre uno dei promotori» interruppe Totò, con una falsa espressione da angioletto, ridendo di gusto. Enzo lo guardò e, mimando un colpo di scherma, esortò l’amico a spiegare come si confezionava una spada perfetta: «Per la maggior parte dei ragazzini, la scelta era quasi obbligata: raggiunto un buon numero, con frenesia, ciascuno correva a casa a recuperare l’arma per dare filo da torcere agli avversari, tranne quelli che ne erano già in possesso, che tenevano infilata nella cinta dei pantaloni. Quasi la totalità delle spade veniva tratta da rami di nocciolo; i più esigenti, come me, tagliavano personalmente un ramo dritto e senza nodi, poi con vera passione si accingevano a preparare l’arma che li avrebbe resi invincibili. Con cura toglievano la corteccia per tutta la lunghezza di quella che doveva riprodurre la lama, lasciandola unicamente a protezione dell’impugnatura. Finito il lavoro, con vigore, io la facevo roteare nell’aria e, ad intervalli regolari, mimavo la stoccata che avrebbe steso, senza scampo, il nemico. E adesso che vi ho spiegato come costruire un’ottima spada, continua tu» disse Totò atteggiandosi un po’. «Io, al contrario di Totò, ho sempre nutrito poco interesse per quel gioco, capace di liberare l’aggressività latente che, in alcuni purtroppo, si trasformava in vera violenza, specialmente quando il gioco si faceva duro e lo scopo era quello di umiliare i più deboli. Per fare numero ho partecipato anch’io a qualche combattimento; quasi sempre, la spada mi veniva prestata da qualcuno che non la riteneva all’altezza della sua bravura, perché non perfettamente diritta. La battaglia, quasi sempre, iniziava con delle schermaglie; poi, in un baleno si trasformava in tutti contro tutti; avevano la meglio quelli che, all’impazzata e con una buona dose di cattiveria, si avventavano contro gli avversari più scars e, con una facile stoccata, li eliminavano dal gioco».Jean era rimasto in silenzio, poi ad un certo punto disse:«In tutto il racconto che mi avete fatto, non ho ancora sentito parlare di quel ragazzo». «Quel ragazzo era Angelo» disse Totò e senza nessuna pausa, continuò;«Come ha raccontato sufficientemente Enzo, i più aggressivi la facevano da padroni; la loro boria e la mia, ahimè! sconfinava nella stupidità, perché attribuivamo, a quelle vittorie, il primato sui perdenti ed Enzo faceva parte sempre di quella schiera. Però, in via Vittorio Veneto, c’era Angelo, un ragazzo prematuramente morto a soli 19 anni, che batteva tutti noi messi insieme, sfidava i più presuntuosi battendoli ripetutamente, perché oltre alla naturale prestanza fisica, possedeva una tecnica che gli invidiavo, e il coraggio di certo non gli mancava».«E’ il ragazzo del quale vi ho chiesto!» disse, con delusione Jean.«Si! Purtroppo è lui» aggiunse Enzo e incoraggiato dallo sguardo di Totò, continuò:«Lo ammiravo per la sua lealtà, perché costringeva in un angolo i più violenti, evitando di mortificare i più deboli, che spesso graziava, regalandoci la possibilità di assaporare la nostra piccola rivincita nei confronti degli ex invincibili. Da solo era capace di fermare e parare gli attacchi di tutti, destreggiandosi da ogni parte, senza mai farsi toccare dalla punta della spada avversaria, perché ciò avrebbe decretato l’eliminazione dal gioco. In quella porzione di strada era veramente insuperabile e non ho ricordo di una sua clamorosa sconfitta; purtroppo nulla poté contro il nemico più inflessibile: la morte». Quando Enzo finì il suo racconto, erano arrivati ai piedi della scalinata ed era quasi buio; le luci dei lampioni proiettavano le loro ombre sulla viuzza dell’ex mattatoio. Nessun commento fu fatto dai tre alla fine del racconto; quel ragazzo meritava rispetto per la sua giovane vita spezzata, senza appello. In pochi minuti arrivarono davanti alla canonica di san Giuseppe ed era quasi ora di cena; si salutarono con un abbraccio, lasciandosi con la promessa di rivedersi nei giorni successivi. Enzo e Jean si diressero verso casa silenziosi, e nonostante l’accavallarsi dei pensieri, un benefico senso di serenità li accompagnava. In quel pomeriggio alcune parole avevano toccato il cuore di Jean e di Enzo, nonostante per lui quei discorsi non fossero del tutto sconosciuti, aveva avuto qualche sussulto: quel diavolo di Totò ci sapeva fare e non solo a parole, spendendo la sua vita con coerenza e sacrificio. Dopo cena, seduti nel terrazzo, Jean prese la busta che Totò gli aveva regalato e l’aprì; lesse il titolo e le prime righe, poi rivolgendosi ad Enzo e alla sua famiglia, incominciò a leggere ad alta voce:LA RADURA«Era una bella mattina di primavera, il sole incominciava ad alzarsi all’orizzonte e tutto intorno veniva inondato di luce e vita. Si erano dati appuntamento alla periferia del piccolo borgo, l’intenzione era quella di fare una passeggiata in allegria ed immergersi nella campagna, che dopo il lungo e freddo inverno, tornava finalmente a rinascere. Tre giovani amici d’infanzia arrivarono al luogo convenuto, quasi contemporaneamente: sbucarono dalle diverse strade che confluivano verso le ultime case del paese; in un attimo furono uno accanto all’altro e con larghi sorrisi, dandosi fraterne pacche sulle spalle, si perdevano con lo sguardo nella luce del mattino e verso la sconfinata campagna. Tutto era perfetto, mancavano solo loro in quel paradiso; si mossero e poco per volta le loro voci si confusero con i suoni della natura. I tre, senza neanche accorgersene, arrivarono perfino oltre la meta che si erano prefissati, e davanti ai loro occhi improvvisamente apparve il margine di un bosco che non ricordavano di aver mai visto, o forse non si erano mai spinti così lontano. L’ombrosità delle alte fronde era decisamente invitante, ed allora i tre amici, senza pensarci più di una volta, si inoltrarono tra i secolari alberi; ad ogni passo godevano della morbidezza del naturale tappeto del sottobosco, che i loro stanchi piedi calpestavano. E proprio in posti come questi, quando per un attimo tutto diventa possibile, puoi incontrare chiunque e non stupirti: nel mezzo di una piccola radura, appoggiato ad una catasta di piccoli tronchi, stava un signore come se stesse riposando; accanto aveva una piccola scure e poteva essere scambiato per un boscaiolo, anche se nel suo aspetto si poteva riscontrare una incredibile regalità; che fosse il padrone del posto? Furono colti da un certo imbarazzo. Forse lungo il sentiero qualche cartello l’avevano intravisto, ma chi aveva avuto voglia di leggerlo? A toglierli da quella singolare situazione fu il cordiale saluto di quel distinto signore. La serenità e la padronanza di sé, che traspariva dal roseo viso, dava la netta sensazione che quella porzione di bosco la conoscesse bene e forse la possedeva. E già! Quell’angolo così particolare, misto ad un alone di mistero, gli apparteneva, era proprio suo; i tre, sovrapponendo spesso frammenti di discorsi a loro discolpa, cercarono di argomentare che, inspiegabilmente, si erano persi lungo il solito sentiero, e non sapevano spiegarsi come erano potuti arrivare fin lì. Uno di loro aggiunse che, proprio in prossimità di quel posto, vedendone la bellezza, pur senza secondi fini, ma solo per pura curiosità, si erano immersi in quella incantevole radura, come richiamati da qualcosa che al momento non sapevano spiegarsi. L’uomo della radura, scostandosi dalla catasta di piccoli tronchi sorrise, e disse che non aveva nessun problema a credere alla loro buona fede; anzi era molto contento di averli incontrati, era così raro che qualcuno si spingesse così lontano. Poi con un timbro di voce suadente, disse:«E’ mio desiderio tagliare tre piccoli tronchi di legno e donarne uno a ciascuno di voi, affinché possiate farne un qualcosa, a vostro piacimento, in totale libertà». La situazione ai tre amici sembrò semplicemente paradossale, ma la naturalezza di come fu presentata, non lasciava proprio scampo. Mentre si guardavano ammiccando verso quello strano personaggio, il boscaiolo scomparve nel folto del bosco. Non ci mise molto tempo; riapparve con tre piccoli tronchi di legno; a prima vista davano l’impressione di essere simili ma, nello stesso tempo,risultavano essere molto diversi e sorprendentemente unici.L’uomo ne consegnò uno ciascuno e con un cordiale saluto, appoggiata la scure sulla spalla, si avviò verso il folto del bosco poi, prima di scomparire definitivamente, si voltò e disse che con quel pregiato pezzo di legno potevano liberamente farci quello che volevano: era un dono. I tre amici quel giorno ritornarono verso casa, ognuno col loro piccolo tronco, ricevuto in regalo durante la lunga e strana passeggiata.Il passare degli anni e lo scorrere inesorabile della vita, li divise; ma in ricordo della loro amicizia e di quello strano incontro, ciascuno portò con sè il piccolo tronco. Silvano ripose quel pezzo di legno nella cantina della sua bella casa, ripromettendosi di farne prima o poi qualcosa, ma la sua testa era occupata da cose sempre più importanti. Del boscaiolo era rimasto solo una labile immagine, un ricordo lontano; il suo pensiero correva spesso ai due suoi amici e di come si fossero realizzati nella vita, se erano arrivati, come lui, ad una solida agiatezza, o se invece li avesse superati: del resto era stato sempre il migliore. Ubaldo, non aveva avuto tanto tempo da dedicare al tronco, il suo personale percorso di vita era stato decisamente altalenante ed avaro, forse anche a causa della sua pigrizia, quando fu il momento del bisogno più stringente, lo utilizzò per riscaldare le stanche membra ed il triste cuore. Mentre il calore lo inondava e lo ristorava il suo più intimo pensiero andò al generoso signore e, dal profondo dell’anima, lo ringraziò; ed allora capì la magia di quell’incontro: il semplice dono di un pezzo di legno aveva acceso nel suo cuore una fiamma da tenere sempre accesa, anche nei momenti meno belli. Libero, aveva da sempre la passione per le belle cose, e nei ritagli di tempo, togliendo spazio a cose più voluttuose, intagliava quel docile pezzo di legno, che era capace di dargli grandi sensazioni e momenti di vero amore per quel che stava realizzando. Mentre lavorava il suo tronco, non c’era momento che non pensasse al generoso boscaiolo e quando fu alla fine dell’opera della quale era stato capace, tutto gli risultò chiaro: doveva riportare al signore il prodotto di quell’insperato dono di tanto tempo fa. Spinto da questa stimolante idea, pensò di destinare il periodo delle vacanze di quell’anno, d’accordo con i suoi familiari, alla ricerca dei due vecchi amici, voleva sapere che cosa ne avessero fatto loro del dono ricevuto e, poi, tornare a quella radura per poter rincontrare il boscaiolo. Con perseveranza riuscì nel suo intento. Ed allora, insieme, convennero di trovarsi un pomeriggio di inizio autunno, nei pressi della piccola piazzetta del loro vecchio borgo; l’ambiente col tempo era decisamente cambiato, gli animali da soma erano stati sostituiti dalle più moderne macchine. Il sole era ancora alto all’orizzonte, c’era ancora luce sufficiente per raggiungere la radura e forse, quello strano benefattore, se non era troppo tardi.Incredibile! Quell’uomo stava ancora sul bordo della radura, appoggiato sotto una grossa quercia e sorrideva; poi con leggerezza si diresse verso di loro, gli si fermò davanti e li salutò con calore, come tra vecchi amici. Poi si guardò attorno dando l’impressione di chi godeva dello spettacolo e dei colori stupendi dell’autunno; indirizzò lo sguardo su tre, con gli occhi traboccanti di gioia, e diede la netta sensazione di aspettarsi qualcosa da ciascuno. Libero tirò fuori con cura e soggezione, da una custodia di tessuto, un pezzo di legno scolpito in una bella figura e con trepidazione gliela consegnò. Il vecchio boscaiolo la prese con delicatezza fra le sue mani, la guardò rigirandola più di una volta e disse: «Ce ne hai messo di tempo e di impegno per realizzare questa meraviglia, grazie perché ci hai creduto», e lo abbracciò con infinita tenerezza, mentre un soffio di vento, all’improvviso, smuoveva le fronde della magica radura. Silvano porgendo il suo, si scusò dicendo che non aveva avuto tempo per dedicarsi a quel pezzo di legno e poi non aveva proprio la stoffa dell’artista; c’era tanto da prendere dalla vita. Il vecchio signore riprese il suo antico dono e, con un velo di tristezza negli occhi lo guardò, poi ripose il pezzo di legno accanto al mucchio di piccoli tronchi e in un attimo anch’esso fece parte della catasta, senza vita e senza anima. Ubaldo, rosso in faccia e con estremo disagio, fece per andarsene, lui non possedeva più nessun dono; ma il Signore lo fermò e lo strinse a sé con forza, senza fargli male, e gli sussurrò ad un orecchio: «Figliolo, non sarai un artista, ma quando ne hai avuto il bisogno hai usato il mio dono e, so per certo, che ti sei ricordato di me». Il sole toccò l’orizzonte, gli alberi allungarono sempre più la loro ombra e nello stesso tempo, nella piccola radura, scese l’oscurità; poi, come per un sortilegio, incominciò a filtrare una luce chiara e tutto scomparve; il bosco non esisteva più. I tre amici incrociarono lo sguardo e sbigottiti, ciascuno di loro poté vedere, con nitidezza, quello che giaceva nel profondo del cuore; e la loro vita si riassunse in un attimo. Poi il sole sparì dietro l’orizzonte, e fu buio».Finita la lettura, ci fu qualche momento di silenzio; Jean aveva letto il racconto con partecipazione e con il suo caratteristico accento. Mentre ripiegava con cura i fogli, restò soprappensiero; li appoggiò sul tavolo e aspettò il commento degli altri. Enzo e i suoi genitori avevano trovato il racconto molto bello ed illuminante, rilevandone il significato intimo e sottilmente religioso. «E veramente molto bello, chi è l’autore?» disse Graziella. Jean riaprì i fogli, ma non trovò nessuna indicazione su di esso, poi aggiunse che lui non l’aveva mai letto prima.«Neanche io ne ero a conoscenza; sospetto che l’autore sia Totò» disse Enzo, non potrebbe essere altrimenti; un racconto conservato gelosamente e tirato fuori per l’occasione, come una buona bottiglia di vino da condividere con gli amici più cari. Capitolo 7ETNADrin … drin …«Pronto» rispose Jean«Ciao sono Francesco, Francesco Piazzi».«Ma che sorpresa, tutto bene? Come procedono le vacanze?»«In piena tranquillità, non potrei chiedere di più. Ti ho chiamato per sapere come prosegue il tuo soggiorno a Carrapipi e poi volevo invitarti, fra qualche giorno, per una gita sull’Etna». Jean percepì subito il tono cordiale di Francesco, gentilezza che aveva avuto modo di apprezzare durante il loro incontro. La sorpresa si trasformò subito in una piacevole sensazione; risentire la voce del nuovo amico, gli procurò un tuffo al cuore e l’invito per l’escursione lo rese felice; contento anche di non essersi sbagliato sul suo conto. «Una gita sull’Etna! È una cosa che mi piacerebbe fare, ma io non ho molta confidenza con la montagna, e poi un vulcano da scalare?» rispose Jean, nel tentativo di capire quale sarebbe stata l’avventura che lo attendeva. «E chi ha parlato di scalate? disse nel bel mezzo di una risata cristallina il dottor Piazzi, che subito aggiunse:«Se sei d’accordo, insieme al tuo amico Enzo, potremmo trovarci in mattinata al rifugio Sapienza; ci si arriva comodamente in macchina e ti assicuro che da lassù, il panorama che si può scorgere è mozzafiato».«Con il tuo entusiasmo mi hai già contagiato e, se l’escursione non è proibitiva, vedo di organizzarmi, per quando sarebbe?»«Con dei miei amici avevamo programmato per sabato, tra quattro giorni; come vedi hai tutto il tempo per organizzarti. Spero che tu riesca ad aggregarti, mi piacerebbe trascorrere ancora una giornata insieme» rispose persuasivo Francesco. La proposta sincera del dottor Piazzi convinse Jean, che con decisione rispose:«Parlo con Enzo, per sincerarmi che per quel giorno sia disponibile, in caso affermativo ci saremo; ti telefono prima di sera».«Ci conto! Ciao Jean e saluta Enzo».«Ciao Francesco». Jean chiuse il suo cellulare con aria soddisfatta; l’invito lo aveva lusingato e aveva confermato l’impressione positiva avuta sin da subito e, quasi, si sentiva in colpa per non essere stato lui a chiamarlo; però l’avrebbe fatto di sicuro prima di lasciare la Sicilia. Tante volte, nei momenti di relax, aveva ripensato a Francesco e si era promesso di coltivare, anche se a distanza, quella nuova amicizia nata per caso. Jean rimase ancora qualche minuto a pensare; poi andò nello studio di Ottavio, la porta era socchiusa e con un leggero ticchettio delle nocche, bussò sporgendosi verso la stanza.«Vieni pure avanti Jean» disse il dottore, mentre appoggiava il libro sulla scrivania ordinata.«Ti disturbo? sai dove si trova Enzo? Mezz’ora fa mi ha detto che cercava qualcosa, è forse uscito?»«E’ andato in mansarda, il suo vecchio rifugio, a reperire vecchi giornalini per la mostra organizzata da un suo amico. Entra pure, non mi disturbi affatto! Questo libro l’ho già letto più di una volta» disse Ottavio, mostrando il volume in modo che Jean ne potesse intravedere il titolo.«Il Gattopardo! Un bellissimo testo; l’ho letto solo una volta e, se non ricordo male, è stato un gradito regalo, tuo e di Graziella, in occasione di un mio compleanno. Mi è piaciuto moltissimo». «Per me, che sono siciliano, è sempre stato un testo che mi ha permesso di scandagliare parte del nostro modo di essere, attraverso i personaggi ben caratterizzati, che si susseguono nel romanzo».Ottavio non aveva l’intenzione di fare una lezione di letteratura a Jean, ma certi argomenti, legati alla sua terra, lo stimolavano molto. Per un po’ la loro conversazione fu incentrata sulla diversità di vedute tra il principe Fabrizio di Salina e il sindaco Sedàra, rispetto al cambiamento della società del tempo descritta nel romanzo. Anche ai nostri giorni, a malincuore, si deve constatare che quando tutto cambia, forse non cambia niente. Chi detiene le redini del potere, emana anche le leggi, e difficilmente guarda verso coloro che hanno veramente bisogno di cambiamenti reali e non di false trasformazioni, ammantate da ipocrite intenzioni. Mentre conversavano entrò Graziella con in mano un vassoio, che depositò in un angolo della scrivania:«Enzo sta arrivando, è andato a lavarsi le mani, prendetevi una pausa per il caffè» disse mentre lo versava in alti bicchieri cilindrici; in Sicilia nel periodo estivo, specialmente nel pomeriggio dopo il riposino, in tanti amavano sorseggiare un po’ di caffè freddo.«Eccomi, scusate se vi ho fatto attendere, ma trovare questi vecchi fumetti non è stato facile» disse Enzo, mentre poggiava un fascio di giornalini di varia grandezza, su un ripiano libero della libreria. Dopo aver gustato il suo caffè Jean si alzò e, con una certa curiosità, prese a sfogliare il primo giornalino che si trovava in cima alla pila. Era un vecchio fumetto di piccolo formato, non più grande di 10x15 centimetri; la copertina raffigurava un giovane palombaro alle prese con una medusa gigante; nella parte alta di quest’ultima il viso furbetto di un ragazzino, incastonato nel titolo: IL MONELLO. Una ottantina di paginette del 1963 per la modica somma di lire 30. Enzo notato l’interesse di Jean si alzò e, a sua volta, prese uno dei volumetti, un NEMBO KID, più o meno dello stesso periodo, e fissando la copertina disse:«Penso che anche tu da ragazzino abbia letto qualcuno di questi, non ricordo di avertene mai parlato; io ne ho letti moltissimi».«Da piccolo mio padre, quasi tutte le settimane, mi comprava l’albo di TOPOLINO; mi divertiva molto tuffarmi nelle avventure dei suoi tanti personaggi e nei mesi freddi mi facevano tanta compagnia; il mio personaggio preferito era Paperino e la sua banda» rispose Jean con una punta di nostalgia mentre, sul giornalino aperto, la sua attenzione venne attirata dalle prime vignette dell’avventura di Cuoricino&C. Enzo, alla fine degli anni cinquanta, come tantissimi ragazzini siciliani, era stato catturato dalla magìa dei fumetti; piccoli albi da leggere nei lunghi pomeriggi durante le vacanze estive, quando la calura consigliava di restare ancora un po’ a casa all’ombra, per non rischiare un’insolazione. Nel periodo scolastico, aveva imitato i compagni ed era entrato nella rete dello scambio per poter avere una più ampia scelta di lettura. Lui, per suo conto, aveva la disponibilità economica di poterne comprarne alcuni, ma la ricerca dei numeri mancanti e quella di nuovi personaggi da conoscere, era di gran lunga più stimolante del semplice acquisto. Da adolescente aveva amato le avventure semplici e lineari di Capitan Miki, Blek macigno, Topolino e tanti altri. Uno dei suoi personaggi preferiti era stato Nembo Kid, l’eroe kriptoniano, conosciuto negli Stati Uniti con il nome di Superman. Le fantastiche e futuristiche avventure erano disegnate in un albo, diverso dalle solite strisce, con una piacevole novità: le sue pagine si alternavano tra bianco-nero e colore. All’interno c’erano piccole storie autoconclusive, oltre all’eroe che dava il nome all’albo, ne agivano altri, come Batman e Robin, Lanterna Verde, Flash e la legione degli Ultraeroi. A differenza dei supereroi dell’ultima generazione, pieni di problemi e nevrosi, loro vivevano le fantastiche avventure senza stress e, forse, senza crearne nei giovani lettori. Le loro gesta ti catapultavano semplicemente in una dimensione fantascientifica, zeppa di sorprese ed invenzioni, dove poter far galoppare liberamente la fantasia. In quegli anni, bisognava fare anche i conti con la morale corrente, che ostacolava la pubblicazione dei fumetti, bollandoli come diseducativi. Adesso a distanza di tempo, per l’immutato interesse verso quella specie di arte, Enzo pensava che l’avversione dei benpensanti fosse decisamente immotivata, almeno per quanto riguardava i fumetti destinati ai ragazzi. Un discorso a parte, meritavano invece le pubblicazioni successive, i cosiddetti “per adulti” che, in diversi casi, sconfinavano in esempi poco edificabili presentando uno stile di vita sopra le righe, con qualche vignetta poco adatta ad un pubblico adolescente. Invece quelli studiati per i piccoli, Il Monello, L’intrepido – tra i suoi preferiti – erano giornalini che raccontavano avventure di personaggi ingenui e, quasi sempre, positivi: Cuoricino, Piccola Eva, Atlas, Superbone, Rocky Rider, Pedrito el Dritto e Fiordistella, lungi da poter generare cattiva educazione; anzi, sollecitati da una vigile censura, risultavano persino troppo buonisti. Quasi sempre le storielle sottolineavano, continuamente, come i trasgressivi e più discoli trovassero la loro punizione, inesorabilmente, dietro l’angolo. E poi come dimenticare Topolino e Paperino e tutti i loro parenti ed amici, che hanno accompagnato generazioni di ragazzi con le loro straordinarie e semplici avventure. Nel periodo estivo, liberi da impegni scolastici, la fame di lettura aumentava e anche Enzo, quasi sempre di nascosto, partecipava a partite di poker - parola grossa - con in palio albi e giornalini di tutti i tipi, spinto dal desiderio di vincerne di nuovi; durante il gioco la tensione saliva al massimo, quando sul piatto c’era un giornalino con un personaggio sconosciuto, da fare proprio ad ogni costo. Nella stanza per qualche minuto nessuno disse niente: Ottavio e Graziella sorseggiavano il caffè freddo e i due amici sfogliavano a caso qualche giornalino.«La passione per questo genere ti deve essere rimasta se li conservi ancora, forse perché ti ricordano parte della tua fanciullezza» disse Jean rompendo il momento di silenzio; poi, rivolgendosi con tono scherzoso verso i genitori di Enzo, aggiunse:«Il professore in fondo è rimasto un ragazzino».«Anche sua mamma lo aiutava ad averne sempre di più» disse Ottavio, ammiccando a Jean. «In che modo? gliene comprava di nuovi?»«Uno in particolare IL CORRIERE DEI PICCOLI, tutte le settimane» aggiunse Ottavio e invitò la moglie a raccontare dell’uso che ne faceva Enzo.«Avevo sempre intuito in mio figlio la passione per il disegno e l’attrazione per le belle illustrazioni dei libri; gli piaceva osservare figure di animali, personaggi storici e tutto quello che riguardava la natura e la geografia ed allora, conoscendo molto bene quella pubblicazione, ho preso l’abitudine di regalagliela».«Di questo ancora ti ringrazio, mamma, era il momento più atteso della settimana» disse Enzo, scusandosi per la piccola interruzione. Graziella sorrise e poi continuò:«Il giornalino era di grande formato, pieno di fumetti, racconti a puntate, sport, giochi ed inserti colorati; quest’ultimi, spesso lo spiavo di nascosto, erano i suoi preferiti. Dopo averlo letto, armato di forbice e colla, seguendo le istruzioni, ritagliava personaggi ed animali che, incollati sul cartoncino, animavano la sua fantasia, facendogli trascorrere qualche ora di divertimento Raccoglieva accuratamente anche tutte le schede inserite, catalogandole per argomento». «Adesso si spiega da dove arriva la tua cultura!» disse divertito Jean. Enzo sorrideva mentre, durante il breve racconto della madre, aveva rivisto come in un film, per la prima volta, tutte quelle azioni che lo avevano reso felice da bambino. Quella antica passione per fumetti e le belle illustrazioni, naturalmente con soggetti più interessanti, ogni tanto potevano riempire qualche ora di relax. Infatti, nella libreria di casa sua, in un ripiano non troppo nascosto, aveva collezionato rigorosamente, in formato libro, tanti personaggi e storie di autori di grande talento. Le arti grafiche lo avevano affascinato sin da piccolo e, da grande, aveva potuto riscontrare quello che aveva sempre intuito, in esse c’era della vera arte: tavole di Galleppini, Foster, Raymond, Pratt, Piffareiro, Toppi e tanti altri, sono la sintesi di scene di grande teatro, di tecnica e azione, che niente hanno da invidiare ad altre espressioni artistiche. Certamente sono da collocare nella giusta dimensione dell’intrattenimento e poi, in un momento di relax, immergersi in quelle nuvolette, senza inutili, pregiudizi, dà la possibilità di riscontrare in certi personaggi, profondità di pensiero inimmaginabili.«Sono andato a recuperare questi vecchi giornalini, perché un amico sta organizzando una mostra su Tex e Diabolik; ho pensato di far aggiungere anche questi per dare un quadro completo delle pubblicazioni del tempo: il passaggio da personaggi ingenui e semplici fino a arrivare a quelli più complessi ed elaborati, rivolti ai giovani degli anni sessanta».«Conosci la data della mostra?» disse Jean interessato.«Purtroppo noi saremo già andati via; ma se vuoi puoi fartene una piccola scorpacciata» ribatté Enzo sornione, mentre gli porgeva il volumetto che aveva tra le mani. Jean rise e sistemandolo in cima alla pila, disse:«Per sabato abbiamo impegni?»«Non mi pare, perché?«Siamo stati invitati ad una gita sull’Etna».«Da chi?» rispose, con una certa curiosità, Enzo.«Francesco Piazzi, il mio compagno di viaggio conosciuto sul treno». L’auto percorreva agevolmente i larghi tornanti che fiancheggiavano il vulcano. La carreggiata asfaltata non sembrava una strada che si inerpicava verso la sommità dell’Etna. Ai lati, per ampi tratti, correvano paralleli due parapetti in pietra lavica perfettamente allineati; tutto intorno cumuli di pietre e ghiaia scura di origine vulcanica che affioravano tra i tronchi degli alberi. Salendo di quota, i boschi di castagni e i lunghi filari di fichi d’india, diventavano sempre più rari, lasciando campo libero a montagnole di detriti di lava solidificata. Jean osservava con ammirazione quel paesaggio, che ad ogni tornante aggiungeva particolari che lo mutavano: arbusti di macchia mediterranea abbarbicati al terreno ghiaioso; pareti di roccia che si stagliavano sopra il parapetto. Ad un tratto, una insolita visione catturò l’attenzione di Jean: sotto un tornante appena superato, incassata in un piccolo avvallamento, spuntava la sommità di una casupola senza infissi. Da quella posizione elevata si poteva intravedere il tetto spiovente con tegole tendenti al giallo e parte di due muri perimetrali, il tutto inghiottito da un fitto pietrisco nero antracite.«Guardate laggiù» esclamò Jean, indicando con l’indice la suggestiva immagine. Enzo, che era alla guida dell’auto, si girò meccanicamente verso sinistra, imitato da Totò il quale, seduto dietro, si sporse a guardare la casetta dal lunotto posteriore.«E’ quello che resta di qualche vecchia eruzione vulcanica; quella volta il fronte della lava deve essersi riversato su questo versante, inghiottendo ogni cosa» disse Enzo, mentre parcheggiava l’auto in un piccolo largo ad una cinquantina di metri più in alto. I tre scesero dall’auto e, con prudenza attraversarono la strada deserta, per poter osservare meglio quello che rimaneva della casupola. Stettero appoggiati al parapetto, mentre esaminavano e commentavano quello spettacolo decisamente insolito. Jean scattò, con la sua reflex, alcune fotografie al panorama e un paio insieme agli amici; poi, si avviarono all’auto e ripresero il viaggio. Salendo su per i tornanti del fianco della montagna, la vista veniva deliziata dall’immenso e stupendo paesaggio che giaceva tutto intorno a perdita d’occhio e che si fondeva con l’azzurro del cielo, velato leggermente in lontananza; buona parte dei rilievi collinari erano ricoperti di noccioleti e castagneti. Poi, dopo l’ultima ripida salita, sbucarono in un grande spiazzo anch’esso asfaltato e alla loro sinistra, fra le tante costruzioni, spiccava quella del rifugio Sapienza, a circa 2000 metri di altitudine. Tutto intorno, auto parcheggiate e decine di pullman carichi di turisti. Enzo, procedendo a bassa velocità, cercò un parcheggio districandosi tra le frotte di visitatori, che si spostavano da una parte all’altra dell’ampio spiazzo. L’accordo era quello di trovarsi nei pressi dell’ingresso del bar-ristorante del rifugio, alle nove di mattina. Lasciata la macchina, si avviarono in direzione del luogo dell’appuntamento, che si trovava ad un centinaio di metri proprio di fronte a loro. La mattinata era limpida e l’aria ancora fresca; gruppi di persone con felpe, k-way e zainetti, facevano la fila nei pressi di una casupola in legno, per acquistare i biglietti validi per le escursioni alla bocca centrale, organizzate dalle guide alpine. Mentre si guardavano attorno, alla ricerca degli amici, un braccio alzato attirò l’attenzione del gruppetto; Jean riconobbe Francesco in compagnia di un altro signore e di una bella donna, che si discostava qualche metro dai due, intenta a guardarsi attorno.«Siamo qui» urlò il dottor Piazzi, quando si rese conto di essere stato individuato dall’amico. Jean rispose con un gesto festoso e sollecitò gli altri a dirigersi di buon passo verso di loro. Con una calorosa stretta di mano, Jean e Francesco, si salutarono con grande affettuosità, come vecchi amici che si incontrano dopo un lungo periodo, felici di ritrovarsi. Poi, per non creare imbarazzo negli altri, Francesco, immediatamente, prese l’iniziativa, e presentò i suoi compagni:«Il mio caro amico d’infanzia Saro e sua moglie Roberta» disse, mentre si faceva da parte; Jean strinse la mano all’uomo con cordialità e, con gentilezza, quella di Roberta; nello stesso momento i suoi occhi incontrarono quelli verdi della donna che, con un sorriso, pronunciò il suo nome. Poi, senza esitazioni, Jean presentò i propri amici:«Enzo»«Il caro amico di Jean» disse Francesco con un ampio sorriso. «Totò, don Cristofero, un altro caro amico».Francesco e i suoi amici non avevano sospettato che Totò fosse un prete, visto il suo abbigliamento sportivo e senza soggezione, gli strinsero cordialmente la mano, ma il dottor Piazzi, guardandolo con maggiore attenzione, notò il piccolo e discreto crocifisso, color tabacco, che Totò portava sul petto, confondendosi con il beige della felpa. Per rompere il ghiaccio tra persone che si incontrano per la prima volta, ma sapendo che un amico comune ha detto di loro, decisero di prendere qualcosa al bar di fronte. La sala era stracolma di gente, pertanto conversare era alquanto difficile; così, senza dilungarsi troppo, dopo aver preso una veloce consumazione, uscirono fuori sullo spiazzale. Il primo a parlare fu Francesco che, considerandosi il padrone di casa, ringraziò tutti per avere accettato l’invito e si augurava di trascorrere una bella giornata insieme, se il tempo avesse retto; in quanto in montagna, con frequenza, tutto cambia repentinamente. Superato il primo momento di imbarazzo, incominciarono a conversare liberamente informandosi a vicenda su come stavano procedendo le rispettive vacanze. Inizialmente i più esclusi, in quanto amici di amici, risultarono essere la coppia sposata e padre Cristofero i quali partecipavano, con qualche monosillabo di approvazione, al chiacchiericcio fra i componenti del gruppetto. Quando furono quasi a metà dello spiazzo, il dottor Piazzi si fermò e disse:«Avrei pensato» indicando con il braccio destro la direzione «di iniziare il nostro percorso dalle bocche secondarie, quelle che si trovano oltre la collinetta, laggiù».Tutti furono d’accordo dicendo che per loro qualsiasi inizio andava bene e, vista la bella mattinata, erano disposti a sudare anche un po’ e senza tentennamenti, si avviarono nella direzione indicata da Francesco.«Don, anche lei è in vacanza?» disse Roberta rivolta a Totò, nell’intento di intavolare un po’ di conversazione. Non si sentiva esclusa dagli altri ma capiva benissimo che per Francesco e Jean era un momento particolarmente stimolante e bello; l’amico gli aveva riferito dell’incontro avuto sul treno, non più di dieci giorni prima. Quella domanda informale causò per un attimo il rallentamento di una parte del gruppetto che si divise in due parti, poco distanti l’una dall’altra. Quello rimasto leggermente dietro era costituito da padre Cristofero, Roberta e Saro.«Un parroco non va mai in vacanza completamente; oggi però posso considerarlo un giorno libero» rispose Totò con tono tranquillo e poi aggiunse: «oramai da tanti anni guido la parrocchia di san Giuseppe a Valguarnera, il mio paese d’origine».«Carrapipana è…!» disse divertito Saro. Totò capì subito a cosa volesse riferirsi; in Sicilia l’opera di Martoglio, L’ARIA DEL CONTINENTE, aveva bollato per sempre il paese, ma non in modo veramente dispregiativo, la citazione infatti era sempre rivolta a quei boriosi che in qualsiasi posto se la tiravano troppo.«E’ il grido che noi valguarneresi ci portiamo dietro da più di mezzo secolo, ci siamo quasi affezionati …»«Non volevo essere scortese» disse Saro con un po’ d’imbarazzo. Ma subito Totò, con grande familiarità, aggiunse che l’episodio narrato nella commedia era diventato come un patrimonio di cui andare fieri; anzi, in qualsiasi luogo della Sicilia ci si trovasse, se l’interlocutore sconosceva il paese, erano gli stessi valguarneresi a dichiararsi carrapipani, certi di chiarire la loro provenienza. Quella battuta mise i tre a proprio agio e, poco per volta, i loro discorsi divennero meno informali. Totò apprese che la coppia viveva a Messina ed entrambi insegnavano musica al conservatorio della città. Si erano conosciuti tanti anni prima, quando erano studenti presso l’istituto dove adesso insegnavano, lei solfeggio e lui strumenti a fiato. La loro unione era stata allietata da due bimbi: Marco e Cecilia: Si ritenevano privilegiati e fortunati e tutto era filato nella confortevole normalità, a lungo. Mentre Roberta ne parlava, Totò colse una piccola incrinatura nella voce, quando quest’ultima pronunciò il nome della figlia. Essendo la prima volta che si incontravano, il suo primo istinto fu quello di sorvolare ma poi, un lampo nella sua mente: “e se volesse dirmi ancora qualcosa? in fondo sono un prete! ”«Vi auguro di cuore che continui ad andare tutto per il meglio, l’armonia familiare è un caposaldo irrinunciabile per affrontare il sentiero impegnativo della vita» indagò con discrezione Totò. Il tono garbato ed affabile di padre Cristofero predispose Roberta a continuare; diede un’occhiata al marito che, senza sfuggire al suo sguardo, annuì lievemente.«Purtroppo dall’inizio dell’anno, quell’armonia familiare alla quale lei accennava, è venuta a mancare, offuscata da un incomprensibile atteggiamento di Cecilia» disse accorata Roberta.«La ragazza ha qualche problema?» si premurò Totò, manifestando il suo sincero interessamento e aggiungendo che, se poteva aiutarli, lo avrebbe fatto con tutto il cuore. Per i genitori della ragazza non era stato facile parlarne, in fondo anche loro brancolavano nel buio; da più di sei mesi la ragazza era diventata introversa, aveva perso la sua solarità e la confidenza con la mamma si era drasticamente diradata. Anche gli studi universitari avevano subìto significativi ritardi e alcuni discorsi, frequentemente, risultavano sempre più incomprensibili. «Forse Cecilia sta vivendo un travagliato momento d’amore, una infatuazione alla sua età può essere normale» disse con discrezione Totò, ma notata l’espressione dei due, capì che doveva trattarsi di ben altro, e con un sorriso cercò di incoraggiare Roberta a continuare il discorso. Oramai convinta che il sacerdote potesse illuminarla e forse aiutarla, si accinse a raccontare tutto ciò di cui era a conoscenza: Cecilia, senza mostrare sensi di colpa, le aveva confessato, appena un mese addietro, che era entrata a fare parte di un gruppo - non meglio identificato - dedito alla ricerca della verità e della sapienza perduta.«Gnostici, con ogni probabilità» disse a mezza bocca Totò.«E non solo, ma da quel che ho capito, si interessano specialmente di esoterismo». Padre Cristofero si rese subito conto che la ragazza era incappata in qualche misteriosa setta, non necessariamente pericolosa; infatti esistono gruppi di gnostici rispettabili e lungi dall’arrecare male a chiunque. Purtroppo certi gruppi, in mala fede, si annidano dietro a filosofie atte a circuire e sfruttare giovani sprovveduti e con le idee confuse sulla vera spiritualità. In prima battuta cercò di non allarmare i genitori di Cecilia, doveva trovare le parole più semplici e adatte al complicato problema. Guardò davanti a sé, vide gli altri amici che conversavano spensierati e quasi voleva essere con loro, sapeva infatti che trattare quell’argomento non sarebbe stata cosa facile. Fu un lampo; il suo ministero e l’amore per il prossimo, mai gli avrebbero permesso di sottrarsi a quel compito delicato, per cui concentrò il suo pensiero su come tranquillizzare Roberta e Saro. A qualche metro di distanza, l’argomento di discussione fra i tre era decisamente diverso e più allegro. Francesco ed Enzo erano entrati in sintonia; fin dalle prime battute, scoprirono che, tutto quello che avevano sentito, sul loro conto, dall’amico comune Jean, rispondeva al vero: Enzo uno studioso con la predilezione per il sociale e la cultura della sua terra, lo stesso amore che nutriva il dottor Piazzi, anche se un po’ lo divideva con la sua nuova terra d’adozione. La profonda passione per la Sicilia portò, inevitabilmente, il ragionamento su quello che era giusto fare e non era mai stato fatto per l’amata terra; isolare tutti gli approfittatori annidati nelle zone d’ombra, rendendo giustizia e merito alla gran parte del popolo siciliano. Il loro fitto dialogare con passione e calore, fece esclamare a Jean:«Posso fare qualcosa per voi? Mi sembrate due vecchi amici d’infanzia che non si vedono da un secolo, forse sono di troppo?»I due lo strattonarono leggermente in segno di affetto ed un’unica risata investì Jean il quale, contagiato dall’allegria, con un inchino smaccato lasciò loro il passo; poi si girò indietro e vide Totò con Roberta e Saro fermi a parlare, notando che le loro espressioni non erano del tutto serene. Con un sommesso fischio attirò l’attenzione di Enzo e Francesco che, a loro volta, si girarono e osservarono il gruppetto per qualche secondo con curiosità, cercando di capire se ci fosse qualcosa che non andava.«Saro, siete già stanchi?» urlò con moderazione Francesco in direzione degli amici. Ma in cuor suo aveva capito: conosceva bene il dramma dei suoi cari amici ed essendo anche lui rimasto colpito dalla personalità e dall’umanità di padre Cristofero, non gli riuscì difficile immaginare che stessero chiedendo un consiglio per la loro ragazza. «No, eccoci» ribatté Saro, mentre insieme alla moglie e a Totò, di buon passo, si avvicinarono verso l’altro gruppetto; non appena furono di nuovo insieme Francesco, guardandosi attorno, con tono volutamente didascalico disse:«Signori, la nostra prima meta saranno i crateri Silvestri, sono laggiù dietro quel piccolo promontorio». Oltre quella collinetta l’asfalto lasciava il posto ad un mare di sabbia nera e grossolana che copriva il suolo roccioso e camminarci su era difficoltoso e, senza calzature adeguate, c’era il rischio di scivolare. Una cinquantina di metri e un cartello giallo indicava la direzione per i crateri secondari, situati a quota 1986 metri. Il fianco della bocca non era ripidissimo, però l’arrampicata esigeva la massima attenzione, per evitare rovinose cadute tra i grossi sassi, che affioravano dalla sabbia nera e franosa. La loro fatica venne ripagata ampiamente quando arrivarono sul bordo del cratere: nella sua estrema semplicità apparve loro uno spettacolo naturale bellissimo. La bocca aveva la forma di un brullo cono rovesciato, con aree di arbusti gialli disseminati a macchia di leopardo, annegati nel pietrisco e nella sabbia scura. Sul fondo decine di persone che si aggiravano fotografando, attirati da rudimentali disegni e da grosse lettere, tutti costituiti da piccoli massi sovrapposti. Il centro del cratere era cieco, ostruito e inattivo ma suscitava ancora un recondito timore; per un attimo il pensiero si fermò su quella lava che, tempo prima, l’aveva riempito e attraversato, riversando tutta la sua brutale forza e bellezza a fondo valle. Francesco guardava con soddisfazione senza dir niente anzi spiava le reazioni e le emozioni di Jean, il quale era rimasto abbagliato da quella solitudine che scaturiva dal fondo: un richiamo sommesso ed invitante.«E’ uno spettacolo della natura magnifico, perdonatemi se non riesco a trovare un’espressione più adeguata» disse Jean con la voce piena di emotività. Per Enzo non era la prima volta, c’era stato durante una lontana gita scolastica ma non lo ricordava così suggestivo; da giovani gli occhi guardano, ma sono distratti da mille altre cose, nell’intento di assorbire il tutto, dimenticando spesso i particolari che danno compiutezza a ciò che si sta osservando. Adesso, in silenzio, poteva godersi il panorama che giaceva sotto i suoi piedi senza interferenze, e il valore aggiunto era la buona compagnia. Alzò lo sguardo dal fondo del cratere e notò che tutto il bordo sommitale del cono, era percorso da frotte di visitatori che, in fila indiana, facevano da corona all’incomparabile spettacolo naturale. Saro invitò gli amici a scendere per raggiungere il fondo ma Francesco consigliò che forse era cosa saggia rinunciare perché li aspettava un'altra scalata ancora più difficile, ed era meglio conservare le energie; in fondo non erano più dei ragazzini. Jean, imitato dagli amici, scattò alcune fotografie; cercava di fissare, nei milioni di pixel, le sensazioni che stava vivendo ma già sapeva che ciò non sarebbe stato possibile. Dopo aver sostato ancora un paio di minuti, si diressero verso l’altro cratere al quale aveva accennato precedentemente Francesco. Per arrivarci percorsero più di cinquecento metri in leggera discesa. Giunti in fondo alle pendici del cratere, si resero subito conto che l’amico aveva ragione: la salita era ripidissima ed impervia e la sabbia fina rendeva l’arrampicata faticosa e difficile. Salendo con lentezza, incontravano turisti che, procedendo in senso opposto al loro e spinti dalla discesa, rischiavano di piombare in fondo a rotta di collo, infatti erano costretti ad impegnare più del dovuto, polpacci e ginocchia. Invece per esperti attrezzati di scarponi e aste di supporto, la salita e la discesa risultava più agevole. Con enorme fatica e aspettandosi a vicenda, dopo quasi mezz’ora anche quella cima fu conquistata e guardare il fondo, ripagava della grande sudata.«Spiir che p’ r‘rivàr o Pararìs c vol chiu’ picca» disse Enzo, lanciando un’eloquente occhiata verso Totò.«Amico mio, la strada per quella meta la sceglie ciascuno di noi e se si ha la fortuna di arrivarci tutte le fatiche spariscono, com ora ch r ca ngap a chianata par fac’l» rispose Totò in tono serio. Il fondo del cratere non era diverso dal precedente, dalla sommità lo stesso scenario; l’unica differenza, che da quella posizione era possibile avere una visione più ampia e tutto attorno il paesaggio brullo, veniva lambito da una nebbiolina inquietante, conferendo al luogo un’atmosfera dantesca. Il bordo superiore, da un lato faceva un tutt’uno con una lingua di roccia somigliante ad un lungo molo, che si ergeva sulla valle, in parte occupato da un altro piccolo cratere. In lontananza giù in fondo, un sentiero di color grigio che, facendosi largo tra le grosse rocce, riportava al rifugio Sapienza, dopo aver percorso un lungo giro. Mentre Francesco, Jean ed Enzo si attardavano a commentare tutti i particolari del posto, Totò invitò Saro e Roberta a seguire la cresta del molo; voleva riprendere il discorso interrotto per cercare di alleviare la pena che angosciava la coppia. Trovare le parole giuste, per un sacerdote, non era cosa difficile; lo scoglio maggiore era quello di approntare una buona soluzione pratica e concreta. Entrare nel cuore e nella testa degli altri non è cosa facile. L’esperienza gli aveva insegnato che nei giovani, per prima cosa, bisogna aprire uno spiraglio; presentare loro delle alternative credibili e riuscire a dimostrare, con i fatti, che il loro mondo non è l’unica realtà possibile, e instaurare una relazione di fiducia reciproca, libera da inutili prediche. Partendo da un assioma, nel periodo della gioventù e in parte anche della vecchiaia, affiora un certo egoismo difficile da disinnescare, perché non sempre si capisce che le decisioni personali, possono creare disagio e dolore in chi ti vuole bene.«Pretendere di entrare a gamba tesa nella scelta di Cecilia, potrebbe rivelarsi una medicina con troppi effetti collaterali e non facilmente controllabili, volendo usare una similitudine con il bugiardino dei medicinali» esordì padre Cristofero, prima di aggiungere quella che poteva essere una chiave di lettura per aiutare la ragazza a venirne fuori«Devo essere franco e non vorrei creare in voi false illusioni, anche se non dispero di poter fare qualcosa di concreto; per esperienza so che, se si incontrano le persone sbagliate, il bisogno naturale di stabilità interiore e di spiritualità, in alcuni, potrebbe condurre verso strade oscure».«Padre, c’è un modo per poterla separare da quel gruppo?» intervenne Saro, con un senso di impotenza e di angoscia.«Formule magiche non ne esistono; la prima cosa da evitare è quella di demonizzare i suoi “amici” perché, come in una anomala sindrome di Stoccolma, la sua prima reazione sarebbe quella di difenderli, convincendosi sempre più di essere nel giusto».«C’è un consiglio che ci può dare? Come comportarci?» disse speranzosa Roberta. «Penso che l’atteggiamento più giusto potrebbe essere quello che Dio usa con noi». A quella affermazione, entrambi i coniugi si guardarono con aria interrogativa senza saper cosa dire. Qual’era l’atteggiamento di Dio? Il loro rapporto con la religione non si era mai completamente interrotto, ma non era neanche stato in cima ai loro pensieri. Credevano di essere persone buone e capaci di confidare sulle proprie forze e quindi, l’aiuto di un Dio lontano e silenzioso, li lasciava perplessi. Totò notò subito in loro un leggero sbigottimento, che in cuor suo aveva già calcolato e, senza indugio, continuò:«Uomini e donne dovremmo essere capaci di accettarci così come siamo con i nostri limiti e le nostre insicurezze, che Dio conosce bene; questi possono essere colmati da chi ci vuole veramente bene, instaurando una relazione paritaria, perché si può entrare nel cuore di chiunque solo se ci si pone al suo livello». Una pausa e, guadandoli negli occhi, aggiunse:«Perciò l’unico consiglio che mi sento di darvi è quello di dimostrarle che l’accettate in questa sua nuova condizione di vita, escludendo prediche e incomprensioni; impegnandovi concretamente a fornirle esempi di vita, volti ad una dimensione spirituale più autentica e più veritiera, rispetto a quella nella quale tenta di vivere. Insomma, farle scoprire che nella nostra esistenza, ci sono momenti di “deserto” che è difficile attraversare da soli, fidandosi solamente di sterili formule magiche, nella speranza di dare stabilità alla nostra vita. Se vogliamo comprendere quel deserto, lo dobbiamo percorrere in compagnia di chi ci ama, senza giudicare; mettendoci piuttosto in gioco, in un rapporto di crescita reciproca, intrecciando le nostre fragilità; ed è li che troviamo un Amico che non ci tradirà mai e che ci aiuterà ad attraversare quel deserto». Padre Cristofero non aggiunse altro; non aveva l’intenzione di fare uno sterile sermone e sperava di averli indirizzati verso una strada che riteneva valida e giusta. In cuor suo sperò di essere stato sufficientemente chiaro; intenzionalmente aveva disseminato il suo discorso di spunti, capaci di dare alla coppia tutti gli strumenti utili per poter intervenire con la loro sensibilità. Per questo, infatti, aveva cercato di evitare un discorso pedante, perché sperava che anche loro, nello sforzo di riavvicinarsi a Cecilia, potessero recuperare un cammino in buona compagnia. Il silenzio di Roberta e di Saro non lo deluse, anzi percepì che le sue parole avevano aperto una breccia nel momento in cui, incrociando i loro sguardi, notò un accenno di profonda serenità. Erano persone intelligenti e desiderose di risolvere il problema e il suo messaggio non poteva cadere nel vuoto; infatti senza giudizi preliminari contro chicchessia, aveva trasmesso loro che l’amore autentico è in grado di aprire qualunque serratura, anche la più complicata: quello è il punto fermo dal quale partire. Si guardò attorno e, in quell’immenso paesaggio dantesco, colse il senso dirompente della speranza.«Grazie! Pensiamo di aver capito quello che ha voluto dirci; da oggi il nostro impegno sarà maggiore nella speranza di riportare la serenità nella nostra famiglia» disse Saro, rompendo il silenzio.«Grazie di cuore» aggiunse Roberta.Quelle parole di sincero ringraziamento furono pronunciate mentre Totò fissava i tantissimi ciuffi di fiori gialli, annegati nella sabbia nera; quale forza sconosciuta ci vuole per germogliare in un luogo così ostile, aggrappati anche all’esistenza più dura! Senza rendersene conto erano arrivati quasi alla fine di quella cresta, il sentiero di colpo si buttava giù per la valle, in una lunghissima discesa. Saro si girò e cercò di individuare gli altri amici, tra le tante persone che percorrevano il sentiero; vide che di buon passo si dirigevano verso di loro. Dopo qualche minuto furono di nuovo insieme, ma muoversi da quella posizione era difficile: con un solo sguardo era possibile vedere due dei tre crateri, solitari e silenziosi; il vento leggero spettinava i capelli e mitigava la calura che saliva dalla valle circostante, oltre la cortina bianca all’orizzonte c’era Catania, distesa ai piedi del vulcano e bagnata dal mare. Un’ultima fotografia e il gruppo di amici, con calma, si diresse verso il fondo della valle attraverso la stradina, decisamente meno ripida di quella in salita. La discesa fu abbastanza agevole e arrivati in fondo, furono accolti da una distesa di pietre aguzze, simili a scogli che emergono dal mare; massi di diverse forme, molto taglienti, la cui caratteristica principale era la spigolosità accentuata. Ma il desiderio di immortalarle, in uno scatto ravvicinato, convinse gli amici a lasciare il sentiero sabbioso e a confondersi con quei giganti insoliti, figli di colate ed eruzioni. Era passato da poco mezzogiorno, quando fecero ritorno al piazzale del rifugio Sapienza. «Se avete fame possiamo prendere qualcosa alla tavola calda» disse Francesco e poi aggiunse:«Dopo, se volete, possiamo prendere la funivia per raggiungere il cratere centrale a oltre 3000 metri, anche se in questo periodo è difficile avvicinarsi alla bocca del vulcano, perché in parte transennata».«Sarebbe il giusto completamento della giornata; ma guardando in alto, già da stamattina ho notato che la cima è coperta da nubi e che questo vento non porta niente di buono, lassù di sicuro c’è brutto tempo» disse Saro, scostandosi dal gruppo, per accertasi della bontà della sua affermazione. Anche Enzo e Jean furono della stessa idea rendendosi conto, di non avere un abbigliamento adatto ad una escursione oltre i tremila metri, con le condizioni atmosferiche avverse. Loro erano già contenti di quella mattinata; si erano conosciuti e rincontrati trascorrendo un po’ di tempo come vecchi amici, raccontandosi piccoli avvenimenti degli ultimi giorni e rivivendo ricordi lontani. I loro discorsi erano stati meno impegnativi rispetto a quello affrontato da padre Cristofero con Roberta e Saro; forse, l’argomento più serioso, esaminato da Jean e Francesco, era stato quello relativo a Totò che, senza entrare nella profondità della sua vicenda umana, aveva raccontato e svelato, il mistero della lettera, aiutato dal misurato intervento di Enzo. Jean, piuttosto, si dilungò sull’emozionante incontro avuto con padre Cristofero dopo tantissimi anni, sottolineando l’ammirazione per l’esempio dato della sua vita, e di come fosse stato capace di cambiarla e migliorarla. Le sue parole avevano acceso in Francesco il desiderio di scambiare qualche battuta prima della fine di quella giornata. In quelle poche ore Jean gli aveva raccontato gran parte della sua vacanza, dei luoghi visitati a Valguarnera e degli amici ritrovati.Per qualche minuto si guardarono intorno nell’attesa di una buona idea, che arrivò per bocca di Saro:«Io una proposta ce l’avrei»«Sputa il rospo» disse interessato Francesco, perché sfumata la visita al cratere centrale, non lo entusiasmava tanto mandar giù un panino in un bar affollato, sarebbe stato poco cortese nei confronti degli amici, vecchi e nuovi.«Più di una volta, io e Roberta, siamo andati dalle parti di Belpasso, non molto distante da qui, a gustare arancini e granite veramente imperdibili».«Questa volta mio marito ha pienamente ragione» disse Roberta con aria rilassata, prendendolo affettuosamente sottobraccio. «E bravo l’amico Saro! Ho capito dove vuoi portarci e l’idea è proprio quella giusta» rispose sollevato il dottor Piazzi; poi, chiese a Jean e ai suoi amici, se erano d’accordo; Enzo confermò che il posto era all’altezza della sua fama, c’era stato con amici qualche anno prima e si mangiava davvero bene.«Con queste garanzie autorevoli, come rifiutare! manca solo la benedizione della nostra guida spirituale» disse Jean strizzando l’occhio a Francesco.«Un povero prete di provincia non si può opporre alla forza della maggioranza e dà la sua benedizione» rispose Totò, con un gioioso sorriso, facendo un rispettoso segno di croce sul gruppo. In meno di dieci minuti e le auto erano già sulla strada del ritorno; destinazione lo storico e rinomato bar-pasticceria con annessa tavola calda, un mito in tutta la zona etnea e oltre. Dopo avere lasciato i tornanti d’alta quota del vulcano, Francesco imboccò una strada che scendeva verso la piana di Catania, costeggiata da macchie di fichi d’india maturi. Quest’ultimi, per lunghi tratti, costituivano un muro naturale che delimitava la carreggiata dai vasti campi coltivati ad agrumeti, oliveti e vigne. La meta fu raggiunta in meno di mezz’ora. Il locale, esternamente, presentava tre grosse vetrate con sopra un’enorme insegna in stile retrò; la posizione era in discesa e a metà della salita in pietra lavica, sorgeva una bellissima chiesa in barocco siciliano color panna; verso destra la strada discendeva dritta verso la piana di Catania. L’interno del locale era ampio, arredato in legno e con grandi specchi, e denotava gusto e linearità: un lunghissimo bancone a vista, allineava pasticcini di ogni tipo dai quali nessuno poteva sfuggire, richiamo per gli occhi e per il gusto,dove tuffarsi alla ricerca della leccornìa più buona. A lato del bancone, un corridoio immetteva in una accogliente sala, arredata con tavoli e comode sedie. Si sistemarono senza un ordine attorno a due tavolini contigui e, seguendo il consiglio di Saro, ordinarono degli arancini tradizionali. Enzo, di sua iniziativa volle offrire due bottiglie di vino bianco, per suggellare il loro incontro. Un vassoio di caldi arancini venne servito insieme al vino e coloro che li avevano assaggiati precedentemente, non poterono che confermare la bontà di quella particolare pietanza della terra di Sicilia, preparata come da tradizione: riso bollito, aromatizzato dal sugo e farcito da muscolo di manzo, piselli, mozzarella e uovo sodo; compattato l’impasto con le mani, veniva bagnato nell’uovo sbattuto e infarinato, rivestito di pangrattato e, per finire, fritto nell’olio bollente. Dopo il primo assaggio Jean ringraziò Saro per l’idea avuta, perché gli aveva permesso di gustare quella prelibatezza, di gran lunga superiore a tutte quelle provate da altre parti. Le due bottiglie di vino, tranne che per mezzo bicchiere consumato da Roberta, vennero svuotate dagli uomini, che lasciarono l’ultimo sorso a Totò. Non era possibile, però, “abbandonare” la pasticceria senza assaggiare la granita con la granella di pistacchio, quello rinomato di Bronte; in Sicilia la granita con brioche è da sempre la regola per la colazione mattutina della lunga stagione estiva, ma nessuno si sarebbe mai sottratto ad una degustazione fuori dalla consuetudine.«Se gli arancini erano buonissimi, non saprei che aggettivo usare per questa delizia» disse Jean, dopo avere gustato alcuni cucchiaini di granita.«Certamente Enzo ti avrà detto che, dalle nostre parti, è quasi d’obbligo in estate fare colazione con la granita e un paio di brioches. La più richiesta è quella al limone, ma fuori orario ci si può permettere di assaggiarne di gusti diversi: caffè, latte di mandorla, agrumi vari e pistacchio» disse Francesco, illustrando nel contempo alcune pietanze locali, pur avendo appreso, durante il viaggio, che Jean non era completamente digiuno delle tante tradizioni siciliane. Questa era una cosa che mancava molto al dottor Piazzi quando non soggiornava in Sicilia. Per analogia, mentre gustava l’ultimo cucchiaino di granita, gli venne in mente la stagione fredda:«Dico una cosa scontata, ma fra qualche mese, quando l’autunno scalzerà la calda estate, proverò nostalgia per tutto questo».«Beh! L’autunno non è poi così tremendo, per esperienza diretta posso dire che ho goduto di buoni periodi in quella stagione, anche al nord» disse Enzo, sollecitato dall’argomento; infatti, amava molto il periodo autunnale che a volte preferiva alla primavera.«E’ una stagione che mi dà tristezza; foglie cadenti, aria sempre più frizzante e giornate che si accorciano inesorabilmente» disse Roberta. Lei era un’amante del caldo e il suo luogo preferito era il mare che, trovandosi solo a pochi chilometri da casa sua, risultava essere la meta preferita per gran parte dell’anno. Dai commenti espressi, fu subito chiaro che tutti erano entusiasti del periodo estivo, anche perché coincideva con le ferie e con il sospirato riposo, dopo un anno di duro lavoro. Del resto anche Enzo preferiva l’estate, ma aveva un debole per l’autunno; escludendo il calo della temperatura, forse erano gli odori e i sapori, che sin da bambino lo avevano colpito, che avevano sedimentato nel suo intimo un’atmosfera particolare.«Dicci cos’è che ti affascina dell’autunno, effettivamente un po’ di tristezza la genera!» disse Francesco, sostenuto anche dagli altri. Enzo di colpo si trovò al centro dell’attenzione, ma la cosa non gli dispiaceva ed allora decise di accettare la sfida e fare un tuffo nei suoi vecchi ricordi autunnali valguarneresi.«E’ un pensiero abbastanza diffuso considerare la fine dell’estate e l’imminente arrivo dei mesi autunnali, come una stagione decadente e incline alla tristezza: un lungo periodo di quasi letargo che porta verso il freddo inverno per poi sbocciare, finalmente dopo i mesi bui, nella luminosa primavera».«Primavera, che negli ultimi decenni stenta ad affermarsi perché ridotta al lumicino, specie al nord» sottolineò il dottor Piazzi con una vena malinconica. Anche Enzo convenne con la disamina di Francesco e gli tornarono in mente le puntuali e bellissime primavere della sua infanzia; scacciò a malincuore il pensiero e continuò: «E’ ovvio che anch’io amo l’estate, non vorrei essere frainteso, infatti non mi è difficile ammettere che le stagioni calde e piene di sole, per riflesso, rendono le giornate più leggere, Fin da bambino, però, non ho mai considerato l’autunno un periodo chiuso e malinconico, credo invece che possa diventare un momento di riflessione e di calma. Insomma, dopo il periodo spensierato delle vacanze, nasce il bisogno di riordinare le idee e mettersi il cuore in pace per affrontare l’anno che sta per iniziare, pieno d’impegni».Certamente per il gruppo dei messinesi che considerava la bella stagione imprescindibile dall’acqua e dal sole, il ragionamento di Enzo risultava poco persuasivo. Gli isolani delle coste, vivono quasi in simbiosi con le loro spiagge, che oscurano tante altre esperienze; invece, quelli che abitano verso l’interno, hanno un contatto diverso con la natura, più variegato. La campagna ha per loro un grande richiamo, anche se, in piena estate, non rinunciano ad una capatina ai lidi della Playa a Catania e in gioventù Enzo, insieme ad amici, non di rado aveva trascorso qualche bella giornata al mare. Dopo il preambolo, Totò intuì subito che direzione avrebbe preso il discorso di Enzo; lo conosceva troppo bene. Infatti l’amico, senza lasciarsi pregare, continuò dicendo:«Ho un ricordo dolcissimo ed avvolgente di uno dei tanti autunni vissuti con gioia e divertimento nel mio quartiere, dove ho trascorso tutta la mia infanzia. Però, prima di entrare in quell’atmosfera, vorrei dire due parole sui mesi estivi, per chiarire meglio quello che è il mio pensiero …. Giuro che sarò molto conciso» disse Enzo, notando l’espressione sorniona di Totò. Fu subito incoraggiato dagli altri perché quel tuffo nel passato incominciava ad interessare e, poi, nessuno aveva voglia di mettersi in viaggio adesso che un piccolo vassoio di paste, omaggio della padrona, campeggiava sul tavolo, come gratitudine per Saro e sua moglie che, spesso, portavano gruppi di amici a gustare le leccornìe della casa. «Come sapete la parte centrale della nostra terra, è sempre stato un territorio adatto alla coltivazione di cereali e i piccoli proprietari dei fondi agricoli, dopo i necessari e continui lavori primaverili, finalmente potevano raccogliere il frutto del loro duro lavoro. Ed allora, quando le condizioni climatiche erano state favorevoli e la stagione si era rivelata propizia, si affannavano in un continuo e sistematico via vai di giumente, animali utilizzati per trasporto dei sacchi di grano; invece, nei giorni seguenti, le stoppie della trebbiatura, venivano caricate sul basto delle mule e degli asini e stipate in grosse reti fatte di corda, i r’tùna, paglia che sarebbe servite da foraggio per gli animali, nei mesi invernali. Negli anni cinquanta, infatti, la maggior parte dei contadini, al piano terra della propria abitazione, ricavava una piccola stalla dove alloggiare gli animali da soma, indispensabili per il lavoro nei campi. In fondo a questo locale, na pagghjera, ammassavano il foraggio per le bestie e dallo stesso, attingevano per alimentare il fuoco dei forni e delle cucine a legna, a tannùra. Così, in pochi giorni , le immense colline coperte da dorate spighe, lasciavano il posto ad un uniforme mare di steli giallo oro, che si specchiavano nell’azzurro cielo».«Bella ed intensa descrizione della Sicilia centrale; dalle nostre parti la coltura preminente è sempre stata quella degli agrumi mista a tante altre » sottolineò Francesco. Il breve racconto di Enzo della campagna siciliana, aveva coinvolto tutti; lo stesso Jean ne era rimasto colpito. Enzo, con poche pennellate, era riuscito a rappresentare la vita agreste dei contadini durante il periodo della mietitura, frutto di esperienza diretta e della lettura del conterraneo Francesco Lanza.«E l’autunno?» disse festosamente Roberta.«Eccolo! Quando la calura estiva incominciava a dissolvesi, lasciando il posto alla gradevole carezza del sole nel tardo pomeriggio, davanti alle loro abitazioni, alcuni contadini circondati da fasci di rami sottili e flessibili, si industriavano a confezionare cesti di vimini intrecciati, per la futura vendemmia e per contenere frutta. Spesso questo lavoro di vera destrezza diventava più piacevole quando, nel piccolo largo davanti casa mia, un passante intavolava un qualsiasi discorso, per poi fare un positivo apprezzamento sul manufatto. Essendo una società prettamente agricola, ricordo di aver visto alcuni contadini ingegnarsi nell’intreccio di vimini e sottili strisce di canne nel modo più fantasioso possibile, per stupire i vicini ed affermare la propria maestrìa.«Anche al mio paese ho visto eseguire questi lavori, spesso i cesti venivano anche confezionati per contenere il pesce» disse Francesco sollecitato dal racconto; poi, con un cenno, invitò Enzo a continuare«Oltre ad intrecciare i panàra, venivano confezionate grosse gerle i cufìna, indispensabili per la raccolta dell’uva. A poca distanza da casa mia, nel periodo della vendemmia, veniva messo in funzione un piccolo palmento per la pigiatura dell’uva. Rammento chiaramente l’alternarsi dei piccoli camioncini a tre ruote - la famosa APE - , con il cassone posteriore pieno di cufìna colmi di uva bianca e nera e l’affanno nel prenotare il turno per la pigiatura unito alla continua vigilanza per evitare furti o scambi con altre uve meno pregiate. Noi bambini gironzolavamo attorno alle gerle con golosità e, il più delle volte, qualcuno ci allungava un bel grappolo d’uva matura, prima di innaffiarla con fine gesso bianco, usanza della quale non ho mai capito l’utilità! Ma era poi gesso?»«Io ho sempre saputo che fosse un deterrente per controllare che nessuno facesse man bassa dei grappoli d’uva» insinuò Saro, aggiungendo che anche lui, da bambino, aveva assistito a scene simili. Enzo riflettendo su quell’affermazione convenne che era un’ottima spiegazione, decisamente plausibile e si apprestò a finire il suo racconto:«Per diversi anni, un signore di piccola statura e di carnagione olivastra, a piedi nudi pigiava con lena i grappoli d’uva, concedendosi poche soste. Dalla sua elevata posizione il mosto veniva riversato in piccole cisterne interrate, sotto l’attento controllo dei vari proprietari. Così, dopo qualche giorno dall’inizio della pigiatura, tutta la strada veniva invasa da un persistente odore di mosto e, stranamente, tutti si sentivano più allegri; poi, tra un assaggio e l’altro, i discorsi diventavano sempre più coloriti, senza mai trascendere dalla giusta decenza. Raramente qualcuno di noi riusciva ad assaporare quel dolce e giovane nettare; ci veniva permesso solo quando era il turno di un conoscente che, per farci provare la sensazione da “grandi”, ci offriva da bere un dito di quel frizzante succo d’uva. In alcune serate, l’odore forte del mosto si fondeva con quello emanato da un grosso calderone utilizzato per la preparazione dell’estratto di pomodoro. All’imbrunire, davanti lo spiazzo di casa mia, veniva preparato un tripode, alimentato da un grosso fuoco di legna e paglia per la bollitura dei pomodori. Quest’ultimi, dopo la lenta cottura, si trasformavano in una densa salsa rossa: l’astràtt, da far seccare successivamente su tavole di legno sotto l’ultimo sole estivo. Con nostalgia rivedo ancore quella istantanea dove, adulti e bambini, tra chiacchiere e qualche castagna arrostita, si scaldavano al fuoco della fresca serata d’inizio autunno».«Il mio amico Enzo, nonostante la sua scorza dura, è un gran romanticone» disse con ilarità Jean. Il suo racconto aveva contagiato un po’ tutti e ciascuno di essi cercava, nei propri ricordi giovanili, degli aneddoti da raccontare, indipendentemente dai luoghi della propria infanzia. Forse il ricordo di quelle antiche sensazioni aveva sedimentato il lui l’apprezzamento per quella stagione, che si lasciava alle spalle la calura dell’estate siciliana. La mitezza dell’aria poteva suscitare, in chi ne era capace, sensazioni di godimento sottili, sorrette dai stupendi colori autunnali che, con impercettibile lentezza, trasformavano le tonalità di verde in colori che abbracciavano tutta la gamma compresa tra ocra e marrone, e che si sarebbero spenti solamente con la caduta delle foglie. «Quindi la stagione non è da intendere infruttuosa, anzi sotto quella apparente calma, c’è lo spazio per la riflessione», disse Saro, invitandolo a prendere l’ultimo pasticcino.«E’ ovvio che questa mia idea, è sorretta dalle mie personali esperienze, nate in un ambiente agreste, anche se la mia famiglia non ne faceva parte, ma l’esempio di quella gente semplice e laboriosa mi ha, in parte, indirizzato a rivolgere la mia attenzione al problema sociale della mia terra e in genere alla cultura operaia. «Lui non lo dirà mai, ma ha anche pubblicato diversi studi sull’argomento» disse serio Jean.«Uno stimato scrittore» aggiunse Totò, con un sorriso che significava solo apprezzamento per quel suo amico, che capiva la fatica sostenuta dai tanti per vivere, sfruttati e spesso dimenticati. I messinesi si complimentarono con Enzo per il suo impegno; quest’ultimo tentò di minimizzare gli elogi degli amici, ma oramai gli era rimasta addosso la qualifica di scrittore. I loro piacevoli discorsi avevano occupato una buona oretta, ma adesso era il momento di tornare verso casa. Il conto fu saldato da Francesco, che non ammise altre intromissioni e dopo un cordiale saluto alla proprietaria e gli elogi per le specialità gustate, uscirono dirigendosi verso le loro auto. La giornata poteva considerarsi conclusa; per ciascuno di loro era stata magnifica, sia per le persone conosciute che per il tuffo nei rispettivi ricordi giovanili. Gli anni passati sono sempre migliori perché sublimati e vissuti quando si è ragazzi spensierati e proiettati verso il futuro, che non sempre sarà come lo si è immaginato e sognato. Il loro reciproco saluto fu caloroso: Saro e Roberta abbracciarono Totò con grande affettuosità, ringraziandolo per i preziosi consigli; di contro il sacerdote si offrì, nel caso ce ne fosse stato il bisogno, di incontrare Cecilia. Francesco ringraziò Jean e i suoi amici, che d’ora in avanti avrebbe considerato anche suoi, contento delle ore trascorse insieme, piene di autentica gioia e, prima del definitivo saluto, disse:«Il mio più grande desiderio è quello di rivivere un’altra giornata insieme, prima della fine delle vacanze, per evitare di far trascorrere altri cinquant’anni prima di poterci rivedere tutti insieme come oggi».Conosco le intenzioni di Jean, io dispongo ancora di una decina di giorni e mi piacerebbe ricambiare la vostra ospitalità, invitandovi a visitare Valguarnera e in particolare la Villa Romana del Casale e Morgantina» disse Enzo con naturalezza; quel pensiero gli si concretizzò all’improvviso, sospinto dalla grande cordialità di Francesco e dei suoi amici. Quest’ultimo guardò Saro e sua moglie, per ottenere un cenno d’intesa, e stringendogli la mano, accettò l’invito.«Io non conto più niente, adesso sono costretto a restare ancora con voi, diavoli bianchi, che Dio mi guardi» rispose Jean falsamente imbronciato, prima di scoppiare in una fragorosa risata. Due colpi di clacson furono l’ultimo saluto festoso che si scambiarono prima di separarsi al bivio: una parte verso Enna, l’altra verso Messina. L’entusiasmo non ha età e la vera felicità consiste nel vivere intensamente il presente. Capitolo 8IN VOLOUna lunga accelerazione e le ruote del carrello si staccarono dalla pista di Fontanarossa, l’aereo che lo avrebbe riportato a casa aveva già iniziato la manovra di decollo; laggiù i tetti di Catania si rimpicciolivano a vista d’occhio: era in volo. Jean aveva chiesto ed ottenuto un posto vicino al finestrino, durante i suoi viaggi era quello che preferiva di più. Amava guardare dall’alto e, quando la giornata era limpida, cercava di individuare tutte le isole e le città che poteva scorgere dall’oblò. La giornata in Sicilia era molto bella e luminosa e per qualche minuto poté dedicarsi all’osservazione poi, quando l’aereo raggiunse la quota di crociera e un banco di nuvole, ad intermittenza, iniziò a nascondergli la visione, si fece cullare dai pensieri. Nei due posti accanto al suo c’era una coppia; si tenevano per mano e da ciò capì che dovevano essere due fidanzatini i quali, estraniati da tutto, parlottavano sottovoce. Adesso che era sulla strada del ritorno, ebbe la sensazione di essere stato lontano da casa chissà per quanto tempo. E’ proprio vero che non è mai la quantità delle ore passate insieme, a scandire il trascorrere del tempo, bensì la loro intensità. In quasi quindici giorni di soggiorno siciliano, immerso totalmente nell’ambiente, un paio di volte aveva avuto la “strana” sensazione di essere stato sempre lì; aveva sperimentato emozioni molto forti, aveva visitato bei luoghi, sempre in buona compagnia, ritagliandosi lunghi momenti che gli avevano permesso di guardarsi dentro. Infatti il suo non era stato solo un viaggio fisico, o lo spostarsi da un luogo all’altro; piuttosto un rimettere in ordine le tante cose che lo turbavano e per sua fortuna aveva incontrato persone che lo avevano aiutato in quel senso. La sua vacanza non era stata programmata solo per rivedere un vecchio signore malato, la ragione più recondita era stata quella di tirare fuori la testa dalla routine quotidiana, perché da un po’ di tempo, gli andava stretta. La sua forte personalità cercava di capire e di riannodare i tanti fili che pendevano su un uomo caparbio di quasi sessant’anni, capace anche di momenti di umiltà, quando la sua profonda interiorità bussava con insistenza alla porta. Ma quello scombussolamento nella sua vita, lui non l’aveva cercato; qualcuno lo aveva inseguito ed aveva messo in discussione alcuni punti fermi del suo pensiero troppo illuminista. Per lui tutto era incominciato qualche mese prima, durante un incontro fortuito con una persona semplice che, con un ragionamento disarmante, sorretto dall’esempio concreto, l’aveva spinto ad indagare e ricercare qualcosa che forse covava sotto. Infatti, nonostante le convinzioni sulla vita, la sua esistenza era stata per lunghi periodi piena di vantaggi, sempre nel rispetto della legalità; però, raramente, aveva potuto raggiungere quella compiutezza. Quel traguardo ambito lo aveva potuto assaporare solo in certe circostanze e quando ci era riuscito, si era sentito meglio; però sapeva che quella completezza spesso era figlia di compromessi, così i pensieri più noiosi venivano tralasciati; ed allora il conto non veniva saldato totalmente e quel fastidioso subconscio, troppe notti, aveva bussato alla sua coscienza. Un sogno ricorrente al quale non era riuscito a dare una spiegazione: lui, immerso nella penombra della sua ordinata mansarda alla ricerca di qualcosa che gli apparteneva e che, nonostante gli sforzi, non riusciva a trovare; anche se nel sogno ne intuiva l’importanza, tutto risultava vano ed angoscioso. Adesso con l’aiuto di un vecchio nemico-amico che voleva riparare ad un torto nei suoi confronti, era riuscito a capire di più il suo stato d’animo interiore. Nel suo soggiorno valguarnerese, aveva potuto trascorrere da solo alcune ore con Totò, e le sue argomentazioni, amichevoli e puntuali, libere da ogni subdola forzatura, avevano aperto una voragine nella sua anima, abisso che adesso toccava a lui colmare, anche se sarebbe stato prematuro considerala fede, ma la strada era oramai tracciata. In cuor suo sapeva che non sarebbe stato facile, ma le sfide lo stimolavano; dopo aver provato quelle sensazioni profonde ed autentiche di benessere interiore, non sarebbe più stato capace di farne a meno. Avere degli ottimi compagni di viaggio che ti possono aiutare nei momenti di sconforto, è effettivamente una cosa alla quale nessuno dovrebbe rinunciare a cuor leggero. La prima avvisaglia di questo beneficio fu lo scomparire dell’angoscioso sogno, forse una semplice coincidenza dovuta al cambiamento momentaneo della quotidianità, chissà? Però non ne era completamente sicuro. Per un attimo la sua mente andò all’incontro con la “persona semplice” dalla quale era stato spiazzato; aveva assistito al dibattimento della sua causa, perché era iniziata subito dopo l’udienza di un suo patrocinato. La sua difesa era stata affidata ad un avvocato d’ufficio perché, a causa delle sue precarie condizioni economiche, non poteva permettersene uno costoso. Ed allora la “giustizia” aveva fatto il suo corso, condannandolo; infatti il suo avversario, oltre ad averlo fregato, poteva contare su un principe del foro. Quel giorno, alla fine del breve processo, in fondo al lungo corridoio del tribunale, il malcapitato, con calma sorseggiava una calda cioccolata; Jean si trovò ad osservarlo per caso e fu subito colpito dalla strana mancanza di rabbia per l’evidente torto subito; l’uomo, chiuso nel suo cappotto, abbinato ad una sciarpa dai toni caldi, denotava un portamento dignitoso e sorprendentemente sereno. Lo guardò per un po’, poi decise di avvicinarlo, sentiva di dovergli dire qualcosa. Lui, che credeva fermamente nella giustizia, lo riteneva defraudato anche se quest’ultima, a causa di poche persone corrotte, non sempre mostra il suo lato migliore. Si avvicinò alla macchinetta delle bibite e meccanicamente infilò una moneta per un caffè, però il suo pensiero era altrove; cercava di avviare una conversazione con quel signore ma non sapeva da che parte iniziare, per lui era un perfetto sconosciuto.«Al suo assistito è andata meglio, lei è stato molto bravo» disse l’uomo mentre fissava la sua toga, sistemata alla buona sulla spalla. Jean per un brevissimo momento restò sorpreso, ma l’assist non poteva essere dei migliori.«E’ vero, ho solo difeso un innocente!» rispose e, notata l’espressione un po’ rabbuiata del signore, con sollecitudine aggiunse: «mi dispiace per la sua situazione, senza volerlo ne sono venuto a conoscenza e convengo che lei abbia subito un torto, ma spero che la vera giustizia non venga mai mescolata con i giustizieri, non sempre in buona fede». Stava per continuare il suo ragionamento per rincuorarlo, e per tentare anche uno straccio di difesa per tutti quelli che, invece, si prodigano nel farla rispettare, allorché l’uomo cortesemente lo interruppe dicendo:«Pensare che la giustizia possa essere uguale per tutti è un arduo esercizio di filosofia spicciola, un anelito che, unito a tantissimi altri sogni dell’uomo, sono destinati ad essere sempre e comunque calpestati. Forse qualcuno a volte vi rinuncia per paura di un castigo più alto, sperando in un premio, una raccomandazione futura; altri invece se ne fregano perche cercano comunque di arraffare tutto quello che possono vedere e toccare».«Dalle sue parole, si ha la percezione che lei sia molto remissivo e poco propenso a credere nei valori che regolano i rapporti umani» disse Jean con l’intento di capire qualcosa di più della persona che gli stava davanti e che, a pelle, l’aveva colpito positivamente. «Lei mi esorta ad investire nel prossimo, magari stenterà a crederlo ma io ne sono pienamente convinto e tante volte ci riesco, forse oggi mi risulta più difficile; anzi le posso assicurare che non mi arrenderò mai alle ingiustizie. Però, mi sono prefissato di seguire il credo ispiratomi da una persona che mi affascina e mi guida ogni giorno della mia esistenza».«Questa persona deve essere decisamente degna di fede e di solidi principi».Il signore sorrise e, guardando verso un’ampia finestra inondata di pallido sole, aggiunse con voce cristallina:«Il mio compagno di viaggio è degno di fede ed essendo una “bella persona”, insegna cose veramente interessanti perciò, se voglio presentarlo agli altri, lo dovrò fare al meglio senza farlo sfigurare; capisce anche lei che l’unica maniera è quella di cercare di imitarlo, nel miglior modo possibile». Jean ad un tratto realizzò a chi volesse riferirsi il garbato signore ed evitando qualsiasi tono ironico, esordì:«Lei crede di risolvere dei fatti concreti affidandosi ad un Dio lontano?»«Ciò che è lontano da noi è sempre una nostra scelta; spesso le cose più lontane sono più vicine di quanto pensiamo, potrebbero essere dentro di noi e non lo sappiamo, perché abbiamo paura o non abbiamo il tempo di volerle conoscere» quest’ultima affermazione, pronunciata con disarmante sicurezza, investì Jean che, non volendo calcare la mano, aggiunse:«Questo sarebbe stato il momento giusto per un “aiutino”da parte del suo amico».«E chi le dice che io non lo abbia ricevuto! Il semplice fatto che non mi sono fatto prendere dall’ira e dallo sconforto ne è già una prova; lei pensa che sia solo farina del mio sacco? Mio caro signore, nella mia esistenza, che non potrà finire solo con la morte, tante volte ho ricevuto bene e non me ne sono neanche accorto; se ho fiducia in Lui, devo accettarla anche quando non va perché, nel momento in cui tutto per me è filato liscio, chissà a quanti quel giorno è andata male». «Se non ho capito male, lei mi sta parlando di Paradiso» rispose con sufficienza Jean ma il signore non se ne curò, e disse lapidario:«Io non parlo di Paradiso bensì di vita che non finisce mai, esistenza che cambia stato, e che per essere tale, ci devi credere; forse è la sola cosa che il Creatore pretende da noi. Tutto il nostro comportamento allora diventa una conseguenza che mai dovrà essere finalizzata a future ricompense, perché il premio più bello è la vita che siamo stati capaci di apprezzare giorno per giorno. Adesso! Io non mi rassegno all’idea che tutto possa finire qui, mi rifiuto di credere di essere nato per aspettare la morte». Il signore dopo aver pronunciato quest’ultime parole sorrise e, senza aspettarsi nessuna risposta, salutò Jean con garbo e si diresse verso l’uscita, dalla quale scomparve senza nessun effetto speciale. Jean rimase per un momento con la testa vuota, come se tutti i suoi pensieri si fossero per un attimo congelati, sensazione a lui sconosciuta. Poi la prima riflessione che gli si presentò fu: “anch’io non voglio che finisca qui! bella scoperta!” Ma di nuovo la sua mente senza uno straccio di pensiero plausibile … poi: “ma qual è la cosa così vicina a me da essere tanto distante?” Quel diavolo di signore l’aveva trascinato in un campo sconosciuto che adesso voleva approfondire a tutti i costi. Mentre era immerso nei suoi pensieri, la voce del comandante annunciò la fine della fase di decollo; Jean aprì gli occhi e buttò uno sguardo dall’oblò. Un’apertura tra le nuvole gli permise di rivedere dall’alto lo stretto di Messina, gli ritornò alla mente il sussulto interiore avvertito quando era passato sotto la Madonna della Lettera, forse suggestionato dal racconto di Francesco, ma non poteva essere la sola ragione. Dall’alto poteva solo immaginare quel piccolo braccio di mare, ma lo confortava il fatto che comunque ci fosse. Era come fidarsi di qualcosa che non vedi o vedi appena, ma tutto il tuo essere ti dice che c’è ed è raggiungibile, basta trovare la giusta strada. Distolse lo sguardo dall’oblò e si rituffò nelle sue complicate e inedite riflessioni. Incominciava a rendersi conto che per seguire un sentiero è sempre bene avere dei giusti riferimenti, dei paletti che segnino il retto percorso ed evitino di farti andare fuori strada. Certamente si può anche pensare di poter sconfinare liberamente, rischiando però qualche deriva inevitabile. Di contro è anche vero che non bisogna essere troppo ingessati, perché è bene sapere qual è il confine tra ciò che è giusto e ciò che invece è fuori dalla “normalità” ed avere il coraggio di affermare che, tutto ciò che resta fuori da quello che comunemente viene chiamata normalità, non è assolutamente da distruggere. Però c’è da rivedere la teoria che, semplificando tutto, postula una società sempre in continua evoluzione nella quale tutto allora diventa accettabile, ma è una buona ricetta? Non è più giusto accogliere le tante diversità, rispettandole, senza che gli altri mettano in dubbio il tuo essere? Da ciò risulta chiaro che bisogna assolutamente correggere gli errori commessi da culture impregnate di rifiuto per tutto ciò che non corrisponde ai loro canoni, ma neanche accettare supinamente i cambiamenti fuorvianti e diseducativi della società che, per mille motivi, vuole dominare la convivenza civile, in ragione degli interessi personali. Mentre Jean rifletteva su questo pensiero difficile da risolvere, si rese conto che sarebbe solo utopia aspettare che la massa cambi; quest’ultima deve evitare di farsi affascinare dalla moda del momento, ribaltando questo ragionamento: siamo noi, in prima persona, che dobbiamo sforzarci di cambiare dentro per poter aiutare gli altri e per fare ciò, è necessaria una grande forza morale e spirituale, per evitare il rischio di sbattere la faccia contro il muro. Come in una recita corale, ciascuno sostiene una parte che, anche se piccola, gli permette di essere parte integrante del disegno e, chi ha più capacità o possibilità, deve metterle tutte in campo per la riuscita del progetto comune. Un’uguaglianza a tutti i costi forse porta ad un “razzismo” subdolo, solo nella diversità accettata può nascere il rispetto e la comprensione reciproca. Questo accavallarsi di pensieri non era nel suo stile, di norma analizzava una cosa per volta e la abbandonava solamente quando arrivava ad una soluzione soddisfacente. Adesso si sentiva quasi travolto dagli ultimi avvenimenti; sapeva che dopo le ultime esperienze la sua vita non sarebbe stata più la stessa. Certamente non avrebbe stravolto la sua normale esistenza, ma alla luce di qualche nuovo paletto, avrebbe dato un taglio diverso a certi suoi atteggiamenti. Avrebbe iniziato dall’ambiente familiare dove spesso, non per cattiveria o menefreghismo, preso dai suoi innumerevoli impegni di lavoro, aveva sorvolato su alcune cose. Il rapporto con sua moglie era sempre stato di grande affettuosità e pensava di non doversi rimproverare niente. Qualche volta aveva notato in lei alcune sfumature delle quali non era riuscito a capire il senso e, pur passando molto del suo tempo libero con lei, non sempre tutto filava liscio. Adesso riflettendo su quel groviglio di pensieri, per un attimo cercò di analizzare proprio quello e, mettendolo in relazione con gli ultimi avvenimenti, constatò che qualche cosa era da rivedere. All’improvviso si rese conto che, se al momento certi traumi sembrano superati, invece nel proprio intimo qualche traccia rimane e, solo ascoltando con attenzione, si può cogliere quel disagio che, magari per amore, non viene confessato. Sicuramente un problema c’era stato e aveva sempre pensato che fosse stato superato: a causa di una malattia mal curata in gioventù ad Eleonora, sua moglie, l’arrivo di un bambino era rimasto confinato nei sogni più reconditi. Questa situazione non aveva mai messo in discussione il loro rapporto d’amore, solo qualche piccola ombra, che sembrava da tempo superata. Però specie in Jean, quando un articolo di giornale o il concetto espresso in un libro si interrogavano sull’immortalità, un tarlo subdolo gli arrovellava i pensieri. Lui senza eredi sarebbe rimasto fuori da quella immortalità? Almeno quella storicamente umana. Nella sua vita aveva lavorato tanto, studiato e conosciuto tantissime cose, però niente che potesse garantirgli un ricordo duraturo, realizzando alla fine della vita, magari nell’ultimo momento di lucidità, di aver vissuto senza stringere niente di veramente importante. L’aver metabolizzato, attraverso i vari incontri degli ultimi mesi, che la vita di ognuno di noi non può essere ghettizzata in un segmento di anni, lo portava ad interrogarsi sulla sua spiritualità e alla ricerca di quella parte, che sembra difficile da raggiungere, ma che invece è lì e cerca in tutti i modi di contattarci. Ed allora l’orizzonte diventa immenso e tutto acquista un sapore diverso, ogni cosa fatta è la tessera di un grande mosaico che è la nostra vita ed allora, anche quelle più scure e più difficili da sistemare, devono concorrere a costruire la sua interezza. E volendo proseguire su questa similitudine, non bisogna percepire la realizzazione come fine a se stessa, ma come appagamento interiore, nella speranza che le condizioni di vita possano essere sempre sopportabili. Ed allora tutto il nostro divenire potrebbe essere considerato come un apprendistato, una prova generale per la realizzazione di un mosaico immenso ed eterno.Per una strana correlazione, rammentò l’episodio al quale Nino aveva accennato una sera, durante l’ultima rimpatriata e che non era riuscito a completare nel corso del colloquio avvenuto in via Garibaldi, il giorno del suo arrivo a Valguarnera. Jean mentre ricordava, ebbe come la sensazione di trovarsi a tu per tu con la rievocazione di N’nùzz: “In terza elementare avevo un bravo maestro molto preparato; spesso cercava di sperimentare un tipo d’insegnamento arricchito da piccole attività complementari che non si riscontravano così frequentemente nella metodologia di altri insegnanti, nella Sicilia di fine anni cinquanta. In fondo all’aula, poco alla volta, aveva messo insieme una piccola libreria di classe, composta da vari volumi di letteratura per ragazzi, arricchiti da illustrazioni. Ogni mese ci faceva scegliere un libro da leggere a casa per poi farne un piccolo riassunto scritto. Puntualmente, la maggior parte della classe, disattendeva la segreta aspettativa del maestro che, qualche volta, con disappunto esclamava: “cu pjgghja pjgghja, cu na pjgghja sicca”. In certi periodi capitava che il maestro, pur esercitando il suo mestiere con scrupolo, si assentasse dall’aula per qualche riunione o per qualcos’altro, delegando il capoclasse di turno a mantenere l’ordine”Jean ricordò che era stato colpito dal racconto di Nino fin dalle prime parole, ma ciò che l’aveva divertito tanto era stata la mimica singolare di N’nuzz ed allora continuò a ripercorrerlo ad occhi socchiusi, come in una pellicola proiettata nella sua mente, riascoltando le parole di Nino come se fosse lì in quel momento: “L’etica professionale del maestro gli impediva di lasciarci senza un compito da svolgere durante la sua assenza. Com’è facile immaginare, non appena il maestro scompariva alla fine del lungo corridoio, iniziava il parapiglia; si formavano piccoli gruppetti per giochi improvvisati: scambio di figurine, corsa sfrenata tra i banchi, lancio di gessetti, che il povero capoclasse difficilmente riusciva ad impedire. Cercava senza successo di farci copiare dalla lavagna il compito assegnatoci dal maestro; il risultato era sempre lo stesso, quando a naso e, per l’esperienza acquisita, pensavamo che l’arrivo dell’insegnante fosse imminente, ci buttavamo in fretta e furia ad eseguire il lavoro. Al rientro in classe il maestro volendo verificare il nostro operato,ne controllava qualcuno a caso e spesso, il malcapitato, che non aveva completato il lavoro, si beccava uno zero con la matita blu e rossa.Questa condotta si ripeteva almeno una volta alla settimana ed era come una spada di Damocle; divertirsi si, calcolando però bene il tempo dello svolgimento del compito, per non incorrere nella punizione del maestro.La scena si ripeteva sempre uguale, identica all’azione del mio compagno di banco. Quest’ultimo, appena iniziava la baldoria, senza curarsi di quello che gli accadeva attorno – non capivo come ci riuscisse – si chinava sul quaderno e portava il lavoro a termine nel minor tempo possibile. La cosa alla lunga cominciò ad incuriosirmi così un giorno, non appena l’insegnante uscì e la piccola ciurma si era moderatamente scatenata, gli dissi:“Perché non vieni a giocare come tutti?”E lui, senza alzare la testa dal suo impegno, rispose:“Debbo finire il mio compito”Allora cercai di spiegargli che il maestro sarebbe stato assente per almeno mezz’ora e, come al solito, un po’ prima del suo arrivo, in quattro e quattr’otto, avremmo potuto ultimare il nostro compito. A questo punto smise per un attimo di scrivere; alzò la testa e candidamente disse:“Vedi, io non potrei divertirmi fino in fondo al pensiero che, all’arrivo del maestro, il mio compito fosse ancora da ultimare, rischiando un brutto voto”. Poi si immerse nuovamente nel suo lavoro senza dire più una sola parola. Com’è strana e bella la vita, le soluzioni più giuste e semplici risultano essere sempre le migliori. Diedi uno sguardo attorno, però la mia decisione era già presa: mi sedetti accanto al mio compagno e anch’io iniziai a lavorare al mio compito. Il rumore della classe, a mano a mano mi arrivava sempre più ovattato e meno invadente; un sottile piacere pervadeva i miei pensieri: dopo aver completato l’esercizio potevo aspettare, senza paura, l’arrivo improvviso del maestro, gustandomi appieno i momenti di gioco. Ultimato il nostro lavoro, il mio compagno, come per magìa, fece comparire un bel mazzetto di figurine e mi invitò a giocare; anch’io ero fornito di “cartelle” e le tirai fuori immediatamente. In un attimo decidemmo di giocarcele; dopo averle posizionate con il dorso all’insù, cercavamo a turno, di farle girare dalla parte dell’immagine, sbattendo sul banco la mano chiusa a mo’ di cucchiaio per produrre un sottile e potente soffio d’aria, capace di dare alle figurine l’agognato giro e farle tue.Chi vinse non lo ricordo, ma che importanza poteva avere? Sento risuonare ancora nelle mie orecchie le parole del mio amico mentre cercava di portarmi via quante più figurine:”Te lo dicevo che ci saremmo divertiti”. Più volte i nostri occhi si incontrarono con una complicità indefinibile; il tempo per noi in quel momento non era tiranno anzi tentava di rallentare ammiccando e sorridendo a due ragazzi che avevano cercato, innocentemente, di farselo amico. Finita la terza elementare non lo rividi più; probabilmente era emigrato con la sua famiglia.Alla fine della storiella Nino ammise con rammarico che quel metodo infallibile, qualche volta, non era riuscito a metterlo in pratica e anche lui rincorreva inutilmente il tempo che, invece di sorridere ed ammiccare, ride divertito. Lui in questa nostra folle corsa verso quello che verrà, incuranti delle piccole quotidianità che ci circondano, ridacchia perché, nell’affannosa ricerca di effimere ed estreme sensazioni, perdiamo di vista i fotogrammi veramente autentici della nostra esistenza: ci manca il tempo necessario per fissarli dentro di noi e metterli nel giusto ordine.Troppi pensieri affollano la mente di ciascuno e, gran parte delle nostre azioni, scorrono nella paura di perderle per sempre o inquinarle con molte altre, nella vana speranza di moltiplicare e dilatare il nostro tempo” Il Tirreno luccicava e attraverso l’oblò Jean lo ammirò per un po’; in alto l’azzurro squarciava un folto gruppo di nubi, si girò verso i due ragazzi, e la sua attenzione fu attratta dalle due mani che si stringevano, una bella immagine quella di farsi forza a vicenda, avendo per compagnia chi ti vuole bene. Chiuse gli occhi e si lasciò trasportare, consapevole di non essere più solo e di far parte di un grande disegno: puro e disposto a salire a le stelle (Canto XXXIII, Purgatorio). Rosario Sardisco RINGRAZIAMENTIQuesto libro forse non sarebbe mai stato scritto, se l’amico Filippo non mi avesse consigliato di romanzare uno scritto riguardante la mia infanzia, indirizzato ai miei figli: Francesco e Marco.Adesso che, dopo una lunga gestazione, il progetto è stato portato a termine, mi sento di ringraziare tutti coloro che con qualsiasi mezzo si sono adoperati per la buona riuscita del romanzo. Un caro ringraziamento a mia moglie, Graziella per la pazienza spesa negli ultimi mesi durante la correzione del testo; lo stesso ringraziamento va a Marco per il sostegno che mi ha dato durante la lettura dei vari capitoli.In un libro, che racconta una storia in parte vissuta a Valguarnera, non potevano mancare delle frasi dialettali, le quali necessitavano di una scrittura adeguata e professionale; questo delicato compito è stato portato a termine dal prof. Enzo Barnabà, al quale va il mio più sentito ringraziamento e la stima, sia per la sua disponibilità che per la sua competenza, nella che hanno aggiunto allo scritto tante pennellate di colore paesano. In ultimo, ma non ultimo, un grosso ringraziamento alla Editrice FCF specificatamente nella persona del prof. Filippo Cocilovo e sua moglie Franca, per la fiducia e l’amicizia accordatami. Infine voglio anche ringraziare tutti coloro che con i loro scritti, dai quali ho attinto, e che mi hanno aiutato nella stesura di alcune parti del romanzo: varie pubblicazioni su Valguarnera, Memorie storiche di Valguarnera Caropepe, del compianto parroco Giacomo Magno; Valguarnera Caropepe all’epoca dei cavalieri e dei podestà, di Francesco e Silvia Giarrizzo; Il Castello di Pietratagliata, di Giuseppe Tomarchio. Mi scuso preventivamente, per qualche involontaria dimenticanza. Rosario Sardiscoa Graziella, Francesco e Marco

UN NERO A VALGUARNERADi Rosario Sardisco

Codice Autore N. A001Rosario Sardisco